Opinioni
L’algoritmo come nuova forma di governo della vita quotidiana
L’algoritmo non è più solo uno strumento tecnologico, ma l’infrastruttura invisibile che governa mercati, finanza e società civile. Un’analisi sulle derive predittive dell’Intelligenza Artificiale, sul monopolio delle Big Tech e su come l’assenza di regole stia trasformando l’economia reale a scapito del controllo democratico.

Viviamo nell’epoca dell’algoritmo. Non semplicemente perché utilizziamo strumenti digitali, ma perché una parte crescente delle nostre decisioni economiche, sociali e persino cognitive viene mediata, orientata e spesso determinata da procedure automatiche che operano al di fuori della nostra consapevolezza. L’algoritmo non è più un mezzo: è diventato una infrastruttura invisibile del potere contemporaneo, una grammatica silenziosa che organizza la realtà.
In termini rigorosi, un algoritmo è una sequenza finita di istruzioni che trasforma dati in risultati. Definizione neutra solo in apparenza. Nel capitalismo digitale, infatti, l’algoritmo non si limita a eseguire calcoli: seleziona, classifica, gerarchizza, attribuisce valore alle informazioni e, indirettamente, agli individui. È in questo passaggio che la tecnica smette di essere strumento e diventa governo.
L’ingresso dell’algoritmo nella nostra vita è silenzioso ma pervasivo. Decide quali informazioni raggiungono i mercati, quali notizie orientano gli investitori, quali imprese emergono nelle ricerche, quali profili risultano affidabili per il credito, quali lavoratori sono considerati idonei e quali esclusi. Non impartisce ordini espliciti: struttura l’ambiente decisionale, rendendo alcune scelte naturali e altre impraticabili. La libertà resta formalmente intatta, ma viene esercitata entro binari predefiniti.
La forza decisiva dell’algoritmo risiede nella predizione. Prevedere comportamenti significa anticiparli; anticiparli significa poterli influenzare. Ogni transazione, ogni clic, ogni movimento alimenta un circuito di apprendimento che riduce progressivamente l’incertezza, valore centrale tanto nei mercati finanziari quanto nella vita sociale. In questo passaggio si produce una frattura cruciale: quando il potere diventa predittivo, la democrazia – fondata su decisioni ex post, su tempi lunghi e su mediazioni istituzionali – rischia strutturalmente di arrivare sempre in ritardo.
Questo potere ha conosciuto un salto qualitativo decisivo con l’integrazione dell’intelligenza artificiale. Il connubio tra algoritmi tradizionali e sistemi di apprendimento automatico ha trasformato procedure statiche in meccanismi adattivi, capaci di modificarsi, affinarsi e auto-ottimizzarsi in tempo reale. Non siamo più di fronte a regole scritte una volta per tutte, ma a strutture cognitive artificiali che apprendono dai comportamenti umani e, apprendendo, li riplasmano.
L’algoritmo potenziato dall’intelligenza artificiale non si limita più a prevedere: anticipa, suggerisce, orienta, intervenendo prima ancora che la scelta venga formulata. Il controllo non passa più dal comando, ma dalla probabilità; non dall’imposizione, ma dall’ottimizzazione. È un potere tanto più efficace quanto meno viene percepito come tale.
Si afferma così una nuova forma di potere, fortemente asimmetrica. Un potere che non risponde a processi democratici, non è soggetto a trasparenza sostanziale, non è facilmente regolabile. È concentrato nelle mani di grandi piattaforme private che controllano dati, modelli e infrastrutture, definendo standard di fatto per interi settori: informazione, pubblicità, finanza, lavoro, consumo. Ogni algoritmo incorpora una decisione di valore — che può essere economica (allocazione dell’attenzione, prezzi, valutazione del rischio), ma anche normativa e politica (criteri di merito, priorità, inclusioni ed esclusioni) — tradotta in codice, e resa tanto più potente quanto più appare tecnica, oggettiva e quindi incontestabile.
La retorica della neutralità tecnologica risulta così profondamente fuorviante. Gli algoritmi riflettono scelte precise: cosa ottimizzare, quale obiettivo massimizzare, quale variabile sacrificare. Efficienza, velocità e riduzione dei costi diventano criteri dominanti, talvolta a scapito della resilienza, della pluralità e della responsabilità. Nei mercati come nella società, ciò che non è misurabile tende semplicemente a scomparire.
Il nodo non è rifiutare la tecnologia, ma comprenderne la portata sistemica. Quando l’algoritmo, potenziato dall’intelligenza artificiale, diventa l’intermediario principale tra individui, imprese e istituzioni, cambia il modo stesso di produrre valore e di distribuirlo. Si afferma un modello di vita “ottimizzata”, continuamente valutata, comparata, classificata. Il rischio non è una perdita improvvisa della libertà, ma la sua progressiva ridefinizione in termini di compatibilità algoritmica.
Siamo governati dagli algoritmi? In parte sì. Ma soprattutto viviamo dentro architetture algoritmiche progettate altrove, favorite da una debolezza regolatoria europea e da una frammentazione istituzionale occidentale che lasciano ampi spazi di sovranità effettiva a soggetti privati globali. La vera sfida economica e politica del nostro tempo non è se usare gli algoritmi, ma chi li governa, con quali obiettivi e sotto quale controllo. Perché in un’economia in cui il codice decide ciò che conta, difendere la libertà significa riportare il potere fuori dall’opacità dell’algoritmo e dentro il perimetro della responsabilità pubblica.
Antonio Maria Rinaldi








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