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L’ITALIA IN ATTESA DELLA “LIVELLA”

Anche le malattie non curate hanno un esito

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Le persone ragionevoli che si interessano dell’Italia tornano instancabilmente al problema dei problemi: come si esce dall’attuale crisi e come si traghetta la nazione da un modello socio-economico che non funziona ad uno che sia positivo e durevole. Infatti, se non si trova un rimedio alla malattia, la malattia il rimedio lo troverà da sé. Se non proprio facendo morire il malato, facendolo alzare dal letto a calci per mandarlo a lavorare in miniera. L’attuale situazione italiana non può durare indefinitamente. Dunque sarebbe bene cercare una via d’uscita – quale che ne sia il costo – prima che un improvviso collasso non ci permetta poi di governare gli avvenimenti.

Una nazione vive una crisi interminabile quando il suo modello non è più adeguato alla realtà. Immaginiamo un Paese che benefici di una monocultura: se la concorrenza comincia a vendere un prodotto che ha le stesse caratteristiche e costa la metà o un terzo, le conseguenze saranno drammatiche. Anche se i cittadini sono capaci di riconvertirsi ad altre attività produttive, e perfino se sono disposti ad accettare un notevole abbassamento del livello di vita, per ritrovare un equilibrio avranno bisogno di tempo.

Il modello socio-economico di un Paese non è valido o sbagliato in sé, ma in rapporto alle condizioni obiettive. La rivoluzione industriale dette alla Gran Bretagna un vantaggio tecnologico sul resto del mondo, ma se quella nazione si fosse ostinata a contare sulla superiore qualità dei suoi filati o delle sue locomotive, quando quella tecnica era divenuta patrimonio di molti altri Paesi, avrebbe commesso un errore molto costoso. Se essa è ancora oggi un grande Paese è perché gli inglesi hanno saputo diversificare la loro produzione, adattandosi al mercato attuale.

Il caso italiano invece sembra senza speranza perché il nostro modello è stato concepito nella seconda metà del XX Secolo, quando l’incremento produttivo e demografico copriva molte magagne e perdonava molti errori, e noi non vogliamo cambiarlo oggi che la situazione è molto mutata. L’euro ha un valore troppo alto e quasi ci impedisce di esportare; i prodotti stranieri, di buona qualità e di basso costo, invadono i nostri mercati e fanno chiudere le nostre imprese; la demografia è ferma e ci sono troppi pensionati rispetto ai lavoratori produttivi; lo Stato ha troppi compiti e ne deriva una fiscalità di rapina; le leggi sul lavoro sono adatte ad un mondo in cui i dipendenti potevano fare i difficili mentre la disoccupazione attuale dovrebbe indurre tutti a più miti consigli; abbiamo un sistema giudiziario tanto inefficiente da rasentare la denegata giustizia sistematica; infine abbiamo un’invadenza dell’ordine giudiziario che condiziona, non sempre per il meglio, la vita politica ed economica del Paese. Ce n’è abbastanza per dire che bisognerebbe cambiare registro. Ma come farlo?

La nostra uscita dall’eurozona, a quanto dicono molti competenti, sarebbe una soluzione drammatica, se non tragica. Ma si dimentica che essa potrebbe esserci imposta da avvenimenti incontrollabili, per esempio un attacco delle Borse: e dunque sarebbe ragionevole vedere quali provvedimenti si possono adottare, in questo momento di calma, per pilotare il nostro Paese verso una diversa formula socio-economica. Ma nessuno osa avanzare proposte adeguate alla realtà. E se qualcuno lo fa, ha tutti contro.

E allora bisogna rassegnarsi. È vano che Matteo Renzi parli dalla mattina alla sera di riforme, perché quelle capaci di salvare il Paese non può nemmeno proporle. Per questo ci gingilliamo con sciocchezze come gli ottanta euro in più al mese a pochi lavoratori: non tutti, si badi, e non i pensionati a meno di mille euro al mese, che da soli sono già sette milioni. Né importano le riforme del Senato o della legge elettorale, che per l’economia contano zero. Per la disoccupazione da un lato c’è chi parla di “investimenti dello Stato” (cioè di operazioni improduttive a carico di contribuenti già esausti), dall’altro si dimentica che se continuano a sbarcare immigranti è perché gli italiani non cercano un lavoro ma un “posto”. Un’occupazione che non costringa ad alzarsi alle tre o alle quattro del mattino: ragione per la quale i fornai non trovano lavoranti. O li trovano, ma con la pelle scura. Abbiamo deriso Hitler e il suo Herrenvolk, ed ora il popolo di signori siamo diventati noi. Purtroppo, a poco a poco la “livella” della crisi ci costringerà ad ammettere che non siamo diversi da quelli che consideriamo inferiori. È vero che non si può andare contro l’opinione dell’intera nazione. Ma nel frattempo la bomba fa tic tac.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

5 aprile 2014

 

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