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L’UE, oltre a non essere all’altezza dei propri compiti, ha dimostrato di essere anche ignorante: il caso della Biennale di Venezia

La Commissione UE minaccia di tagliare i fondi alla Biennale di Venezia per la mancata esclusione del Padiglione russo. Un’ingerenza burocratica che confonde la geopolitica con la cultura: l’analisi del cortocircuito europeo.

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C’è un punto oltre il quale la politica smette di essere tale e diventa caricatura. La recente presa di posizione della Commissione Europea nei confronti della Biennale di Venezia rappresenta esattamente quel punto di non ritorno.

Secondo quanto emerso, una lettera – espressione diretta di Bruxelles – avrebbe contestato la scelta del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di non escludere la presenza russa dalla rassegna. Il motivo? I finanziamenti europei destinati anche a questa manifestazione culturale.

Siamo dunque arrivati al paradosso: chi finanzia pretende di dettare non solo le regole amministrative, ma persino i confini della cultura. È una deriva che non ha nulla di europeo, ma molto di ideologico e, soprattutto, di profondamente illiberale.

Perché qui non si tratta di geopolitica. Nessuno mette in discussione la condanna della guerra o delle aggressioni internazionali. Ma confondere un conflitto con la cancellazione di una cultura significa compiere un salto logico tanto grave quanto pericoloso. Significa, in sostanza, non capire cosa sia la cultura.

Davvero si può pensare di cancellare dalla storia le opere di Pëtr Il’ič Čajkovskij? O di ignorare la grande letteratura russa, da Dostoevskij a Tolstoj, come se fosse un sottoprodotto della contingenza politica? È una pretesa che sfiora il ridicolo, se non fosse tragicamente rivelatrice.

Ed è proprio qui che emerge, in modo inequivocabile, la vera natura del problema. La Commissione Europea – e più in generale le istituzioni dell’Unione – hanno dimostrato ormai, senza possibilità di equivoco, non solo di non saper gestire né politicamente né tecnicamente la conduzione dell’Unione, ma anche qualcosa di ancora più grave: di essere ignoranti. Ignoranti nel senso più autentico del termine, dal verbo ignorare. Ignorano completamente il ruolo aggregatore, universale e insostituibile che la cultura ha sempre avuto e sempre avrà nell’animo del genere umano.

La cultura non è un accessorio negoziabile. È ciò che resta quando la politica fallisce. È ciò che unisce quando tutto il resto divide. Ed è proprio nei momenti di conflitto che dovrebbe essere difesa con maggiore forza, non sacrificata sull’altare di un moralismo superficiale.

L’Unione Europea, con questa iniziativa, mostra ancora una volta una pericolosa confusione tra strumenti e fini. Incapace di affrontare con efficacia le grandi crisi – si pensi alla gestione energetica o alle contraddizioni strutturali della propria governance – finisce per rifugiarsi in battaglie simboliche che hanno il sapore della censura.

E qui il problema si fa più profondo. Perché vietare, escludere, cancellare in base alla nazionalità non è solo un errore politico: è un segno di arretratezza culturale. È la negazione di quell’universalismo che l’Europa ha sempre rivendicato come proprio tratto distintivo.

Se si accetta il principio che la cultura possa essere filtrata in base agli equilibri geopolitici del momento, allora nessuno è più al riparo. Oggi tocca alla Russia, domani a chiunque sia considerato “scomodo”. È una logica da provincialismo globale, non da civiltà avanzata.

In questo senso, la vicenda della Biennale non è un episodio marginale. È un sintomo. Il sintomo di un’Europa che, nel tentativo di affermare una presunta superiorità morale, finisce per smarrire le basi stesse della propria identità.

Perché qui non siamo più di fronte a un errore politico, ma a qualcosa di più profondo: una regressione culturale. Un’Europa che pretende di selezionare la cultura in base alle convenienze del momento non è più un faro di civiltà, ma un apparato che censura. E quando la cultura viene censurata, non è la Russia, come in questo caso a essere colpita, è l’Europa che si autocondanna all’irrilevanza.

E allora la verità, per quanto scomoda, è una sola: un’Unione Europea che ignora la cultura, che la piega alla propaganda e che la subordina alla politica contingente, non è solo inefficiente. È pericolosamente distante da ciò che dovrebbe rappresentare. E soprattutto, ha smesso di essere Europa.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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