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Legge 107/2015: riformazione o deformazione del sistema scolastico? (di Raffaele Salomone Megna)

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A distanza di circa   tre mesi dalla emanazione della legge 107/2015, che titola: “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”, è giunto il momento di porsi la domanda se essa persegua l’obiettivo dichiarato oppure, per una tragica eterogenesi dei fini , pervenga ad altri risultati.

Dai primi riscontri, un vero e proprio experimentum in corpore vili, sembrerebbe che più di una riformazione trattasi di una vera e propria deformazione del sistema nazionale di istruzione.

Non è un ritorno al passato, come rilevato da alcuni, e neanche l’implementazione di un sistema di tipo aziendalistico, come paventato da altri, ma è molto, molto peggio.E’ un modo certo affinché la scuola statale non funzioni più e non possa funzionare mai più, neanche per il futuro.  Parafrasando il Manzoni “Questa scuola non ha da funzionare né ora né mai”. Con la  deformazione la scuola italiana diventa  una specie di Frankestein.

Come il personaggio di Mary Shelley che è costituito da arti provenienti da corpi differenti, così in questa legge si delinea un sistema costituito da tanti pezzi, quali   rigurgiti autoritari di gentiliana memoria, cedimenti al mercato, ammiccamenti alla politica, ingresso nelle aule del capitale privato (in puro stile “stars and stripes”), ma senza che per questo abbia una nuova anima, anzi… L’anima primigenia, quella ricevuta dell’art.3 della nostra Costituzione, scompare e svanisce.

Ove non bastasse, la legge scritta in un pessimo italiano, seppure   intrisa di buonismo di facciata non riesce a nascondere l’arroganza e le menzogne che l’hanno generata. La banalità del male! Ma procediamo con ordine.

Che la legge sia in “re ipsa” un atto di arroganza è indiscutibile. Ci troviamo di fronte ad un solo articolo costituito da 212 commi. Un vero e proprio schiaffo alle prerogative del Parlamento ed a chi pensa che una legge sulla scuola debba essere quanto più condivisa possibile e non espressione di una sola parte o di gruppi di interesse. Che in essa ci sia un revanscismo è sicuramente vero, anzi in certi passaggi riesce a fare peggio del regio decreto 1054 del 1923.

Ad esempio, l’art. 27 della legge Gentile conferiva ai presidi la facoltà di scegliere i docenti nel solo caso delle supplenze, mentre il comma 80 dell’unico articolo della legge 107 estende tale facoltà anche ai docenti di ruolo! Nel contempo, la legge 107 è pervasa da logiche iperliberiste in ottica microeconomica.

La matrice iperliberista si appalesa con il comma 121 (elargizione ai docenti di 500 euro annui come bonus per l’aggiornamento) ed il comma 196 (inefficacia delle disposizioni contrattuali) che esautorano di fatto il sindacato, indebolendo la contrattazione collettiva per perseguire una politica di deflazione salariale.

E’ invece una visione microeconomica il pensare la scuola come una piccola impresa che deve rivolgersi al territorio, per raccogliere proposte e desiderata da porre alla base del piano triennale dell’offerta formativa, che poi sarà semplicemente elaborato dal Collegio dei docenti (della serie “il cliente ha sempre ragione” e “frega il tuo vicino”), vulnerando la libertà d’insegnamento di cui all’ art. 33 della Costituzione.

Altro che scuola istituzione della Repubblica, secondo il pensiero di Piero Calamandrei, a voler essere benevoli qui si vola basso, molto basso. Aspetto non meno pernicioso è la creazione dell’identità digitale dei singoli studenti che frequenteranno la scuola renziana e che conterrà anche tutte le esperienze extracurriculari effettuate dagli stessi. Rinveniamo in essa la realizzazione di un vero e proprio “grande fratello” di orwelliana memoria, che determina d’emblèe il superamento del valore legale del titolo di studio.

