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L’analisi su CARIGE e non solo di Paolo Savona.

 

La soluzione scelta dal Governo per fronteggiare la crisi della Banca Carige conferma l’incompletezza dell’Unione Monetaria ed Economica Europea denunciata dallo stesso Presidente Draghi nel corso del suo intervento alla Normale di Pisa, ma anche l’effetto esplosivo che ciò comporta se si incontra con comportamenti inadeguati interni, privati e pubblici.

Un qualsiasi sistema economico non funziona se i poteri dei protagonisti restano disgiunti dalle responsabilità; ossia chi esercita i primi non assume la responsabilità delle seconde, scaricando l’onere sulla collettività. In linea generale non può esservi unione monetaria senza l’esistenza di un prestatore di ultima istanza (lender of last resort) e un fondo garanzia depositi. L’Unione monetaria e bancaria europea deve saper uscire da questa innata contraddizione organizzativa.

Tuttavia, ancor prima di stigmatizzare i comportamenti delle autorità, dei proprietari e dei gestori, va detto che una qualsiasi banca non preggere a lungo un periodo di crisi economica senza vedere deteriorati i suoi creditie bloccate le prospettive di crescita e di rendimento dell’attività. Chiedere che una siffatta situazione venga affrontata con aumenti dei capitali delle banche ed economie di costo è velleitario.

Senza crescita reale trainata dagli investimenti reali si rischiano crisi sistemiche. Se a questo stato precario dell’habitat in cui operano attualmente le banche in Europa si somma una campagna sistematica sulla possibile insostenibilità dei debiti pubblici, si mina la fiducia dei risparmiatori su quella che considerano la loro ricchezza finanziaria e si trasmettono effetti negativi anche sulla parte composta da depositi bancari. Nasce un circolo vizioso tra necessità e vincoli europei difficilmente gestibile.

Il problema della stabilità bancaria ha da sempre afflitto le gestioni del risparmio e del sistema dei pagamenti. Fin dal XIX secolo le autorità si sono dibattute in continue crisi a cui ha fatto seguito una serie di Conferenze monetarie internazionali che hanno messo a punto la fisionomia legale e operativa di importanti istituti, come quello del lender of last resort, della protezione o assicurazione dei depositi e della risoluzione delle crisi bancarie. Nell’eurosistema si è negata e si nega l’indispensabilità del primo, la necessità del secondo e una visione chiara sui modi per affrontare il terzo, pur avendo deciso di creare egualmente l’euro e di centralizzare la vigilanza bancaria. La conseguenza di questa scelta è che può sopravvivere legalmente solo un sistema bancario pubblico, con tutte le conseguenze che esso comporta sul buon funzionamento del mercato aperto e della politica economica.

La storia del sistema bancario italiano dopo la Grande crisi del 1929-33, della crisi petrolifera degli anni 1970, della riforma bancaria del 1993 e della creazione tuttora incompleta dell’unione monetaria e bancaria europea è prodiga di insegnamenti indispensabili per fronteggiare l’attuale situazione.

Senza una politica fiscale a livello europeo che sospinga la crescita reale, l’intervento degli Stati-membri a sostegno delle banche e dei depositanti causa un continuo inseguimento del problema fatto di non soluzioni strutturali. Una forte divisione si è registrata finora sugli elementi necessari per poter intavolare una discussione politica sullo schema europeo di assicurazione dei depositi, anche a causa dell’insistenza di alcuni paesi a includere la questione delle esposizioni bancarie ai titoli sovrani e a escludere i crediti in sofferenza tra i punti da considerare. Nonostante si sia deciso di creare un gruppo di lavoro ad alto livello per fare progressi entro giugno 2019, resta l’incertezza sulla reale volontà di superare i sospetti reciproci e per raggiungere l’obiettivo di completare l’unione monetaria e quella bancaria dotandole degli strumenti di intervento necessari.

Che cosa deve succedere, più di quanto sta succedendo, per convincere le autorità nazionali ed europee a superare le reciproche diffidenze e a sedersi al tavolo per discutere seriamente il da farsi? Possibile che esse seguano il noto principio di management secondo cui l’uomo non agisce per prevenire i disastri, ma solo reagisce a essi? I gruppi dirigenti non possono permetterselo e i cittadini non lo consentono. Abbiamo tutte le conoscenze per farlo, forse è giunto il momento di utilizzarle.        

Paolo Savona, Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2019


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