Europa
L’ennesimo “fate presto” dell’UE per coprire l’inefficenza dei Trattati
L’Europa invoca urgenza e competitività, ma i vincoli dei Trattati restano un freno a mano tirato. Perché il “fate presto” di Bruxelles rischia di essere inutile senza una vera riforma strutturale.

L’Unione Europea sembra aver scoperto, ancora una volta, l’urgenza di agire. Nei vertici, nei documenti, nelle dichiarazioni ufficiali tornano parole come competitività, semplificazione, mercato unico, investimenti comuni. È il linguaggio del “fate presto”, un’espressione che agli italiani suona fin troppo familiare e che, nella storia recente del Paese, ha sempre accompagnato stagioni di governi tecnici, decisioni emergenziali e interventi giustificati dall’assenza di alternative. Anche a Bruxelles, ormai, la politica europea sembra funzionare solo sotto pressione, solo quando il rischio di implosione diventa evidente.
Il problema è che questo riflesso condizionato non è nuovo. È una costante del processo di integrazione europea. Ogni grande avanzamento dell’Unione non è mai stato il frutto di una visione strategica di lungo periodo, ma la risposta a una crisi. E quasi sempre, a posteriori, quei “passi in avanti” si sono rivelati passi indietro, perché costruiti senza mettere in discussione l’impianto che aveva generato l’emergenza stessa.
Il ricorso sistematico al “fate presto” è forse il tratto più rivelatore della crisi del progetto europeo. In teoria, avrebbe dovuto produrre stabilità, convergenza, riforme strutturali. In pratica, non ha prodotto ciò che prometteva. Al contrario, ha spesso amplificato le divergenze, scavato solchi più profondi tra economie forti ed economie fragili, irrigidito rapporti politici e sociali già compromessi. Le decisioni assunte sotto la pressione dell’urgenza, senza una revisione dell’impianto di fondo, non hanno risolto le crisi: le hanno stratificate. Ogni emergenza è diventata il pretesto per rinviare il problema strutturale, trasformando l’eccezione in metodo ordinario di governo.
Il cuore della questione resta invariato: i Trattati su cui poggia l’Unione sono stati concepiti in un mondo che non esiste più. Un mondo di globalizzazione lineare, di stabilità geopolitica relativa, di finanza subordinata all’economia reale, di industria non ancora travolta dalla rivoluzione digitale. Quel disegno presupponeva convergenza spontanea, disciplina come motore di crescita e mercati in grado di autoregolarsi. Oggi ci muoviamo in un contesto opposto: frammentato, competitivo, instabile, dominato da shock ricorrenti, conflitti geopolitici e da una trasformazione tecnologica che ha riscritto modelli produttivi e rapporti di forza.
A questo si aggiunge un paradosso tutto europeo: l’Unione ha dimostrato di essere estremamente efficiente nel regolare ogni aspetto della vita economica interna, ma quasi del tutto inefficace nel confrontarsi con l’esterno. L’Europa si è dotata di un apparato normativo minuzioso, pervasivo, spesso ossessivo, valido all’interno dei suoi confini ma privo di qualunque reciprocità sul piano globale. Gli altri grandi attori internazionali non operano con gli stessi lacci e lacciuoli che l’Unione si è autoimposta. Questo squilibrio ha prodotto il peggior vincolo possibile: un sistema economico iper-regolato che compete in un mercato globale deregolato.
Il risultato è che l’Europa ha finito per penalizzare se stessa. Le imprese europee devono rispettare standard, obblighi, vincoli e procedure che i concorrenti extraeuropei semplicemente non hanno. Non si tratta di tutela della concorrenza, ma di una distorsione strutturale. E troppo spesso questa regolamentazione non nasce da esigenze concrete di efficienza o sicurezza economica, ma da impianti ideologici che scambiano la norma per valore in sé. In questo modo l’Unione ha trasformato la regolazione in un freno alla crescita, anziché in uno strumento di sviluppo.
Emblematico, in questo senso, è il regime sugli aiuti di Stato. Si tratta di un unicum nel panorama globale: nessuna grande area economica impone a se stessa vincoli così stringenti sull’intervento pubblico a sostegno del proprio sistema produttivo. In teoria, queste norme dovrebbero garantire concorrenza leale; in pratica, hanno limitato la capacità di risposta industriale dell’Europa. Ancora più grave è il fatto che tali regole non vengono applicate in modo uniforme: per alcuni Paesi sono interpretate con flessibilità, per altri applicate rigidamente, creando distorsioni interne al mercato unico e alimentando sfiducia reciproca.
Lo stesso schema si ripete nelle crisi. Ogni volta l’Unione reagisce sospendendo le regole che in tempi normali vengono difese come intoccabili. Patto di stabilità, aiuti di Stato, rigidità di bilancio vengono accantonati per evitare il collasso. Ma quasi mai si trae la conclusione logica: se quelle regole devono essere sospese per salvare l’economia reale, allora sono parte del problema. Il “fate presto” europeo serve a guadagnare tempo, non a correggere il modello, e finisce per produrre nuovi squilibri.
A questo si aggiunge il ruolo anomalo della Banca centrale europea, una banca centrale incompleta, priva di un governo del tasso di cambio e con un mandato ristretto alla stabilità dei prezzi. A differenza della maggior parte delle banche centrali del mondo, la BCE non ha tra i suoi obiettivi la piena occupazione e il sostegno alla crescita, con effetti profondi sull’economia reale dell’area euro.
Tutto questo non è frutto di errori tecnici, ma di scelte politiche cristallizzate nei Trattati. Oggi, paradossalmente, queste considerazioni iniziano a emergere anche da figure come Mario Draghi ed Enrico Letta. Ma anche questo risveglio rischia di restare una manifestazione cosmetica di buona volontà se non sarà accompagnato da una revisione radicale dei Trattati. Anche quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, fa eco a queste analisi, come già avvenuto in passato, il risultato concreto è destinato a restare nullo: i Trattati semplicemente non lo consentono.
Continuare a invocare il “fate presto” senza cambiare le fondamenta significa preparare l’ennesimo boomerang. In gioco non c’è un aggiustamento tecnico, ma il destino di oltre 450 milioni di cittadini e di una delle aree economiche più ricche e potenzialmente più forti del mondo. Senza il coraggio politico di riscrivere le regole, l’Europa continuerà a rincorrere le crisi, scoprendo l’urgenza sempre dopo, quando il costo del ritardo sarà ormai irreversibile.







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