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LE GERARCHIE ECONOMICHE DELLA SENSIBILIZZAZIONE: “DATEMI UNA TRAGEDIA E SOLLEVERO’ IL PROFITTO”. (di Gabriele Airoldi)

E ci risiamo, con Sanremo che apre la puntuale voragine di perbenismo forzato sulle nostre teste. Grande esibizione quella del direttore d’orchestra Ezio Bosso, da roboanti e sonori, quanto meritatissimi applausi. Un tale personaggio però, non ha certo la necessità di presenziare sei minuti sopra il palco all’Ariston per farsi un nome: la sua figura e le sue note, già risultano essere uno degli emblemi della musica italiana, ma di un genere che rasenta paradossalmente l’underground di noialtri, affezionati al vecchiume che non vuole appendere il microfono al chiodo rasentando il ridicolo (e strappando con le unghie e con i denti dei cachet da urlo, grazie canone mio), quando la tradizione musicale italiana, ha marcato proprio in quel genere i suoi originari connotati.

Affascinante questa voragine. Purtroppo però, ammetto di conoscerla a memoria. Si alzino signori, battete le mani a sostegno del fenomeno del momento. Poi la mattina dopo fate in modo di pubblicare il tutto con parole commoventi di contorno, sopra il vostro social network preferito. Insomma sto processo non fa una piega, ma solo perché fa parte di una catena del valore dell’attenzione che porta a concentrarsi sopra un’opinione pubblica che però, risulta malata, traviata, corrotta e stuprata.

Manco il tempo di chiudere l’esibizione e via. Parte il tam tam mediatico di chi, già a semplici parole, si era schierato a favore delle persone colpite da calamità naturali, da quelle annientate da un attentato, da quelle che vedevano il proprio diritto alla famiglia in secondo piano. E via di pensieri strappalacrime, conditi da pacchiane bandierine sovrapposte all’immagine del profilo personale (probabilmente manco sapendo che era tutto frutto di una trovata commerciale di Facebook… “in quanti, se proclamiamo che gli asini volano, guarderanno il cielo?”.

A questo punto mi sorge in modo spontaneo una domanda. Nicole Orlando? Nicole Orlando chi? Sì, proprio lei, atleta italiana affetta da Sindrome di Down, che negli ultimi campionati mondiali di Bloemfontein in Sudafrica, ha vinto quattro medaglie d’oro (100 metri, salto in lungo, triathlon con record del mondo e staffetta 4×100), una d’argento: un risultato paragonabile a quelli di Usain Bolt direi.

Peccato che di Nicole, i media italiani non abbiano speso mezza parola: automaticamente le sue prestazioni e la sua splendida dimostrazione, di come la propria malattia possa essere oscurata con l’amore verso la propria disciplina, non hanno trovato riscontro, proprio perché l’informazione non ha coinvolto la massa.

C’è quindi una classifica celata che indica quale storia è più strappalacrime di un’altra? L’informazione non dovrebbe informare senza valutare il tornaconto che una notizia può o meno apportare ai propri interessi?

Siamo nel ventunesimo secolo e sarebbe anche ora di cambiare, di evolvere. Sarebbe ora di capire finalmente, la quantità di mezzi effettivamente disponibili nelle proprie tasche; un paniere di informazioni che è lì che attende di essere usufruito, ma che molto spesso passa inosservato, solo perché non fa tendenza.

Schiavi di un paese che comanda l’informazione, di un paese che decide cosa mostrare e in che modo mostrarlo. Schiavi di un’opinione mediatica che si schiera a favore di ciò che le può portare profitto, trascinando con sé una massa priva paradossalmente di cognizione. Dico questo con estrema consapevolezza, perché al contrario, non si spiegherebbe il repentino naufragio delle notizie riguardanti i martìri del Banco Popolare di Vicenza e di Banca dell’Etruria, inflitti ai propri piccoli risparmiatori; non si spiegherebbe l’andare a scemare del dramma delle piccole attività spazzate via per sempre dal fango di Genova, con esercenti sospinti al lastrico nel silenzio delle istituzioni.

Non si spiegherebbe neppure la persecuzione inflitta a determinati tifosi delle curve calcistiche italiane, con pene che neanche il peggiore dei terroristi potrebbe meritare, quando spesso le prove incriminanti sono insufficienti e l’unica “curva” che andrebbe chiusa e messa in gattabuia, vive alle nostre spalle (a buon intenditore, poche parole). Non si spiegherebbero le migliaia di persone disabili lasciate a sé stesse nelle grinfie di un cupo futuro, con madri e padri che non conoscono più il sapore di una pizza per pagare le cure necessarie (si chiamava Welfare State un tempo, vero?). Non si spiegherebbe infine, neppure la storia di Nicole, finita così celermente nell’oblio.

Ma noi siamo fatti così, a noi piace apparire bravi, belli e buoni. Si ricade nel circolo vizioso di elevarsi a sostenitori di cause che il giorno dopo finiscono nel dimenticatoio, perché non fanno più tendenza, perché non valgono più un maledetto “mi piace”. Una moda malata, dove una notifica sul Social Network può svoltare la giornata in meglio o in peggio. Ma la storia ci ha insegnato che i fatti sono quelli che contano perché rimangono, mentre le parole hanno imparato ben presto l’arte del volo.

Ognuno combatte la propria guerra con le proprie motivazioni, ma capisco sempre meno l’importanza di farlo, dato che, se la causa interiore che ci spinge a lottare è poco riconosciuta dall’ambiente in cui viviamo, finisce per detenere il peso sociale che ha la carta straccia. E ho paura. Ho paura di dover imbracciare le armi un giorno, per una causa personale che interesserà solo e soltanto a me stesso o a pochi altri, assaporando il gusto amaro della solitudine e dell’indifferenza.

Occorre prendere questo perbenismo forzato che caratterizza la nostra società e metterlo da parte. Occorre tornare ad essere una nazione unita contro un cancro istituzionale e giornalistico che ci sta stringendo un cappio di velluto in torno al collo, così graduale che solo in pochi stanno iniziando a sentire, nell’indifferenza di tutti gli altri. Occorre tenersi per mano contro i mostri del nostro tempo; dimenticarsi di tutta la gamma di bellissimi accessori, che però ci stanno rubando la sostanza, e onestamente non so quanto ne valga la pena. Occorre essere uniti, contro chi, in una dittatura silente, ci sta levando la libertà di vivere, di essere noi stessi, di pensare ad un futuro dignitoso e di essere realmente informati, decidendo autonomamente da che parte stare; ma forse è l’identità personale che più spaventa l’uomo nero, perché esso si combatte solo con un unico mezzo indissolubile: le proprie idee.

Nous sommes Charlie quando vogliamo? Probabilmente sì, ma la via per cambiare è proprio lì che ci sta aspettando. E si chiama fratellanza, quella vera, senza moda, tempo e profitto.

Gabriele Airoldi

 

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