Inoltre, nei criteri per la valorizzazione dei docenti (comma 129 punto 3) si coglie l’ennesimo oltraggio all’art. 33 della Carta Costituzionale ed una mortificazione degli stessi docenti. Tali i criteri di valorizzazione, da cui dipenderanno gli incrementi stipendiali, al limite del farsesco e della butade, sono forniti anche dai genitori e dai discenti!

Con il comma 93, invece, i dirigenti scolastici vengono trasformati in dirigibili scolastici. Infatti, i  criteri colà indicati per la loro valutazione sono così vacui ed impalpabili da rasentare il ricatto del vox populi vox dei.

E poi: quis custodiet custodes? Ovviamente la politica per il tramite del direttore scolastico regionale! Il buonismo di maniera fa però prevedere, al   comma 9, perfino  l’uso degli alimenti di filiera corta da impiegarsi nelle mense scolastiche  e   l’educazione  di gender al comma 16.

Tuttavia il buonismo non è in misura sufficiente ad evitare la stesura del comma 131, che dispone il licenziamento di tutto il personale a tempo determinato, docente e non, dopo trentasei mesi di contratto, in spregio di quanto sancisce l’art. 1 della Costituzione.

Per i motivi sopra esposti, la legge 107 non supererà l’esame del tempo e neanche quello delle aule dei tribunali, che verranno aditi in conseguenza del bellum omnium contra omnes, che si scatenerà a breve, a causa di norme contraddittorie, poco chiare e del divide et impera scientemente perseguito. In tanto produrrà danni incredibili.

A questo punto è lecito porsi un’ulteriore domanda: perché mai fare una legge così controversa, affinché la scuola statale non funzioni più ed imploda sotto il peso delle incongruenze, delle incostituzionalità, dei dissidi interni, delle aporie e delle ubbie?

Proverò a dare una risposta, partendo da una considerazione: la scuola statale sino ad oggi ha fornito magna pars della classe dirigente italiana.

Nel 1992, con un blitz giudiziario fu cancellata, additandola al pubblico ludibrio, tutta una classe politica, quella della prima repubblica. Era la stessa classe politica che aveva fatto diventare l’Italia, uscita distrutta dalla guerra, la quinta potenza economica mondiale.

Dei politici della seconda repubblica, pro bono pacis, è meglio non parlare, il giudizio della storia nei loro confronti sarà implacabile.

L’Italia grazie alla loro guida ed a quella dei fautori del “meno stato e più mercato” e del “ci vuole più Europa” è retrocessa al decimo posto tra le potenze industriali mondiali, posizione che occupava bellamente nel 1861 quando fu costituito il Regno d’Italia.

Ma questo per costoro non è stato bastevole.

Non sono ancora appagati dalla inesorabile deindustrializzazione del territorio nazionale, dal trasferimento di ricchezza a favore del Nord Europa, dalla svendita del patrimonio statale, che è patrimonio comune di noi tutti. L’obiettivo prioritario è, dunque, trasformare in nome del grande capitale e della libertà dei traffici gli stati nazionali in colonie e, affinché ciò avvenga, bisogna annichilire la classe dirigente, quella futura.

Questo sarà proprio il risultato prodotto dalla legge 107 /2015.

La scuola renziana formerà inetti consumatori di prodotti ideati e costruiti al di fuori dell’Italia e che saranno al più operai flessibili (rectius a tutele crescenti), come il Jobs Act impone, e non cittadini italiani.

Tempo cinque anni a far data dalla sua pubblicazione e la scuola statale non formerà più alcuna classe dirigente spinta dall’amor di patria e dal rispetto dei principi costituzionali.

Ai patrioti, ai liberi pensatori, a tutti coloro che hanno a cuore le sorti dei nostri giovani l’impegno morale di un’azione politica finalizzata al contrasto di questo pensiero unico così pernicioso per le sorti dell’Italia ed alla modifica radicale di questa pericolosissima legge intrisa di logiche antidemocratiche, che non ci appartengono.

Affinché le tenebre prevalgano è sufficiente che tutti chiudano gli occhi.

Raffaele Salomone Megna.

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