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L’Euro punta a 1,20 sul Dollaro: la BCE prepara il cappio per l’export tedesco. Che dirà la Schnabell?

L’Euro vola verso 1,20 dollari nel 2026: un disastro annunciato per l’export tedesco, ma i falchi della BCE (Schnabel in testa) applaudono il rigore che uccide l’industria.

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L’Euro ha deciso di festeggiare il 2026 con i fuochi d’artificio, o forse sarebbe meglio dire con un incendio controllato che rischia di sfuggire di mano. Dopo un 2025 che definire “storico” è quasi riduttivo, con un apprezzamento del 13,67% sul biglietto verde, la moneta unica sembra non averne ancora abbastanza. Se Christine Lagarde ha parlato con enfasi di un “momento globale per l’Euro”, le imprese esportatrici del Vecchio Continente, guardando i propri bilanci, hanno probabilmente usato espressioni molto meno diplomatiche.

Ecco la quotazione Euro Dollaro (da Tradingeconomics)

Cambio Euro Dollaro a un anno

La soglia del dolore: quota 1,20

Il consenso degli analisti è ormai quasi unanime: dal terzo trimestre del 2026, l’Euro supererà la soglia psicologica e tecnica di 1,20 dollari. Luis de Guindos, vicepresidente della BCE, ha già suonato l’allarme definendo questo livello “problematico”. E ha ragione. Un Euro così forte non è solo un motivo di orgoglio per i falchi di Francoforte, ma è soprattutto uno shock deflazionistico e una palla al piede per la competitività.

La matematica, crudele come sempre, ci dice che un apprezzamento del 10% dell’Euro si traduce in un calo diretto degli utili aziendali del 2% circa. Non stiamo parlando di teoria economica astratta, ma di realtà che colossi come Volkswagen, Siemens, LVMH e Bayer hanno già toccato con mano nell’ultima trimestrale del 2025.

La Germania apre i cordoni della borsa (finalmente?)

Cosa spinge questa corsa sfrenata della valuta? Paradossalmente, proprio la Germania. Berlino ha finalmente deciso di mandare in soffitta il suo feticcio del “freno al debito” (la Schuldenbremse), un prodotto dell’ipocrisia austra dell’era Merkel. Con un fondo da mezzo trilione di euro per le infrastrutture e l’esclusione delle spese militari dai limiti di bilancio, la Germania inietterà stimoli fiscali massicci nel 2026.

Secondo S&P Global, questo aggiungerà circa mezzo punto percentuale al PIL tedesco. Una notizia che dovrebbe essere positiva, se non fosse che, in un’economia aperta, stimoli fiscali e ripresa attirano capitali, rafforzando ulteriormente la valuta.

Il valzer asincrono delle Banche Centrali

A complicare il quadro ci si mette la divergenza totale tra le due sponde dell’Atlantico:

  • La Federal Reserve (USA): È entrata in un ciclo aggressivo di taglio dei tassi. Con Trump che preme per un dollaro debole e la fine del mandato di Powell a maggio, il mercato scommette su un ulteriore allentamento monetario. I nuovi vertici che entreranno nel 2026 saranno, presumibilmente, molto più “Laschi”.
  • La BCE (Europa): Qui regna l’immobilismo, se non addirittura la voglia di rialzare. Il mercato degli swap prevede tassi stabili o in leggera salita, mantenendo il tasso sui depositi inchiodato al 2% o oltre.

Questo differenziale di rendimento è benzina sul fuoco per l’Euro. Gli investitori vendono dollari che rendono sempre meno per comprare euro che rendono (relativamente) di più.

Il paradosso tedesco: chi è causa del suo mal…

Ed eccoci al punto dolente, quello che su Scenarieconomici amiamo sottolineare. Questa situazione grottesca colpisce in modo asimmetrico le economie europee, come evidenzia questa tabella basata sull’esposizione all’export rispetto al PIL:

PaeseEsposizione all’Export (% del PIL)Impatto Euro Forte
Germania40%Devastante
Spagna/Italia30%-32%Moderato
Francia22%Limitato

La Germania, con il 40% del suo PIL legato all’estero, è la vittima sacrificale perfetta di un Euro a 1,20. Eppure, chi è che spinge per mantenere i tassi alti e la valuta forte? Proprio la fazione “falco” della BCE, guidata da esponenti tedeschi come Isabel Schnabel, che non nasconde le sue ambizioni di succedere alla Lagarde.

Siamo di fronte a un capolavoro di masochismo economico: la Germania politica e monetaria spinge per condizioni (tassi alti) che distruggono la Germania industriale (export). Un dollaro debole e un euro forte rendono le merci tedesche invendibili sui mercati globali, mentre favoriscono la Francia, molto più chiusa in se stessa.

La Schnabel e i suoi colleghi ortodossi sembrano dimenticare che la competitività non si mangia con la retorica della “valuta forte”. Il differenziale di interessi sarà una mazzata per l’export UE, ma è proprio Berlino a volerlo. Come diceva il poeta, o forse il buon senso popolare: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.


Domande e risposte

Perché un Euro forte a 1,20 dollari è considerato un problema per l’economia europea?

Un Euro troppo forte rende i prodotti europei più costosi per gli acquirenti esteri, riducendo le esportazioni. Poiché molte economie dell’Eurozona, specialmente la Germania, dipendono fortemente dall’export per la loro crescita, un calo delle vendite estere si traduce in minori profitti per le aziende, rischio di tagli occupazionali e un rallentamento generale del PIL. Inoltre, un cambio così alto crea pressioni deflazionistiche, rendendo più difficile per la BCE mantenere l’inflazione al livello target ottimale per la crescita.

Qual è il ruolo della politica fiscale tedesca in questo apprezzamento della valuta?

La decisione della Germania di abbandonare di fatto il “freno al debito” e lanciare massicci investimenti in infrastrutture e difesa (stimolo fiscale) aumenta la crescita interna e la domanda. Questo rende l’economia tedesca, e di riflesso quella europea, più attraente per gli investitori internazionali. L’afflusso di capitali esteri che cercano di sfruttare questa ripresa, combinato con i tassi di interesse della BCE relativamente alti rispetto agli USA, porta a un aumento della domanda di Euro, facendone salire il valore.

Perché c’è una divergenza tra le azioni della Federal Reserve e quelle della BCE?

Le due banche centrali si trovano in fasi diverse del ciclo economico. La Fed americana, sotto pressione per l’incertezza politica e un’economia che necessita di stimoli, sta tagliando i tassi per favorire la crescita. La BCE, invece, rimane focalizzata sul controllo dell’inflazione e sulla stabilità, mantenendo i tassi fermi o addirittura ipotizzando rialzi. Questa differenza di rendimento (spread) attira capitali verso l’Europa, dove il denaro “rende” di più, indebolendo il dollaro e rafforzando l’euro.

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