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L’Italia può crescere solo respingendo i vincoli EMU e sviluppandosi su due gambe: domanda e intervento industriale. Il resto è fuffa.

 

 

Un interessante documento economico è stato pubblicato da “The naked Capitalism” e ringrazio @giuslit per averlo fatto notare. Giustamente il suo tweet si intitola “Come mandare in rovina un paese in tre decenni”. Noi proferiamo intitolare la presentazione su un piano propositivo, cioè quale dovrebbe essere il cammino per tornare alla crescita.

Quale è stato il percorso dell’Italia negli ultimi 30 anni, basandoci sui dati? Sino alla metà degli anni novanta l’Italia godeva di una crescita economica relativamente robusta, che aveva progressivamente condotto il suo PIL pro capite  al livello dii quello francese, come si uò vedere dalla seguente figura, dove vengono mostrati il rapporto fra PIL pro capite italiano e quello francese (blu) e dei principali 4 paesi europei (arancio)

Cosa succede nel 1996 che viene ad invertire un cammino di completa integrazione nel benessere occidentale apparentemente non modificabile? Dopo la firma del trattato di Maastricht abbiamo una crisi forte del sistema capitalistico italiano e dopo la metà degli anni novanta tutti gli indicatori vanno verso il brutto. Tutto questo nonostante, o forse anche per, una continua politica di austerità che viene imposta al nostro paese nel miraggio di raggiungere gli altri paesi dal punto di vista degli indicatori finanziari. Dal 2995 al 2008 i governi italiani che si succedono costruiscono dei SURPLUS primari medi (al netto degli interessi) dell’ordine del 3% annuo, mentre la Francia costruisce dei DEFICIT medi dello 0,1%. Chiaro che, con tale politica restrittiva, il cammino dell’Italia inizi a divergere rispetto agli altri paesi europei. Mentre la Francia ebbe il permesso di fare ciò che voleva, all’Italia questa possibilità fu negata.

Però non è solo un problema che emerse dopo la metà degli anni novanta. Alla costituzione del trattato di Maastricht i maggiori problemi per l’Italia erano visti nell’inflazione elevata e nel progressivo eccessivo sviluppo delle paghe reali del lavoro dipendente. Però l’Italia non aveva nè una paga minima, oraria o mensile, nè  un sistema diffuso di assicurazione contro la disoccupazione. Solitamente i paesi che abbandonano la piena occupazione come obiettivo per sostituirlo con il contenimento del’inflazione predispongono strumenti di tutela adatti affinchè le riforme non provochino eccessivi disagi sociali e spirali recessive. In Italia invece non c’erano nè una nè l’altra, e questo sino alla definizione del reddito di cittadinanza, cioè fino ad oggi. I risultati sono i seguenti )paghe reali comparate orarie dei 4 principali paesi UE e dell’Italia)

Il risultato dell cambio di paradigma politico è nei numeri. Se la crescita delle remunerazioni reali per dipendente fu dello 3,2% dal 1960 al 1992, in media, questo valore precipitò allo 0,1% dal 1992 al 1999, peer poi stabilizzarsi sullo 0,6% dal 1999 al 2008. Se calcoliamo la media dal 1992 al 2008 questa è dello 0,35%, cioè la metà dell’area euro (0,7% annuo) e della Francia (0,9% annuo) e perfino della Geermania (0,4% annuo). Pensare che questa scelta non abbia potuto avere ricadute sulla domanda interna o sula produttività è impensabile.

Il crollo della domanda interna, unito aanche ad un sistema più frammentato ed alla distruzione del sistema di investimenti pubblici costituito dall’IRI ha fatto però cadere la produttività italiana: da un lato non ci sono, per la grande industria, le economie di scala da domanda interna e la possibilità di poter periodicamente riacquistare competitività tramite le svalutazioni, dall’altro la piccola azienda italiana non ha costruito un tessuto abbastanza forte da potersi proporre all’estero in modo adeguato. Gli organi di coordinamento delle piccole aziende, i cosiddetti “Corpi intermedi” hanno fallito, tutti o quasi, e si sono tramutati in rendite di posizione piuttosto parassitarie o in puri organismi lobbistici. (produttività del lavoro oraria)

Quindi abbiamo due problemi:

  • bassi redditi, bassi consumi interni;
  • produttività in calo, per un insieme di fattori.

L’attuale governo ha puntato, tramite l’alleggerimento fiscale ed il Reddito di Cittadinanza, ad un miglioramento dal punto di vista della distribuzione del reddito disponibile, ma queste politiche sono state sinora molto timide. C’è una macchina che va in direzione esattamente opposto, ed è molto complesso farle invertire la marcia, senza considerare che trenta anni di ordoliberismo hanno creato dei preconcetti economici infondati, ma difficili da cancellare, anche perchè scritti in norme insensate, ma sovranazionali. Inoltre questa lieve spinta reddituale non viene a compensare nel breve la mancanza di produttività Peer superare questo ostacolo sarebbe necessario una forte politica di investimenti e di ricerca, il ritorno, anche parziale, a quello che Mariana Mazzuccato definisce “Lo stato imprenditore”, per effettuare quegli investimenti di medio-lungo termine che le aziende private non  vogliono fare.

Tutte queste politiche peròò richiedono il superamento dei vincoli di bilancio europei, che azzoppano ogni possibilità di ripresa italiana. La commissione insiste in modo ossessivo con il nostro paese per il mantenimento di questi vincoli a livello quasi religioso, per il timore che un evento poco probabile, il default dell’Italia, possa condurre ad una minaccia per tutto il sistema europeo, senza rendersi conto che perseguire con le politiche di austerità può portare ad un evento disastroso di carattere sociale e politico più probabile di un default.

Quindi la ripresa economica, politica e sociale dell’Italia può passare solo su tre passi:

  • la liberazione dai vincoli più stretti ed insensati di carattere europeo;
  • il miglioramento ed affinamento della politica dei redditi;
  • una forte iniziativa di investimenti e ricerca del settore pubblico.

Tre passi legati e necessari, senza i quali un default economico e sociale diventa sempre più probabile.


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