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L’euro ci protegge dai fire sales. Infatti stiamo per (s)vendere altre cinque nostre eccellenze…

Vendesi

L’euro, fra i tanti benefici, secondo la vulgata liberista/eurista ci proteggerebbe dai c.d. fire sales, ovvero dalle vendite a prezzo di saldo di aziende produttive causata dalle difficoltà economiche e finanziarie delle stesse. Il ragionamento è questo: non potendosi svalutare più di tanto ed essendo quindi una moneta forte, l’euro renderebbe costosi e quindi inattuabili i tentativi di acquisizione di aziende dei Paesi in difficoltà, acquisizione che invece una moneta locale, svalutandosi, renderebbe più facile. L’euro quindi proteggerebbe le imprese deboli. Logico no?

NO.

Riporto un articolo di oggi del sito Wall Street Italia:

NEW YORK (WSI) – Pirelli è solo la punta dell’iceberg. L’autunno 2015 di Azienda Italia sarà all’insegna degli addii per alcuni dei big dell’industria made in Italy, che passeranno nelle mani degli stranieri.

Quali sono le società coinvolte nel cambio di guardia?

Come anticipato, si parte da Pirelli, che dirà addio a Piazza Affari quando l’Opa della Marco Polo Industrial Holding, partecipata dalla cinese ChemChina e da Camfin, sarà conclusa. A quel punto, con l’operazione da 5,5 miliardi di euro la Pirelli batterà bandiera cinese, pur mantenendo Marco Tronchetti Provera come amministratore delegato.

Passaggio analogo per Italcementi che, entro fine anno, passerà nelle mani dei tedeschi del gruppo Heidelberg.

Mentre il prossimo 8 settembre, è prevista l’approvazione dell’Agcom e dell’Antitrust necessaria affinché Seat passi all’ egiziano Naguib Sawiris.

Ad allungare la lista, il 31 agosto il gruppo elvetico Dufry ha depositato presso Consob i documenti per acquistare dalla famiglia Benetton la totalità delle azioni World Duty Free, dopo averne rilevato il 50,1% il 24 agosto con un’operazione da 1,3 miliardi di euro.

C’è poi la De Longhi pronta a cedere ai giapponesi della Mitsubishi Electric Corporation la controllata DeLclima con un’operazione da 664 milioni di euro che dovrebbe essere finalizzata entro la fine del mese di novembre.

Questo solo per l’autunno 2015. Qui l’elenco delle cessioni degli ultimi tre anni.

Cosa succede? Succede che più della moneta (che il QE di Draghi e le manovre finanziarie statunitensi hanno comunque svalutato a fine 2014-inizio 2015 rispetto al dollaro) poté la crisi: le aziende italiane hanno sofferto e soffrono del crollo dei consumi interni e della domanda intraUE, per il crollo dei redditi, quando erano già state messe in forte difficoltà dal REER sfavorevole ante crisi, crolli non pareggiati dal debole incremento delle esportazioni extra UE.

Questo era il REER dei Paesi UE fino al 2012, fatto 100 il 1998:

Competitività UE

Andamento della competitività dei prezzi rispetto al resto dell’area dell’euro. Fonte: Camera dei Deputati – analisi annuale della crescita 2011

Come si vede con l’euro abbiamo cominciato a perdere competitività, soprattutto nei confronti del nostro principale concorrente, la Germania, la quale oltretutto ha fatto le famose riforme Hartz che le hanno permesso un vantaggio incolmabile rispetto agli altri Paesi europei. Poi è intervenuta la crisi, la manovra di Monti nel 2012 tendente alla “distruzione dei redditi” (ipse dixit) per il consolidamento fiscale ed il riequilibrio della BdP ed ecco il risultato.

Paradossalmente con l’euro le aziende in crisi non hanno potuto difendersi dalle acquisizioni a buon mercato cosa che invece avrebbero potuto fare con una moneta locale! Infatti una svalutazione provocata dalla debolezza economica relativa dell’Italia avrebbe reso sì più conveniente per un investitore estero acquisire un’impresa italiana, ma questa avrebbe potuto difendersi meglio con il recupero di una competitività di prezzo verso gli altri mercati che le avrebbe permesso di esportare di più ed avere bilanci migliori, sia per evitare la cessione, sia ai fini di una valutazione più elevata del suo valore. Con l’euro invece, non potendo recuperare rispetto ai mercati europei e sicuramente meno rispetto a quelli extra UE, non c’è alcun miglioramento nella competitività di prezzo dei propri prodotti e l’azienda non può uscire dalle difficoltà e può essere acquisita a prezzo di realizzo.

Attenzione! Quelle che vengono acquisite non sono aziende decotte o obsolete, ma sanissime aziende, spesso con un notevole know how aziendale e brevetti esclusivi che solo la crisi della domanda e dei margini di profitto costringe la proprietà a cedere a prezzo conveniente, imprese che, con un’opportuna iniezione di liquidità e con un po’ di restyling organizzativo, magari inserite in filiere più grandi, possono tornare a produrre lauti guadagni, senza contare l’acquisizione delle capacità produttive, che sono spesso la ragione del loro passato successo e già da sole valgono l’acquisto.

L’euro quindi, oltre ad essere causa della crisi avendo provocato un eccesso di debito privato che ha mascherato inizialmente le difficoltà, ma che poi è esploso coinvolgendo banche e quindi Stati, è anche causa dei fire sales che stanno distruggendo il nostro tessuto industriale e lo stanno mettendo in mano ad investitori esteri. Renzi in questo vede la creazione di posti di lavoro (finché durano, vedi Electrolux…), io, più prosaicamente, vedo fiumi di guadagni e profitti che prendono la via della Germania, del Giappone, della Svizzera e persino dell’Egitto.

Sbaglierò io…

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