Cultura
L’italiano: una lingua nata scritta, figlia di una lunga eccezione storica (di Antonio Maria Rinaldi)
L’italiano: l’unica lingua moderna nata a tavolino che ha sfidato i secoli. L’analisi di A.M. Rinaldi.

Per comprendere appieno questa anomalia, occorre risalire molto indietro, fino al mondo romano. Già nell’antichità esisteva una netta frattura tra il latino classico, lingua della cultura, dell’amministrazione, della retorica e del diritto, e il latino volgare, parlato quotidianamente dal popolo. Il latino di Cicerone, di Cesare, di Virgilio non era la lingua della strada, ma una lingua altamente formalizzata, appresa attraverso lo studio, governata da regole rigorose e da una tradizione letteraria consolidata. Accanto a essa, e spesso ben distante, viveva un latino parlato molto più fluido, variabile, locale, destinato a evolversi nel tempo in direzioni diverse.
Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, questa frattura non si ricompone. Al contrario, si approfondisce. Il latino colto sopravvive come lingua della Chiesa, della cultura scritta, della scienza e del diritto; il latino parlato, invece, si frammenta progressivamente in una molteplicità di volgari regionali. In altre parti d’Europa, uno di questi volgari finisce per imporsi come lingua comune, accompagnando la formazione di uno Stato unitario. In Italia ciò non accade. La frammentazione politica si riflette in una frammentazione linguistica altrettanto marcata.
È in questo contesto che nasce l’italiano, ed è qui che si manifesta la sua singolarità. Quando, tra il Trecento e il Cinquecento, si afferma una lingua letteraria comune, essa non deriva dall’uso vivo di una comunità, ma da una scelta culturale consapevole. Dante, Petrarca e Boccaccio non codificano il parlato di una città, ma costruiscono un modello ideale, elevato, fondato su un volgare selezionato e raffinato. Con Pietro Bembo, nel XVI secolo, questo modello viene addirittura normato e canonizzato: il fiorentino trecentesco diventa la lingua “giusta”, indipendentemente da come si parli realmente nelle città italiane.
Da questo momento in poi l’Italia conosce una situazione del tutto peculiare: possiede una lingua nazionale senza possedere una nazione, e soprattutto senza che quella lingua sia realmente parlata dal popolo. Per secoli l’italiano resta lingua dei libri, dell’amministrazione colta, della corrispondenza tra élite. Nel frattempo, nelle strade e nelle case si continuano a parlare dialetti profondamente diversi tra loro. Un romano dell’Ottocento, un milanese, un napoletano o un siciliano difficilmente si sarebbero compresi parlando spontaneamente. Solo il ricorso all’italiano “alto”, appreso a scuola o attraverso i testi, consentiva una comunicazione efficace.
È qui che l’italiano rivela tutta la sua unicità. A differenza del francese, dell’inglese o dello spagnolo — lingue nate dall’evoluzione diretta di un parlato dominante — l’italiano compie il percorso inverso: nasce come lingua scritta, colta, sovraregionale, e solo molto tardi diventa lingua parlata di massa. Non è il popolo a forgiare la lingua; è la lingua a formare, lentamente, il popolo.
Questo spiega anche un altro fenomeno straordinario: la sorprendente stabilità dell’italiano nel tempo. Poiché per secoli è stato usato soprattutto nella scrittura, esso ha subito meno l’erosione del mutamento quotidiano. Un testo del Cinquecento, o persino del Quattrocento, è ancora oggi ampiamente comprensibile a un lettore istruito. Poche lingue europee possono vantare una continuità simile.
L’italiano, in definitiva, non è soltanto una lingua nazionale: è il risultato di una lunga sedimentazione culturale, di una scelta consapevole che ha privilegiato la forma, la misura, la tradizione. È una lingua che nasce dalla cultura e solo in seguito diventa lingua del popolo. Ed è proprio in questa origine anomala, in questa inversione storica rispetto al resto d’Europa, che risiede il suo fascino più profondo e la sua irripetibile unicità.
Antonio Maria Rinaldi
Domande e risposte
Perché l’italiano è considerato un’eccezione rispetto alle altre lingue europee? L’eccezionalità dell’italiano risiede nella sua genesi “inversa”. Mentre lingue come il francese o lo spagnolo si sono affermate come evoluzione naturale di un dialetto parlato che, grazie all’unità politica, è diventato lingua nazionale, l’italiano è nato come codice scritto. È stato selezionato e codificato da intellettuali e letterati (Dante, Bembo) secoli prima che l’Italia diventasse uno Stato unitario. Non è nato dalla pratica quotidiana del popolo, ma da un progetto culturale d’élite.
Qual è il vantaggio di una lingua nata “scritta” e non parlata? Il vantaggio principale è la straordinaria stabilità nel tempo. Le lingue vive, usate quotidianamente da masse di persone, tendono a mutare velocemente, erodendosi e trasformandosi. L’italiano, essendo rimasto per secoli confinato all’uso letterario e amministrativo, è stato “protetto” da questi mutamenti rapidi. Questo permette a un italiano moderno di leggere e comprendere testi del Quattrocento o del Cinquecento con una facilità che non ha eguali in altre lingue europee, dove testi così antichi risultano spesso incomprensibili senza studi specifici.
Che ruolo hanno avuto i dialetti nella storia d’Italia? I dialetti hanno rappresentato la vera lingua “viva” degli italiani per secoli. Data la frammentazione politica della penisola, la comunicazione quotidiana avveniva esclusivamente tramite i volgari regionali, spesso incomprensibili tra loro (un veneto e un campano non si capivano). L’italiano “alto” fungeva da lingua franca solo per le classi colte e per lo scritto. Solo con l’Unità d’Italia, e molto lentamente, l’italiano ha iniziato a sostituire i dialetti come lingua parlata di massa, processo conclusosi pienamente solo nel XX secolo.








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