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Ma davvero credevate che il Jobs Act servisse ad aumentare l’occupazione? Ecco le vere ragioni

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Dopo il pasticcio dei dati forniti dal Ministero del Lavoro riguardanti il saldo fra cessazioni e nuove attivazioni dei contratti ci si chiede da più parti se il Jobs Act, fortemente voluto da Renzi, serva realmente a migliorare l’occupazione in Italia. Dai dati forniti dall’ISTAT fino a giugno si direbbe di no:

Il numero di disoccupati aumenta dell’1,7% (+55 mila) su base mensile. Dopo il calo nel mese di aprile (-0,2 punti percentuali) e la stazionarietà di maggio, a giugno il tasso di disoccupazione cresce di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente, arrivando al 12,7%. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è aumentato del 2,7% (+85 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,3 punti percentuali.

In attesa dei dati che usciranno i primi di settembre la situazione fotografata dall’istituto di statistica non è affatto migliorata, né rispetto all’anno precedente, né rispetto al mese precedente: si tratta pertanto di un trend stabile.

Il fatto è che il Jobs Act non è nato per aumentare l’occupazione, non è stato mai il suo scopo, nonostante la martellante propaganda governativa, e, in realtà, non è neanche stata un idea partorita da questo Governo. Il Jobs Act viene da lontano, esattamente da Francoforte ed è datato 5 agosto 2011

C’é anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.

Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

Questo è il testo, esattamente i punti 1 b) e 1 c), della lettera della BCE del 5 agosto 2011 inviata all’allora Governo Berlusconi. Notate che il contenuto di tali richiesta è esattamente quanto previsto dalla nuova normativa: la contrattazione locale preminente, per permettere alle singole aziende di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro” alle loro esigenze specifiche, e soprattutto le nuove norme di assunzione e licenziamento del lavoratore che permettano “di facilitare la riallocazione delle risorse“, alias della forza lavoro.

Come potete vedere non si parla affatto di aumento dell’occupazione, ma il fine è la razionalizzazione, dal punto di vista liberista, del mercato del lavoro, considerato troppo rigido, anche se i dati reali smentiscono questa visione. Ed infatti se andiamo a vedere il tasso di rigidità del lavoro in Italia abbiamo qualche sorpresa

rigidità lavoro

Già nel 2008, quindi prima della richiesta della BCE, il mercato del lavoro nel nostro Paese era addirittura sotto la media dei paesi OCSE per quanto riguardava la rigidità. E ciò non per caso

deregolamentazione lavoro

L’Italia era lo Stato che aveva fatto più riforme in assoluto per deregolamentare il lavoro, persino più della Germania (ricordate? Riforma Treu, Bassanini, Biagi…). Ma per gli interessi della grande industria e per avere quel “lavoro merce” che permette aggiustamenti ciclici intervenendo sul costo del lavoro, non era abbastanza.

In questo quadro il Job Act di Renzi trova una sua perfetta collocazione: con il contratto a tutele crescenti si è infatti riuscito a trasformare il contratto a tempo indeterminato, ultimo baluardo delle lotte sociali degli anni ’70 – con la sua stabilità e sicurezza garantita dallo Statuto dei Lavoratori – in un tipo particolare di contratto precario, lasciando quindi alla mercé del datore di lavoro la durata e soprattutto la qualità del rapporto lavorativo.

A parte infatti quanto sta emergendo dal “lato oscuro” del rapporto indennizzi/incentivi, per cui si rischia che sia conveniente per le imprese assumere e poi dopo due/tre anni licenziare il lavoratore, il problema vero del nuovo contratto a tempo indeterminato è dato dal fatto che il dipendente non ha più la stabilità del contratto come base diciamo “negoziale” per i suoi rapporti con il datore di lavoro. Sottostando alla possibilità di essere licenziato senza obbligo di motivazione (non applicandosi l’art. 18, neppure nel testo rimaneggiato e depotenziato che esce dalla riforma), se non una generica e soggettiva non idoneità al lavoro, è evidente che il dipendente per i primi anni sarà totalmente succube del proprio datore, il quale lo utilizzerà come ritiene più opportuno, sia riguardo all’orario, sia riguardo alle modalità di svolgimento dei compiti assegnati e soprattutto riguardo alla paga, che può essere non a caso oggetto di accordi aziendali.

Questa riforma ci porta quindi più vicino agli USA ed all’etica liberista che permea i contratti di lavoro oltreoceano, aggravato dal fatto che il NAFTA (l’accordo di libero scambio Nord Americano), come ho avuto modo di mostrare, ha tirato giù ulteriormente i salari degli americani, messi in competizione con i lavoratori messicani (ed è quello che ci toccherà con il TTIP), ed è appunto l’attacco finale al concetto di lavoro come diritto di cui all’art. 4 Cost. (e non come favore), e ad una retribuzione che garantisca un’esistenza libera e dignitosa di cui all’art. 36 Cost., che sono la base della nostra società e del nostro assetto economico costituzionale (come chi sta seguendo le schede sulla Costituzione economica qui su Scenari Economici sa ormai perfettamente).

Perché abbiamo detto grande industria? Perché è la sola che ha un interesse a questa maggiore flessibilità in uscita: la grande impresa è caratterizzata infatti dall’utilizzo in maggioranza di lavoratori “no skilled”, in quanto inseriti in processi produttivi standardizzati nel quale l’operaio cura un limitato settore e viene impiegato per mansioni ripetitive o comunque di difficoltà relativa. Anche nei settori di servizi e distribuzione il dipendente è chiamato semplicemente ad imparare pochi concetti: l’utilizzo di certi tasti o procedure del software in uso nell’ambito dei servizi (banche, assicurazioni, servizi postali) o di semplici operazioni di collocamento e controllo merce (supermercati ed altri punti vendita “fai da te”). Nessuno di questi lavoratori acquisisce particolari competenze e know how aziendali, niente che un breve tirocinio non possa riformare in capo ad un nuovo assunto.

In questo tipo di impresa quindi la possibilità di licenziare singolarmente, ma anche concordare riduzioni di salario o flessibilità di orario per interi complessi locali è fondamentale per rispondere a crisi e difficoltà economiche, oltre a permettere un controllo maggiore sulla propria forza lavoro, tenuta costantemente sotto pressione dal rischio, non accettando, di perdere il posto e quindi, come diceva Kalecki, “tenuta in riga”.

Queste sono le vere ed uniche ragioni del Jobs Act e ciò spiega anche il numero elevato di trasformazioni di contratti a tempo determinato in nuovi contratti “stabili” nei primi sei mesi di vita della legge: I grandi imprenditori hanno capito perfettamente che per loro non cambia sostanzialmente nulla, anzi acquisiscono dei diritti riguardo a demansionamento e possibilità di spostare il lavoratore che prima non avevano, in più acquisiscono degli incentivi sostanziosi, con sgravi contributivi che possono arrivare anche a € 6.000,00 all’anno, come dimostra un calcolo del sito forexinfo.it, ed hanno solo il costo di un indennizzo per il licenziamento nei primi tre anni.

Per chi sperava che questo profondo arretramento nelle tutele del lavoro potesse significare comunque un aumento significativo degli occupati tale da giustificarlo c’ha pensato l’ISTAT ed il Ministero del Lavoro, una volta corretti i dati, a dargli la risposta: e francamente era una risposta scontata, almeno per tutti quelli che capiscono che la c.d. legge di Say (secondo la quale l’offerta crea la sua domanda) è solo una delle tante errate illusioni liberiste.

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