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L’inganno perfetto: la Bulgaria nell’euro, l’UE applaude, poi arriva la procedura d’infrazione
Sei mesi dopo l’ingresso trionfale nell’eurozona, Sofia si trova sotto procedura per deficit eccessivo. Tra dati falsificati, un governo euroscettico che denuncia il “trucco” e una Commissione che aveva chiuso entrambi gli occhi.

Il 1° gennaio 2026, Bruxelles brindava all’ingresso della Bulgaria nell’eurozona. Ventunesimo membro del club della moneta unica, accolto con fanfare e dichiarazioni solenni sull’importanza storica del passo. A sei mesi di distanza, l’incantesimo si è rotto. La Commissione Europea ha proposto l’apertura di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Un record imbarazzante: mai un paese era entrato nell’euro per finire sotto procedura correttiva nel giro di pochi mesi. Vuol dire che qualcosa non era corretto all’entrata.
La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un paese giudicato idoneo a gennaio sia già fuori parametri a giugno? E perché l’UE, che pure aveva applaudito, ora fa finta di stupirsi?
I numeri (scomodi) che nessuno voleva vedere
Secondo le previsioni economiche di primavera della Commissione, il deficit bulgaro raggiungerà il 4,1% del PIL (alcune fonti danno dati perfino maggiori, di ben il 5,7%) nel 2026 e il 4,3% nel 2027. La soglia del 3% fissata dal Patto di Stabilità è stata ampiamente superata. Ma il dato più imbarazzante per Bruxelles è un altro: il deficit era già al 3,5% nel 2025 , l’anno prima dell’adozione dell’euro.
Eppure, quando la Commissione raccomandò l’ingresso della Bulgaria nell’eurozona a giugno 2025, stimava un deficit al 2,8% sia per il 2025 che per il 2026. Un errore di valutazione che oggi appare quantomeno sospetto, anche perché fatto a novembre 2025. Il commissario Valdis Dombrovskis ha ammesso che il dato del 2025 includeva spese per la difesa escluse dal calcolo, ma ha dovuto riconoscere che “per il 2026, il livello del deficit non è più interamente spiegato da spese aggiuntive per la difesa”. Traduzione: la scusa non regge più.
La Bulgaria è entrata nell’euro con dati che, a posteriori, si rivelano clamorosamente sbagliati. E la Commissione, che avrebbe dovuto verificare, ha firmato il nullaosta. Come ha osservato Eunews, “qualcosa non ha funzionato” nel processo decisionale che ha portato all’ingresso di Sofia. Un eufemismo.
“Hanno mentito per spingere la Bulgaria nell’euro”
A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato il nuovo primo ministro Rumen Radev, leader del partito populista di sinistra “Bulgaria Progressista”, eletto ad aprile con la prima maggioranza monocolore degli ultimi trent’anni. Radev, ex presidente e politico filorusso dichiaratamente euroscettico, ha accusato senza mezzi termini il precedente governo di centrodestra di aver manipolato i dati fiscali per far accedere la Bulgaria all’Euro!
“Hanno mentito per spingere la Bulgaria nell’euro”, ha dichiarato ai giornalisti al rientro da Bruxelles. Secondo Radev, il deficit del 2025 era “ben al di sopra del 3%” nonostante i tentativi di nasconderlo. Ha parlato di “negligenza, incompetenza, volontarismo, populismo e cattiva gestione finanziaria”, accusando il governo uscente di aver decapitalizzato le imprese statali, gonfiato gli appalti pubblici e ritardato i pagamenti per mascherare il vero stato dei conti.
L’ex ministro delle Finanze Temenuzhka Petkova (GERB) ha respinto le accuse, sostenendo che la procedura riguarda i rischi del 2026, non il dato del 2025, e che il deficit di quell’anno era stato contenuto grazie alla clausola di flessibilità per le spese militari. Ma la sua difesa suona debole: se i conti erano in ordine, perché le previsioni per il 2026 mostrano un buco del 4,1%?
