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Le Pensioni d’Oro e la Demagogia

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di William Villani tratto da Econoliberal.

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Oggi affronto un tema che è il cavallo di battaglia di tutti quelli che di pensioni ne capiscono poco e che in maniera demagogica pensano di poter risolvere i problemi dimenticando che viviamo in uno stato di diritto.

Se ci sono delle regole – ahimé – queste vanno rispettate. Al limite si cambiano, ma finché ci sono si rispettano.

Partiamo un po’ indietro, dalla spiegazione dei sistemi pensionistici.

Ci sono essenzialmente due sistemi pensionistici: retributivo e contributivo. Questi sistemi, pubblici o privati, si dividono poi in due categorie: accumulo e ripartizione. Vediamo cosa significa e come funziona tutto ciò in maniera semplice, evitando di essere troppo tecnici.

Il sistema contributivo (quello attualmente in vigore in Italia) prevede che si versino dei contributi pensionistici in rapporto alla propria retribuzione. I contributi versati vengono poi rivalutati secondo un coefficente (un tasso attivo, chiamiamolo così…) esattamente come il TFR. Quindi alla fine della carriera lavorativa il totale dei contributi versati, rivalutato, costituisce il “montante retributivo“.
Il montante viene diviso per gli anni rimasti in base alle statistiche sulla vita media ed erogato sotto forma di pensione.
Per fare un esempio pratico (ma non realistico, i calcoli sono molto più complessi), se verso il 33% del mio stipendio (lordo) di 2.000 € al mese per 12 mesi e 40 anni, otterrò:

2.000 x 33% x 12 x 40 = 316.800 €

Se vado in pensione a 65 anni e la vita media è – poniamo – 85, dovrò dividere per 20 anni e poi per 12 mesi per ottenere la pensione lorda (su cui pagare le tasse):

316.800 / 20 / 12 = 1.320 € (circa 1.100 € al mese netto)

Questo sistema evidentemente è creato e pensato per rimanere in equilibrio, perché si riprende quanto si era versato e all’allungarsi della vita media cambia il coefficiente e si prende meno. Ma evidentemente una volta che si va in pensione la differenza con l’ultimo stipendio (il tasso di sostituzione) è alta. Quindi bisogna rassegnarsi in vecchiaia sia ad abbassare il proprio tenore di vita che rinunciare ad aiutare i figli. Di fare i nonni, viste le prospettive di portare l’età pensionabile a 70 anni e oltre, non se ne parla proprio.

Il sistema retributivo invece prevede anche esso che si versino dei contributi in relazione alla propria retribuzione, ma poi la pensione è calcolata con un sistema slegato ai contributi versati. In pratica si prende una percentuale sulla media degli stipendi degli ultimi 5 anni.
Questo sistema, se ha l’indubbio vantaggio di avere un tasso di sostituzione molto favorevole – si arriva anche oltre l’80% dell’ultimo stipendio – ha lo svantaggio che considera solo una porzione molto piccola della vita lavorativa. Presuppone che le persone siano dipendenti a vita con sostanzialmente la stessa mansione (in questi casi le differenze con il contributivo sono piccole), ma se un soggetto fa a vita l’usciere e guadagna per 30 anni 1.200 € al mese e poi viene promosso gli ultimi 5 anni a dirigente (esagero un po’…) a 4.000 € al mese si avrà una grossa differenza tra la pensione ricevuta e i contributi versati. Facciamo due conti:

Contributi versati da usciere: 30 anni x 12 mesi x 1.200 x 33% = 142.560 €
Contributi versati da dirigente: 5 anni x 12 mesi x 4.000 x 33% = 79.200 €
Totale contributi: 221.760

Poniamo che la pensione sia il 75% della media degli stipendi degli ultimi 5 anni:

5 anni x 12 mesi /5 x 4.000 x 75% = 36.000 €

Che fa una pensione di 3.000 € al mese (2.160 € al mese netti)

Se supponiamo che il soggetto viva 20 anni (per paragonarlo al precedente), otteniamo che dallo stato avrà 36.000 x 20 anni = 720.000 € a fronte di un versamento di contributi di 221.760 €, generando uno squilibrio di 498.240 €

Veniamo ora al problema delle pensioni d’oro. Tagliarle e basta, dicendo ad esempio: “3.000 € al mese e basta!” sarebbe bello, ma questo si scontra con la realtà, perché come dimostrato sopra chi ha una pensione d’oro è andato in pensione con il retributivo. Se avesse una pensione d’oro con il contributivo, penso, non ci sarebbe nulla di male, perché starebbe solo riprendendo i propri soldi…**
Quindi che ha una pensione d’oro “retributiva” ha comunque versato all’INPS, ma prende più di quanto prenderebbe con il contributivo e quindi ogni pensione, una per una, andrebbe rideterminata perché, come minimo, un soggetto dovrebbe prendere quanto ha versato. Tale lavoro, unito al fatto che molti soggetti hanno più di una pensione e quindi queste si cumulano arrivando a cifre stratosferiche, rende molto difficile e complicato il calcolo e il taglio, che se fosse effettuato come propongono certi soggetti, diverrebbe istantaneamente incostituzionale.

Quindi, visto che tagliarle è molto difficile (art. 3 della costituzione), forse è meglio limarle e limitarle in attesa che finiscano.

Dal punto di vista morale non posso che concordare sul fatto che è scandalosa qualunque pensione sopra i 5.000 € che non sia ottenuta con il contributivo, ma come detto all’inizio, se si vive in uno stato di diritto, o si osservano sempre le regole, oppure le si cambia in maniera democratica.

** in realtà prendere una pensione d’oro con il contributivo è impossibile: esiste un limite massimo di contributi versabili all’anno

William Villani

 

Nota di GPG Imperatrice: cogliamo l’occasione per rammentare le proposte da noi elaborate in tema pensionistico, in particolare l’Art. 4 di cui sotto. Ci sono similitudini sull’argomento con le idee del Sig. Villani. Concordiamo pienamente sul fatto che una pensione Contributiva, fosse anche di Platino (cosa impossibile), e’ sacrosanta. Sulle Pensioni Retributive medio-alte, dove c’e’ forte divergenza tra contributi complessivi versati e prestazioni percepite sarebbe piu’ che lecito agire.

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