Europa
L’Unione europea all’ultima chiamata
Mentre il mondo corre con politiche di potenza, l’Europa resta ferma al “feticcio della stabilità”. Serve cambiare subito il mandato della BCE e le regole fiscali, o il declino sarà irreversibile.

La storia ha improvvisamente cambiato ritmo. Dopo decenni di apparente stabilità, il mondo è entrato in una fase di accelerazione geopolitica che non ammette più ambiguità né ritardi decisionali. Guerre, riassetti strategici, ritorno della logica delle potenze, frammentazione degli scambi e uso politico della finanza segnano il tramonto definitivo dell’ordine internazionale su cui l’Unione Europea aveva costruito la propria architettura. In questo nuovo contesto, l’Europa appare drammaticamente inadeguata, prigioniera di un modello concepito per un’epoca che non esiste più.
Le trasformazioni in atto non sono episodi transitori, ma manifestazioni di un mutamento strutturale dell’equilibrio mondiale. Stati Uniti, Cina, Russia e grandi economie emergenti hanno da tempo imboccato la strada di politiche economiche funzionali alla proiezione di potenza, in cui strumenti monetari, fiscali e industriali operano in modo coordinato a supporto della loro sovranità e soprattutto dei loro interessi. L’Unione europea, al contrario, continua a muoversi come se la neutralità delle regole potesse sostituire la politica, e come se il mercato, lasciato a sé stesso, fosse in grado di garantire crescita, coesione e sicurezza.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi venticinque anni l’area euro è stata relegata a fanalino di coda della crescita mondiale. Un declino relativo ma persistente, che non può essere attribuito a carenze strutturali di capitale umano o tecnologico, bensì a un impianto economico e normativo che ha sistematicamente compresso la domanda, scoraggiato gli investimenti e penalizzato l’intervento pubblico. La stabilità è stata elevata a feticcio, mentre la crescita è stata trattata come una variabile residuale.
Questo assetto affonda le proprie radici nel Trattato di Maastricht, figlio di un contesto storico dominato dal timore dell’inflazione e dall’illusione che l’integrazione monetaria, da sola, potesse generare convergenza reale. Ma la storia economica insegna che nessuna unione monetaria può sopravvivere senza un adeguato governo economico e senza strumenti di compensazione degli squilibri. L’Europa ha invece scelto la via opposta: ha istituzionalizzato regole rigide, trasformando mezzi contingenti in dogmi permanenti.
La geopolitica, tuttavia, non tollera immobilismi. In un mondo in cui l’energia, le materie prime, la tecnologia e la finanza sono diventate armi strategiche, l’autolimitazione europea si traduce in vulnerabilità sistemica. L’assenza di una vera politica industriale, la frammentazione fiscale e l’ossessione per i vincoli hanno progressivamente eroso la sovranità economica del continente, rendendolo dipendente da decisioni prese altrove.
In questo quadro, la ridefinizione del mandato della Banca Centrale Europea non è più rinviabile. Una banca centrale che persegue quasi esclusivamente la stabilità dei prezzi, ignorando crescita, occupazione e stabilità finanziaria complessiva, finisce per accentuare le divergenze interne e indebolire l’Unione nel suo insieme. La moneta non è un fine, ma uno strumento; e quando lo strumento viene assolutizzato, il sistema si inceppa.
L’Unione europea è dunque giunta a un bivio storico. O prende atto dell’obsolescenza del proprio impianto normativo ed economico e avvia una riforma profonda e rapida, oppure accetta il rischio di una marginalizzazione irreversibile. Questa è l’ultima chiamata: non per salvare un’idea astratta di Europa, ma per restituire al continente la capacità di governare il proprio destino in un mondo che non aspetta chi resta fermo.
Antonio Maria Rinaldi
Domande e risposte
Perché l’Europa cresce meno di USA e Cina? Il rallentamento europeo non è dovuto a mancanza di capacità o tecnologia, ma a un impianto normativo errato. Mentre le altre potenze usano la politica monetaria e fiscale per sostenere la crescita e la sovranità, l’UE si è focalizzata quasi esclusivamente sul rispetto di regole rigide di bilancio e sul controllo dell’inflazione. Questo approccio ha compresso la domanda interna e scoraggiato gli investimenti pubblici necessari per competere a livello globale.
Cosa c’entra il Trattato di Maastricht con la crisi attuale? Il Trattato di Maastricht è stato concepito in un’epoca storica diversa, dominata dalla paura dell’inflazione, e ha istituzionalizzato regole rigide che oggi risultano obsolete. Ha creato un’unione monetaria senza un vero governo economico e senza strumenti per compensare gli squilibri tra i vari stati membri. Questo ha trasformato mezzi tecnici in dogmi immutabili, impedendo all’Europa di reagire con flessibilità alle nuove sfide geopolitiche ed economiche.
Quale soluzione propone Rinaldi per evitare il declino? La soluzione principale è una riforma radicale del mandato della Banca Centrale Europea (BCE). La BCE non dovrebbe limitarsi a perseguire la stabilità dei prezzi, ma dovrebbe avere tra i suoi obiettivi anche la crescita economica, l’occupazione e la stabilità finanziaria complessiva, similmente alla Federal Reserve americana. Inoltre, è necessaria una vera politica industriale comune che superi la frammentazione fiscale e permetta all’Europa di agire come una potenza sovrana.








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