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L’Europa che arriva sempre dopo: il suicidio strategico sulle materie prime
L’Europa corre ai ripari sui minerali critici chiedendo aiuto agli USA: un’ammissione di fallimento dopo decenni di miopia industriale che hanno consegnato la transizione green nelle mani della Cina.

La proposta dell’Unione Europea di avviare una partnership con gli Stati Uniti sui minerali critici per “contenere” l’influenza cinese non rappresenta una svolta strategica, ma l’ammissione tardiva di un fallimento profondo. Un fallimento maturato nell’arco di almeno venticinque o trent’anni, durante i quali Bruxelles ha scientemente rinunciato a dotarsi di una visione industriale, geopolitica e strategica degna di questo nome. Senza controllo sulle materie prime, sulle terre rare e sulle filiere industriali strategiche, non esiste solidità economica, né autonomia politica, né credibilità internazionale.
Mentre l’Europa si rifugiava nella retorica del mercato unico e della concorrenza “pura”, la Cina costruiva con metodo una strategia di dominio lungo l’intera catena del valore: estrazione, raffinazione, trasformazione, logistica, componentistica. Pechino ha investito con coerenza, acquisendo miniere in Africa, America Latina e Asia centrale, assicurandosi forniture stabili e un potere di condizionamento geopolitico crescente. L’Unione Europea, al contrario, ha smantellato ogni presidio industriale in nome di dogmi ideologici: delocalizzazioni incentivate, dismissioni strategiche, vincoli ambientali asimmetrici e una demonizzazione sistematica dell’industria pesante, il tutto accompagnato da una colpevole assenza di politiche di sicurezza degli approvvigionamenti.
Il risultato è una dipendenza strutturale che oggi investe settori chiave: elettronica avanzata, aerospazio, difesa, energie rinnovabili, batterie, semiconduttori. Una dipendenza che non è stata solo sottovalutata, ma attivamente amplificata dalle stesse scelte europee in materia di transizione green. Il Green Deal, concepito come progetto ideologico più che industriale, ha moltiplicato il fabbisogno di materie prime critiche senza che la Commissione si preoccupasse minimamente di garantire all’Europa l’accesso stabile a tali risorse.
Il caso dell’auto elettrica è emblematico. Bruxelles ha imposto tempi e obiettivi irrealistici alla riconversione dell’automotive, ignorando deliberatamente che l’intera filiera delle batterie è saldamente controllata dalla Cina. Ma la dipendenza non si limita a litio, cobalto, nichel e grafite. La transizione verso il veicolo elettrico richiede quantità crescenti di rame — indispensabile per motori, cablaggi e infrastrutture di ricarica — oltre a manganese, terre rare per i magneti permanenti, alluminio, silicio e materiali compositi e rinforzativi avanzati utilizzati nei componenti strutturali e nelle celle di accumulo.
Su tutti questi snodi la posizione europea è drammaticamente fragile: raffinazione del rame, chimica dei materiali, lavorazione dei compositi e controllo delle tecnologie intermedie sono ambiti nei quali la Cina detiene posizioni dominanti. Così, nel nome della sostenibilità ambientale, l’Unione Europea ha costruito una transizione industriale fondata su input strategici esterni, accettando una subordinazione tecnologica e geopolitica senza precedenti. Una transizione ecologica basata su catene del valore controllate da altri non è una transizione: è una dipendenza strutturale mascherata da virtù.
Il quadro diventa ancora più allarmante se si guarda al settore della difesa e al dual use. Le stesse materie prime critiche sono indispensabili per sistemi d’arma, elettronica militare, satelliti, radar, droni, cyber e spazio. La rinuncia europea al controllo delle filiere non è solo un errore industriale, ma una vulnerabilità strategica diretta. Un continente che dipende da un competitor geopolitico per i materiali essenziali alla propria sicurezza ha rinunciato, di fatto, a una parte rilevante della propria sovranità.
In questo scenario, la responsabilità politica della Commissione Europea è evidente. Non si tratta di un errore contingente, ma di una linea perseguita con coerenza: sostituire la strategia con la regolazione, l’industria con la burocrazia, la potenza economica con l’illusione normativa. Mentre Stati Uniti e Cina costruivano politiche industriali esplicite, Bruxelles si limitava a produrre direttive, target e vincoli, confidando che il mercato avrebbe risolto tutto.
Arrivare oggi a proporre una “roadmap strategica” con Washington equivale a inseguire gli eventi con anni di ritardo. Le filiere non si ricostruiscono con comunicati stampa né con documenti programmatici. Richiedono capitali, tempo, competenze e soprattutto una volontà politica che l’Unione Europea non ha mai dimostrato di possedere.
Il vero nodo non è la Cina, che ha semplicemente fatto i propri interessi nazionali. Il problema è un’Europa governata da una classe dirigente incapace di pensare in termini di potenza economica, convinta che la dipendenza fosse un dettaglio e non una minaccia. Oggi quella miopia presenta il conto.








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