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Meglio una fake divulgata che una verità censurata

Uno dei più risaputi adagi della cultura liberale su cui, voglio sperare, siamo tutti grossomodo d’accordo recita così: meglio un colpevole in libertà che un innocente in galera. È un principio talmente radicato e interiorizzato –  soprattutto per via degli anni bui delle dittature novecentesche – da aver trovato spazio persino tra i diritti inviolabili della Costituzione. Cos’altro significa, infatti, l’articolo 27 dove si legge: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”? Ma in cosa si traduce questo auspicio, realmente e per la precisione? Ci abbiamo mai riflettuto fino in fondo?

Dopotutto, l’idea del colpevole in prigione dovrebbe essere – e, in effetti, è – il sommo condensato della “giustizia”. Hai sbagliato? Devi pagare. Eppure, c’è qualcosa di addirittura più “giusto”. E quando dico più giusto intendo al punto da sopportare che un delinquente circoli a piede libero. E quel “qualcosa” (di più giusto, persino di una giusta condanna) è l’innocente in libertà. Ci ripugna anche solo la remota possibilità che qualcuno sconti un “peccato” mai commesso; e ci schifa così tanto da tollerare anche la libertà del reo pur di non sacrificare quella dell’incolpevole.

Bene, siamo giunti a un bivio analogo rispetto a un altro sacro valore dei nostri padri costituenti: la libertà di espressione. L’articolo 21 ci ammonisce così: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ciononostante, credetemi, mai come oggi questa libertà è stata minacciata. Mai come oggi, dalla fine del secondo conflitto mondiale e dall’implosione della dittatura fascista, siamo stati tanto vicini a riesumare i cupi tempi del Minculpop della Buonanima.

Si stanno intensificando, a tutti i livelli, i “codici”, i “comitati”, i “delatori” investiti del compito di sconfiggere le fake news. Pensate al “monitoraggio” annunciato dall’Agicom, pensate alla richiesta di “oscurare” addirittura l’emittente digitale Byoblu (responsabile di aver raccolto l’intervista “eccentrica” di un uomo di scienza), pensate ai sofisticati algoritmi delle maggiori piattaforme informatiche incaricati di “rimuovere” il materiale “sospetto” dal web. Queste campagne sono rese ancor più pericolose dal fatto di avere come obbiettivo non solo le “fake” (cioè un prodotto del pensiero), ma addirittura l’odio (cioè un prodotto del sentimento).

Le fake sono sempre esistite e l’odio è una delle emozioni umane primordiali. Non solo: le prime sono tradizionalmente spacciate (soprattutto dai poteri costituiti) per “istruire” o manipolare le masse: dalla strategia della tensione degli anni Settanta alle fialette distruttive di massa di Colin Powell in grado di legittimare l’invasione dell’Irak e lo sterminio di un popolo. Il secondo (l’odio) è il carburante vitale con cui ogni regime è in grado di ottenere delle masse il consenso alla repressione del pensiero dissidente. Con questo non intendiamo affermare che le fake non siano in sé un problema. E neanche che l’odio sia l’anticamera della violenza. Lo sono, ma stiamo molto attenti.

Perché l’ossessivo furore con cui oggi intendono “estirparli” rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca. Nelle “retate” virtuali contro le menzogne resteranno impigliate (“dolosamente” impigliate) anche molte verità scomode al regime. A noi la scelta di cosa sia preferibile. Una scelta identica a quella della cultura liberale di cui abbiamo fatto cenno in apertura. Per quanto ci riguarda, non abbiamo dubbi. Gridiamo a gran voce, Costituzione alla mano: meglio una fake divulgata che una verità censurata.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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