La politica entra in scena (e Bruxelles trema)
La procedura d’infrazione arriva in un momento politico delicatissimo. Radev, da presidente, aveva proposto un referendum sull’euro mai tenuto, strumentalizzando i timori della popolazione. Ora, da premier, ha ereditato un paese che ha adottato la moneta unica suo malgrado e si trova a dover gestire un deficit fuori controllo e l‘inflazione più alta dell’eurozona.
La coincidenza è perfetta per il suo racconto politico: lui è il salvatore che denuncia l’inganno dei precedenti governi filo-europei, Bruxelles è il cattivo che ora punisce la Bulgaria per colpe altrui. “Faremo di tutto per riportare il bilancio su parametri normali”, ha promesso, pur ammettendo che non sarà facile.
La sua strategia è chiara e più che giustificabile: usare la procedura d’infrazione come prova che l’UE non è l’alleato affidabile che dice di essere, che l’ingresso nell’euro è stato un errore imposto dall’alto, che la sovranità nazionale è stata svenduta per un abbraccio di Bruxelles che oggi si rivela una morsa.
Chi ha davvero sbagliato?
Di fronte a questo scenario, l’osservatore neutrale si chiede: la colpa è del governo bulgaro che ha “dopato” i dati, o della Commissione che ha chiuso un occhio pur di allargare l’eurozona?
La risposta, probabilmente, è entrambe. Sofia ha fatto abbellimento dei conti, Bruxelles ha fatto finta di non vedere, e tutti si sono infischiati del popolo e hanno evitato di fare un referendum. L’ingresso della Bulgaria nell’euro era un obiettivo politico troppo importante per essere lasciato cadere per qualche decimale di deficit, salvo poi rinfacciarlo a pochi mesi di distanza, magari perché il governo Radev non è euroentusiasta.
Il risultato? Un paese che ora deve affrontare una procedura di infrazione, con monitoraggio stretto, limitazioni alla spesa pubblica e possibili sanzioni. In poche parole, meno sovranità, meno margine di manovra, più Bruxelles nel bilancio di Sofia. Esattamente ciò che gli euroscettici denunciano da anni.
L’UE e il suo doppio standard
C’è poi un’altra questione che brucia. L’Italia è sotto procedura per deficit eccessivo da anni, eppure nessuno mette in discussione la sua permanenza nell’euro. La Francia, l’Ungheria, la Polonia sono nella stessa barca. Ma quando a sforare è un paese dell’Est, appena entrato, si scatena l’inferno burocratico.
La procedura contro la Bulgaria arriva a pochi giorni dallo sblocco di 370 milioni di euro dai fondi Recovery, mentre altri 3 miliardi restano congelati in attesa di riforme giudiziarie. Un chiaro messaggio: l’UE tiene la Bulgaria al guinzaglio, alternando carote e bastoni, un sistema che di democratico, francamente, ha ben poco.
L’inganno perfetto
La Bulgaria è entrata nell’euro con dati falsati o, per usare un eufemismo, “ottimistici”. La Commissione ha approvato l’ingresso senza fare i dovuti controlli. Sei mesi dopo, i conti sono tornati a galla e la procedura d’infrazione è partita. Il nuovo governo euroscettico, che aveva avvertito, ora può dire “ve l’avevo detto”.
La storia della Bulgaria nell’euro è una metafora perfetta dell’UE: un progetto politico che insegue traguardi simbolici (allargare l’eurozona) senza curarsi dei numeri reali, per poi punire i paesi quando i numeri, inevitabilmente, tornano a galla. Un circolo vizioso in cui a pagare sono sempre i cittadini, stretti tra l’arroganza di Bruxelles e l’opportunismo dei governi locali.
L’ingresso della Bulgaria nell’euro è stato applaudito. Ma gli applausi, si sa, durano poco. I debiti, invece, restano.








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