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L’ALTRA GLOBALIZZAZIONE

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Il riferimento e’ all’articolo: La Globalizzazione di Roberto Nardella.

Il testo di Roberto Nardella è esemplare. Mentre di solito leggendo una tesi si è indotti a dire, intimamente, “questo sì, questo no”, nel caso di Nardella uno riassume subito il proprio giudizio: “ma che dice?” Ed ha tendenza a tirare diritto. Né fanno cambiare idea i riquadri, l’accenno a leggi economiche o grandi nomi. Naturalmente a Nardella sarà consentito di dire altrettanto delle nostre righe.

Nardella condanna la globalizzazione ma forse l’errore è nel manico, nel non capirne il senso, sulla base di uno dei principi più banali ma fondamentali dell’economia: l’utilità dello scambio. Ci si scusa in anticipo per gli esempi pedestri, ma a quanto pare la cosa non è chiara a tutti e forse ci sono persone che non ne hanno mai sentito parlare.

Se un uomo in un giorno è capace di pescare sei chili di pesce, oppure di cacciare prede per un totale di due chili, cercando di ottenere ambedue le cose, e dedicando mezza giornata a ciascuna delle attività, alla fine avrà tre chili di pesce e uno di selvaggina. Totale quattro.

Se un altro uomo in un giorno è capace di pescare due chili di pesce, oppure di cacciare prede per sei chili, cercando di ottenere ambedue le cose, e dedicando mezza giornata a ciascuna delle attività, alla fine avrà un chilo di pesce e tre di selvaggina. Totale quattro.

Se i due si dedicano esclusivamente all’attività in cui sono più bravi, e poi scambiano metà di ciò che hanno ottenuto, il bravo pescatore avrà tre chili di pesce e tre chili di selvaggina, e il bravo cacciatore altrettanto. Ciascuno raggiungendo i sei chili. Morale della favola: pur non avendo lavorato un minuto di più, con lo scambio i due lavoratori hanno ottenuto un cinquanta per cento in più di ricchezza. Questo fenomeno si chiama anche “divisione tecnica del lavoro”. Per essa la massima produttività si ottiene se ciascuno non cerca di far tutto ma soltanto ciò che sa far meglio.

Ciò che si è ipotizzato per i due cavernicoli vale per gli interi Stati. Se uno è capace di produrre un bene ad un prezzo minore di un altro, è opportuno che si specializzi in questa produzione, per poi scambiare la merce con un altro Paese, il quale altro Paese a sua volta è capace di produrre ad un prezzo minore un altro bene. È questa la ragione per la quale si è abbandonata l’infelice esperienza dei dazi protettivi: essi corrispondono infatti ad una distruzione di ricchezza. Si impone infatti ai consumatori di pagare più cara una merce che potrebbero pagare meno e si incentiva il contrabbando.  Finalmente nei decenni recenti si è teso alla liberalizzazione degli scambi ed è questa l’esperienza positiva che noi facciamo da decenni in Europa. Ricordiamoci al riguardo che gli eventuali guasti del sistema non dipendono dalla libera circolazione delle merci ma dalla moneta unica.

Qualcuno tuttavia dirà che la globalizzazione è qualcosa di diverso, rispetto al libero scambio. Francia e Germania sono simili da tutti i punti di vista, e per loro il libero scambio è utile; mentre se devono commerciare con la (ex) povera Cina, si produce un guaio. Quanto meno, è ciò che sostiene Nardella. A questa tesi si potrebbe obiettare, teoricamente, che una goccia del mare non è meno acqua del mare stesso: ma discutiamo lo stesso il problema, in concreto.

Se gli operai cinesi sono pagati malissimo (ma tanto più di prima, quando con Mao morivano di fame, a milioni) e se le loro merci costano pochissimo, ciò significa che il consumatore italiano, invece di pagare un telefonino cento euro lo paga trenta. E se lo pagasse cento, sarebbero settanta euro più del “giusto” economico, cioè del miglior prezzo di mercato. Dunque la globalizzazione conviene. Inoltre, se la Cina mantiene lo yuan sottovalutato per favorire l’esportazione, non possiamo lamentarci: significa che in parte “regala” il lavoro dei suoi operai, e la cosa non ci riguarda. Noi vediamo solo il beneficio in termini di prezzo.

