AustraliaEconomiaEnergia
L’Australia a un passo dal razionamento: il fallimento della strategia “Just-in-Time” e l’illusione green
L’Australia rischia il blackout energetico entro 30 giorni. La dipendenza dalle raffinerie asiatiche e la mancanza di riserve strategiche spingono il Paese verso il razionamento di benzina e diesel. Ecco perché la crisi di Hormuz colpisce Canberra più di Washington.

C’è un paradosso geografico e politico che sta per colpire l’Australia. Nonostante sia uno dei giganti mondiali dell’energia, il Paese si ritrova con il fiato corto: appena un mese di autonomia prima che scatti il razionamento dei carburanti. Le autorità hanno perfino il timore che la scarsità di carburante possa causare dei problemi di furti e d’ordine pubblico, in un paese dove la mobilità dipende pesantemente dall’auto e la situazione Mad Max è dietro l’angolo.
Se pensavate che la chiusura dello Stretto di Hormuz fosse un problema esclusivamente europeo, i numeri dicono l’esatto contrario.
Il mito di Hormuz e la realtà asiatica
Mentre gli Stati Uniti importano ormai solo il 7% del loro fabbisogno attraverso Hormuz, e l’Europa si approvvigioni solo per il 6% da quel’area,l’Australia è appesa a un filo sottilissimo. Non è tanto l’importazione diretta di greggio a preoccupare (pari al 15%), ma la dipendenza totale dai prodotti raffinati provenienti dall’Asia. Le raffinerie asiatiche, infatti, dipendono per una quota tra il 40% e il 70% dal petrolio che transita proprio per quel braccio di mare oggi sotto scacco.
In sintesi, oltre il 50% dei prodotti raffinati australiani — diesel, benzina, cherosene — è a rischio immediato. Se non si trova un sostituto, si andrà rapidamente in crisi.
Una crisi annunciata: tra ideologia e disinteresse
Per anni, i governi australiani hanno cullato l’illusione che il mercato globale potesse sopperire a qualsiasi mancanza interna, secondo la logica del “just-in-time”. A questo si è aggiunta un’ossessione progressista per la transizione “green” che ha drenato oltre 22 miliardi di dollari in tecnologie non ancora in grado di reggere l’infrastruttura nazionale, a scapito della sicurezza energetica fossile e nucleare (quest’ultima vietata per legge dal 1998). Soprattutto si è sottoinvestito nel settore petrolifero. Il paese ha risevre petrolifere discrete, ma, preso dalla mania climatica, non le ha sviluppate, come non ha rinnovato i propri piccoli impianti di raffinazione.
Ecco la situazione delle riserve e della produzione:
| Parametro | Situazione Australia | Media Paesi IEA |
| Riserve strategiche | ~30 giorni (MSO 2023) | 90 giorni (minimo) / 140+ (media) |
| Capacità di raffinazione | 20% del fabbisogno nazionale | Variabile, ma generalmente superiore |
| Produzione interna | In calo e poco incentivata | In espansione (es. USA) |
Le due uniche raffinerie rimaste in Australia sono vecchie e sussidiate solo per sopravvivere, non per crescere. Risultato? Canberra è l’unico membro dell’IEA che dal 2012 non rispetta l’obbligo dei 90 giorni di scorte.
Il soccorso americano basterà?
I dati sulle spedizioni mostrano che gli Stati Uniti stanno inviando tanker (come la Unity Venture) carichi di greggio e raffinati dal Texas. Tuttavia, la logistica non perdona: 14.000 chilometri di oceano non si percorrono in un pomeriggio. Gli USA non possono realisticamente sostituire i volumi asiatici (circa 900.000 barili al giorno) in tempi rapidi e a costi sostenibili. La Cina ha bloccato completamente l’export di carburanti.
Senza un cambio di rotta, lo scenario “SHTF” (Shit Hits The Fan, cavoli amari per tutti) è dietro l’angolo:
- Prezzi della benzina alle stelle, quando presente;
- Rallentamento del trasporto merci;
- Scaffali vuoti nei supermercati.
La retorica ambientalista schiaccia la realtà
L’Australia ha preferito il “virtuosismo politico” alla sicurezza nazionale, rifiutando persino di collaborare simbolicamente per la sicurezza di Hormuz, e per ora non verranno inviate navi per la scorta delle cisterne nello stretto. Oggi scommette sulla brevità di un conflitto lontano, sperando che il tempo non scada prima che l’ultima goccia di diesel arrivi nei porti. Se questo dovesse accadere sarebbe un dramma enorme per un paese con poche reti ferroviarie e distanze interne non superabili, che condannerebbero all’isolamento intere comunità.
Una lezione brutale su cosa significhi smantellare la propria sovranità energetica in nome di un’ideologia che non tiene conto della geografia e della geopolitica.








You must be logged in to post a comment Login