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Memento storico: la brutta fine di un ministro troppo zelante

 

L’undici aprile 1814 una folla violenta e urlante si accalca vicino la casa di Alessandro Manzoni a Milano. Lo scrittore si affaccia e vede un povero corpo umano, nudo, martoriato, fatto a pezzi dalla folla. Lo shock è tale che il Manzoni ne sviene e quindi abbandona la città.

I poveri resti erano quelli del ministro delle finanze Giuseppe Prina. Piemontese, era stata l’anima finanziaria della Repubblica Italiana prima e del Regno d’Italia poi, cioè dei due stati satelliti della Francia napoleonica. Prina, avvocato novarese, aveva collaborato con l’amministrazione sabauda, ma la sua carriera era stata fulminante e solida con Napoleone. L’Imperatore aveva, anche giustamente, una grande fiducia nelle sue capacità, tanto che disse, parlando di lui al figliastro e viceré Eugenio, “Qui non c’è un altro uomo di genio e di carattere”.

Giuseppe Prina, con il pugno di ferro, portò l’equilibrio finanziario nel debole Regno d’Italia. Fu una specie di Mario Monti ante litteram, ma di successo. Coprendo il Nord Italia di tasse, fra cui la neonata tassa di famiglia, riuscì a portare il bilancio in equilibrio, nonostante mantenesse due eserciti, quello francese in Italia e quello italiano.  Ferreo nell’incasso, scontentò a pari modo ricchi, nobili e poveri. Non fu solo un duro tassatore, ma anche un amministratore attento: il Monte Napoleone fu una sua creazione, la prima banca nazionale moderna che gestiva anche il debito di stato, da lui completamente riassorbito e che, dopo la sua morte, fu un motore per lo sviluppo imprenditoriale del Lombardo veneto Austriaco. Però era odiato, molto odiato, proprio per la sua rigidità fiscale e poi era piemontese, una cosa che non si perdonava.

Quando a Milano giunsero le notizie della sconfitta in Russia, con prossima caduta dell’Impero napoleonico, la città andò in subbuglio e, da buoni italiani, si divise in cosche feroci. Vi erano gli indipendentisti, che volevano conservare l’indipendenza del Regno d’Italia, affidata a Eugenio eo a Murat, e vi erano i filo austriaci che volevano la restaurazione. Il 24 aprile, Casati dice con al provocazione di agenti austriaci, scoppiò una rivolta in città. Il Senato venne occupato, ma poi il popolo inferocita andò a caccia dell’odiato Ministro Prina. Lo trovarono alla sua residenza di palazzo Sannazzari, di fianco a Palazzo Marino, mentre si nascondeva in un armadio. Lo denudarono e lo gettarono da una finestra. Qui iniziò il suo calvario a suon di punte metalliche di ombrello. Riuscì a rifugiarsi brevemente a casa di vinaio, ma ne uscì volontariamente per evitare che la sua famiglia ne pagasse le conseguenze. Sapeva già di non avere scampo. Il suo calvario inizio da davanti al teatro della Scala e spirò in Via del Broletto ma la folla ne trascinò il corpo sino alla chiesa di San Tomaso, che ancora esiste. Poco rimaneva di lui. Pochissimi cercarono di salvarlo, fra cui un coraggioso Ugo Foscolo.

Giuseppe Prina era un abile tecnico, perfino onesto, perché non fu trovato nulla di valore nel suo palazzo che fu poi demolito. Era perfino abile, ma non seppe capire che non è un dovere di un governante suscitare l’odio in chi amministra. Un memento a tanti governanti che godono della propria crudeltà e che non hanno neppure un’unghia dell’abilità del povero piemontese.


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