Ma, direbbe Nardella, e i nostri operai? La risposta è semplice: o sono capaci di produrre altre merci a minor prezzo dei cinesi, in modo da vendergliele in cambio di ciò che essi ci inviano, o non ne sono capaci. E se non ne sono capaci non c’è ragione che abbiano una retribuzione superiore a quella dei cinesi. O dovremmo averla, quella retribuzione maggiore, perché qui prima c’erano i romani e noi siamo di razza bianca? Non vorrei che chi è contro la globalizzazione sia anche un tantinello razzista.

Ulteriore considerazione riguarda la conseguenza nel tempo di questi squilibri. Anche il Giappone cominciò con bassi salari, ma col tempo essi sono aumentati ed oggi gli operai giapponesi non hanno retribuzioni “cinesi”. La Corea del Sud è partita da Paese asiatico povero, ed oggi ha un livello di vita comparabile al nostro. Lo stesso per Taiwan. Col tempo, quella “mano invisibile” di Smith che Nardella disprezza, riequilibra le cose. Perfino in materia di tecnologia. Prima i Paesi asiatici hanno prodotto beni ad alto valore aggiunto ma progettati per esempio negli Stati Uniti, oggi hanno progettazioni e produzioni autonome non inferiori alle nostre. La Cina si lancia nello spazio e la Samsung non è certo tedesca. Da qualunque lato si giri, la globalizzazione favorisce tutto il mondo. Si tratta soltanto di adattarsi ad essa, senza pretendere privilegi che avevano senso quando l’Inghilterra, dopo la rivoluzione industriale, era l’unica ad avere la tecnologia per produrre alcuni beni.

 

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

 

 

Per chi ha tempo per proseguire, alcune note sul testo di Nardella.

Coloro i quali hanno pensato alla globalizzazione l’hanno fatto solo per il proprio tornaconto”.  Quando mai si è detto che in economia si agisce nel proprio interesse?

“Da questi dati raffrontati NON possiamo NON prendere atto che la globalizzazione , unitamente al vincolo del cambio fisso adottato, sommati alle politiche di repressione salariale attuate pesantemente nei Paesi più ricchi d’Europa hanno fatto perdere 10 anni di sviluppo all’intero continente”.  Per quanto riguarda la tesi, è lecito sostenere ragionevolmente il contrario, e cioè che i dieci anni (e più) si sono perduti perché non si è permesso all’impresa di agire liberamente ed incassare i profitti.

La distribuzione dei redditi, cui accenna Nardella, è un falso concetto. I redditi non sono distribuiti, sono conseguiti. Al massimo si può chiedere a chi ha ottenuto di più di dare qualcosa a chi ha ottenuto di meno, per solidarietà, ma l’idea che tutti lavorino duro ché tanto poi lo Stato divide i redditi è un’idea peggio che sovietica. E comunque i risultati si sono visti, in U.R.S.S.

Gli USA è uno dei Paesi…” Mi piace pensare che questa espressione sia conseguenza dell’uso americano di mettere il verbo al singolare dopo “The United States”. Ma non vorrei fosse soltanto un grave errore.

La “legge di Say” ci dice che è l’offerta a creare la sua domanda”. Proviamo a vendere pellicce nella Repubblica Centrafricana. Ma forse Say intendeva altro. E comunque proprio Keynes, tanto caro a Nardella, era in disaccordo: che il venditore si precipiti a vendere il denaro incassato non può essere un dogma.

Uno Stato forte deve necessariamente interporsi tra le parti, altrimenti il medioevo è dietro l’angolo”. In Corea del Nord si interpone eccome, e i risultati li abbiamo sotto gli occhi.  E abbiamo sotto gli occhi anche i risultati ottenuti con un opposto metodo, nella Corea del Sud. In Italia abbiamo da decenni uno Stato impiccione, e anche qui i risultati li abbiamo sotto gli occhi. Ma chi ha in mente il mito indistruttibile dell’Unione Sovietica si limita a non tenere conto dei fatti.

 

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