Seguici su

Politica

Le “due piazze” di Lepore e il riflesso della sinistra: condannare i violenti, ma subito dopo ridimensionarli

Pubblicato

il

 

Che cosa ha voluto dire Matteo Lepore sostenendo che a Bologna «c’erano due piazze»? Il sindaco intende distinguere la maggioranza dei cittadini che ha manifestato pacificamente per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir dai gruppi che hanno cercato lo scontro con le forze dell’ordine. Lepore ha anche affermato che chi risponde alla violenza con altra violenza si pone fuori dallo Stato di diritto e che soltanto la piazza pacifica rappresenta Bologna. Non si può quindi sostenere ovviamente che abbia esplicitamente approvato i disordini. Però certamente le sue parole sono risultate se non equivoche forse un pò fuori luogo.

«La pezza è peggio del buco», ha detto infatti il ministro per gli Affari Europei, Tommaso Foti, commentando le parole che Lepore ha affidato a un’intervista a Repubblica. «Dice di credere nello Stato di diritto, ma lo Stato di diritto non lo si difende osservando inermi chi mette a ferro e fuoco la città, aggredendo le Forze dell’ordine». «Il sindaco di Bologna deve assumersi di fronte ai cittadini le proprie responsabilità», ha aggiunto il ministro, sottolineando che «non si può richiamare alla mobilitazione popolare, alimentare un clima di condanna preventiva nei confronti della polizia e poi, quando la situazione esplode, limitarsi a evocare lo Stato di diritto».

Eppure, proprio l’insistenza sulle “due piazze” rivela un riflesso tipico di una parte della sinistra: davanti a violenze provenienti dall’area antagonista, la condanna arriva quasi sempre accompagnata da una precisazione, una distinzione o una contestualizzazione. Tutto formalmente corretto, ma politicamente ambiguo. Perché il problema non è mettere sotto accusa tutti i manifestanti: nessuno lo chiede. Il problema è riconoscere senza attenuanti che una parte del corteo ha lanciato oggetti e bombe carta, incendiato un’automobile comunale, danneggiato arredi urbani e affrontato la polizia. La Questura ha riferito di 64 agenti coinvolti negli scontri.

«Tutti vogliamo verità, ma parlare di giustizia presuppone che sia stata compiuta un’ingiustizia e ciò adombra sulle forze dell’ordine una responsabilità. Inevitabilmente quella piazza si è trasformata poi per la presenza di facinorosi che comunque sono sempre in una qualche minima parte coperti da una certa sinistra. Una vera caccia all’uomo alle forze dell’ordine. Tutto ciò è inaccettabile, tutto ciò ha un nome e cognome in Italia: sinistra», ha commentato il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami, rilanciando sui propri social la raccolta di firme del partito per le dimissioni di Lepore.

Giorgia Meloni ha usato parole assai più nette, tenendo insieme i due elementi essenziali della vicenda. Ha chiesto che sulla morte di Fakir vengano accertate tutte le eventuali responsabilità «con il massimo rigore», senza pregiudizi e senza sconti, ma ha aggiunto che nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine. Secondo la presidente del Consiglio, chi ha utilizzato la tragedia per devastare la città e aggredire gli agenti non cercava la verità, ma lo scontro.

È questo il punto che la sinistra continua a non comprendere fino in fondo. Chiedere verità sull’operato della polizia è doveroso; trasformare immediatamente un’intera istituzione in un bersaglio è irresponsabile. Difendere il diritto a manifestare è fondamentale; considerare quasi inevitabili gli scontri quando in piazza compaiono centri sociali e collettivi significa abbassare pericolosamente la soglia della legalità.

Esiste però in certi esponenti di alcuni partiti  un chiaro problema culturale: quando l’illegalità viene sistematicamente descritta come una forma comprensibile di conflitto sociale, il confine tra protesta, disobbedienza e sopraffazione diventa sempre più debole. Occupare una casa, devastare una città o aggredire un agente non sono la stessa cosa, ma una politica responsabile dovrebbe evitare di costruire un racconto nel quale le violazioni delle regole diventano accettabili quando sono motivate da cause considerate giuste.

Anche la precedente polemica sulle politiche per le dipendenze mostra l’impostazione dell’amministrazione Lepore. Nel 2025 il Comune decise di distribuire gratuitamente 300 pipe di alluminio ai consumatori di crack, presentando l’intervento come una misura di riduzione del danno. L’amministrazione sostenne che il materiale sterile avrebbe ridotto i rischi sanitari e favorito il contatto con i servizi per le dipendenze; il centrodestra contestò invece duramente la scelta, considerandola un messaggio di resa davanti al consumo di droga. Non si trattava, dunque, di una nuova distribuzione di siringhe, anche se l’assessora richiamò l’esperienza delle siringhe sterili utilizzata decenni prima contro i danni dell’eroina.

Il filo politico che collega queste vicende è l’idea di una città nella quale l’amministrazione interviene soprattutto per attenuare le conseguenze del disagio, ma appare meno convincente quando deve riaffermare autorità, regole e responsabilità. La riduzione del danno può avere una giustificazione sanitaria; l’attenzione alle cause sociali è necessaria; la tutela dei manifestanti pacifici è sacrosanta. Ma governare significa anche dire dei no, proteggere chi rispetta le regole e non lasciare mai la sensazione che chi le infrange appartenga a una zona politicamente protetta.

Le due piazze descritte da Lepore sono realmente esistite: una pacifica e una violenta. Proprio per questo il sindaco avrebbe dovuto concentrare le proprie parole innanzitutto sulla seconda. Perché la prima non aveva bisogno di essere difesa: erano i cittadini, i commercianti e gli agenti coinvolti nei disordini ad avere bisogno di una condanna priva di subordinate. La sinistra continuerà a perdere credibilità sulla sicurezza finché, davanti ai propri estremismi, sentirà sempre il bisogno di aggiungere un “ma”.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento