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La Storia dei Presidenti USA: un breve escursus sugli effetti sul resto del mondo delle presidenze democratiche e repubblicane

Le presidenze delle Stati Uniti d’America sono sempre state connotate da una certa quale ideologia. Vale la pena di analizzare le radici storiche dei vari partiti succedutisi alla Presidenza fino ai giorni d’oggi. Siamo infatti abituati dagli eventi del recente passato a considerare i partiti USA in un’ottica riduttiva se non addirittura falsata. Ad esempio oggi si associano i repubblicani ad un interventismo estero mentre i democratici ad un governo più pacifico e disteso. Purtroppo questa impressione è falsata dalla memoria degli eventi recenti, in una più attenta analisi possono emergere sorprese.

Partiamo dal primo presidente, G. Washington: egli era patriota e fondatore di quel grande paese che sono gli Stati Uniti d’America per cui non poteva avere radicamenti politici, per definizione. Successivamente, dopo la fondazione del paese, vanno menzionati i successivi 5 presidenti che, vicini a Washington anche come età, mantennero la continuità di Governo improntato su un’indipendenza di fatto da schieramenti politici.

Tra questi va menzionato assolutamente Monroe il quale fu l’ideatore della dottrina che porta il suo nome del non intervento estero, dottrina che fu mantenuta fino alla prima guerra mondiale.

E’ importante contestualizzare la nascita del partito Whig, successivamente alla presidenza democratica Jackson, la quale fu tanto autoritaria da potersi assimilare ad una monarchia di fatto. Tale aspetto causò la reazione dell’elettorato, con la nascita di un partito meno autoreferente e di rottura con il recente passato, il partito Whig appunto, che ebbe ben quattro presidenti, fino a Fillmore. Poi, fu solo duopolio Democratici-Repubblicani, fino ai giorni nostri.

Successivamente, a seguito della guerra di secessione americana, venne fondato un partito Repubblicano a sé stante, partito che si concretizzò in funzione del principio sacrosanto dell’abolizione della schiavitù, schiavitù invece sostenuta dai democratici (ed anche del sud), partito repubblicano che ebbe in Abraham Lincoln il suo rappresentante più noto (il presidente Lincoln fu assassinato durante il suo mandato, anche a causa della sua strenua lotta contro la piaga dello schiavismo).

A seguito dell’epilogo della lotta contro la schiavitù sostenuta dai repubblicani e della guerra di secessione, ci furono una serie di presidenti repubblicani inframmezzati da qualche democratico, fino a giungere al democratico Wilson che pose fine alla dottrina Monroe spingendo gli Stati Uniti verso l’interventismo estero all’alba del primo conflitto mondiale, preludio della globalizzazione attuale made in USA. Proprio a seguito di tale cambio di indirizzo di politica estera ci fu la partecipazione statunitense alla prima guerra mondiale.

Arriviamo nel pieno del secolo breve, il 20° secolo. Wilson fu punito dall’elettorato assieme al suo partito per l’interventismo estero, dando il là ad una serie di presidenze repubblicane caratterizzate da un elevatissimo livello di crescita economica, fino a giungere alla crisi del 1929. In tale contesto maturò la presidenza democratica di F.D. Roosevelt, protestante e massone di origini ugonotte, il quale tentò di porre termine alla crisi economica con misure assolutamente anti-capitaliste quali la confisca dell’oro dei privati cittadini e la svalutazione forzosa del dollaro aureo, oltre a numerose altre misure di austerity associate ad interventismo interno soprattutto a livello di spesa pubblica legata alle infrastrutture (i vari new deals roosveltiani). Notasi che, nonostante le sue tre attivissime presidenze dal 1933 al 1945 (unico presidente per ben tre volte) ed i grandissimi sforzi profusi, la crisi economica non era stata ancora sconfitta all’alba della seconda guerra mondiale. Fu solo a seguito della vittoria nel secondo conflitto mondiale, conflitto preceduto e catalizzato dagli USA attraverso numerose provocazioni nel sud est asiatico che misero in forte tensione i rapporti con il dominatore regionale – ossia il Giappone – scatenando appunto la guerra del Pacifico, che gli States poterono uscire definitivamente dalla irrisolta crisi economica che si trascinava dagli anni trenta grazie alla possibilità di riciclare l’immensa macchina industriale bellica per fini pacifici in un ambito di assenza dei competitors stranieri tradizionali, annichiliti dal conflitto mondiale: la Germania era stata distrutta, gli UK avevano utilizzato tutte le proprie risorse per difendersi da Hitler, il Giappone era stato umiliato con la bomba atomica mentre l’Europa era tutta da ricostruire. La presidenza democratica americana aveva evidenziato una cinica tendenza guerrafondaia ed aveva alla fine avuto ragione. Giungiamo alla presidenza Truman, che successe a Roosevelt come vicepresidente nel 1945 (Roosevelt morì durante il suo terzo mandato). Entrambi erano protestanti e massoni, oltre che democratici: la presidenza Truman fu certamente la più cinica, con le due bombe atomiche armate contro il Giappone, la seconda probabilmente inutile se non a livello di esperimento tecnico per testare la bomba a fusione (la prima era a fissione). C’è da notare quindi come il duo Roosevelt-Truman abbia inciso pesantemente sull’eredità democratica scritta sui libri di storia in termini di pragmatico cinismo USA al cospetto del resto del mondo. Da ricordare tre eventi che caratterizzarono la presidenza democratica del duo Roosevelt-Truman: oltre alle due bombe atomiche bisogna menzionare anche la distruzione di Montecassino, una delle abbazie più ricche di storia e di documenti di importanza vitale per la storia dell’uomo e del cattolicesimo. La sua distruzione anche in questo caso era tecnicamente inutile ai fini bellici, se non per dimostrare che esisteva una forza alleata superiore che non si sarebbe fermata davanti a nulla. Non va inoltre dimenticato che Truman scatenò la guerra in Korea – iniziata come una semplice azione di polizia -, guerra che fu il primo vero intervento americano figlio della globalizzazione la dà venire dopo il vaticinio della vittoria nella seconda guerra mondiale. A livello geostrategico va inoltre ricordato come il sodalizio USA-Arabia per la gestione congiunta delle risorse petrolifere medio orientali a fronte della difesa militare della dinastia araba al potere ebbe inizio proprio con la presidenza Roosevelt, gettando le basi per il declino come potenza imperiale della Gran Bretagna (il controllo dell’energia era vitale per lo sviluppo delle economie occidentali post seconda guerra mondiale e la Gran Bretagna fu di fatto esclusa dal controllo del petrolio medio-orientale, sostituita appunto dagli USA).

Fa comunque paura rilevare che la presidenza democratica Roosevelt-Truman sia nata a seguito di una crisi economica epocale quale quella che il mondo occidentale sta vivendo oggi, crisi poi culminata in un conflitto mondiale di enormi proporzioni: oggi il mondo occidentale sembra non sapere come uscire dal tunnel della stagnazione economica e parallelamente vediamo la presidenza Obama molto attiva nella destabilizzazione di numerosissimi scenari geopolitici globali, dobbiamo aspettarci un’altra guerra? Guerra che, ben inteso, potrebbe essere più che giustificata per risolvere i problemi di lungo termine da eccesso di debito degli USA, problemi che la stanno condannando ad un lento ed inesorabile declino nel quadro geopolitico globale una volta che il dollaro dovesse essere messo in discussione come valuta di riferimento (oggi gli USA, a fronte del proprio predominio globale, sono ancora in grado di scambiare beni fisici con carta, i dollari appunto, moneta che gode – per ora – dello status di valuta rifugio e di riferimento per gli scambi mondiali: fino a quando durerà questo “paradiso” valutario?)

Passiamo al dopo Truman. Ci fu Eisenhower, presidente repubblicano di transizione e di pacificazione a partire dalla guerra in Korea, senza dimenticare il suo categorico rifiuto di usare ancora una volta l’arma nucleare contro l’avversario comunista di turno, fatto che lo accredita come un saggio amministratore rispettoso della pace nella mondo (oltre alle sue posizioni contrarie alla segregazione nell’esercito degli Stati Uniti). Seguì il primo presidente democratico cattolico, J. F. Kennedy (notasi, primo ed unico cattolico giunto alla presidenza degli USA), che pur gettando le basi per il successivo intervento USA nella guerra in Vietnam decise di rimanerne ufficialmente fuori probabilmente per una personale forma di proto-pacifismo anche influnzata dalla sua radice cattolica, presidente poi assassinato assieme al fratello (che era anche ministro della Giustizia). Il suo successore, il vice presidente democratico L. Johnson, fu il vero artefice del coinvolgimento militare conclamato degli USA nella terribile guerra in Vietnam, soprattutto per motivi di predominio globale ed ideologico, ma con immani sofferenze per la propria ed altrui popolazione. La presidenza repubblicana di Nixon finì per pacificare il sud est asiatico, ponendo fine alla guerra di Vietnam. Nixon subì l’impeachment.

Successivamente arriviamo, dopo la vicepresidenza Ford divenuto presidente pro tempore nel post Watergate, al democratico Carter, uomo con spirito pacifista dimostrato anche in epoca senile: presidente di transizione, che si trovò a gestire per un solo mandato – e senza riuscirci – la crisi economica successiva allo shock petrolifero del 1974, soprattutto innalzando le tasse per la classe media. Seguì la presidenza repubblicana targata Reagan, adorato dagli americani, che applicò la deregulation nei termini più ampiamente anti-rooseveltiani, riducendo sia le tasse per la classe media che l’ingombranza dello stato nell’economia, di fatto sconfiggendo ideologicamente e praticamente il comunismo con il pubblicizzato accresciuto benessere USA agli occhi del mondo. Il repubblicano George Bush senior, già capo della CIA, il presidente successivo (che fu anche vicepresidente sotto Reagan) dopo la caduta del muro di Berlino fu tirato per i capelli nella guerra in Iraq contro Saddam Hussein che invase il Kuwait, la prima delle moderne guerre per l’energia. La presidenza democratica Clinton fu anch’essa ambigua in quanto, pur non scatenando conflitti seri, finì per causare enormi problemi successivi, soprattutto come conseguenza delle innovative forme di deregulation che nemmeno Reagan (molto saggiamente) ebbe il coraggio di portare avanti: tra tutte citiamo l’abolizione del Glass-Seagall Act, introdotto da Roosevelt ai tempi della grande depressione per separare le banche di investimento da quelle che gestivano il risparmio, commistione essa stessa causa della crisi del ’29. Certamente la crisi subprime della fine degli anni 2000 parte da lì, con tutti gli annessi e connessi per le sorti economiche del mondo e degli alleati USA. Ancora oggi il mondo occidentale ne sta subendo le dure conseguenze.

La presidenza G.W. Bush fu tecnicamente costretta ad una guerra per l’energia in medio oriente con l’attacco alle torri gemelle, molto spesso fatti cruenti hanno giustificato l’inizio di conflitti al di là dell’oceano, a partire da Pearl Harbour. Le guerre per l’energia che seguirono ebbero un obiettivo chiaro ed esplicito, il controllo del petrolio e dell’energia anche in diifesa dell’alleato arabo in medio oriente, nessuna ideologia ma – biasimevole quanto si vuole – semplice pragmatismo su base economica.

Giungiamo fino ad Obama, che ereditò una crisi profonda scatenata dallo scandalo subprime. Ora, vediamo un attimo di connotare la presidenza del primo presidente di colore degli Stati Uniti. Essa ha molte analogie con quella di Roosevelt, nasce da una crisi epocale. E’ basata su una forte ideologia di stampo roosveltiano, certamente interventista in ambito economico quanto fu quella di Roosevelt: il quantitative easing e soprattutto la misura dell’intervento, ossia la stampa di enormi quantità di dollari per limitare gli effetti della crisi, è certamente una politica tanto interventista quanto fu la confisca dell’oro privato, pensandoci bene anche in questo caso viene confiscato valore ai cittadini se solo si pensa che raddoppiando il numero dei dollari in circolazione per definizione si riduce il valore intrinseco della moneta della metà! Ha inoltre molte assonanze in termini di politica estera con il suo predecessore del New Deal, molti scenari geostrategici sono stati destabilizzati sotto la presidenza Obama con giustificazioni apparentemente inconsistenti, pur – per altro – senza porre termine al presidio militare statunitense in Afghanistan e Iraq (alla faccia delle promesse pre-elettorali il presidio rimane, in forme non caratterizzate da una presenza militare dichiarata con esercito e mezzi ma senz’altro sotto forma di protettorato di fatto con funzioni di polizia, esempio già visto in passato). Parimenti molti alleati storici sono stati abbandonati, tra cui l’Italia (e l’Egitto, in parte anche Israele). Passando per vari scandali interni, ad esempio il blocco della macchina amministrativa USA dello scorso anno e giungendo fino al caso Snowden/NSA, stigmatizzando che la concretizzazione dei piani di spionaggio a strascico dell’NSA partirono proprio dal 2008, anno dell’elezione del primo presidente di colore degli States. Fino a giocare oggi la carta più azzardata e rischiosa: un potenziale scontro con la ricchissima – e non indebitata – Russia nucleare, via Ucraina. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Lascio a voi la risposta, lo scopo del presente intervento vuole essere sotto molti aspetti didascalico.

La cosa più sorprendente è che, letta la storia dei presidenti USA in questo modo, le presidenze democratiche sembrerebbero essere molto più “pericolose” per il resto del mondo – e soprattutto per gli alleati degli USA – rispetto a quelle repubblicane, anche e soprattutto per l’impostazione ideologica degli interventi, anche se finalizzati a risolvere problemi contingenti (a partire dal supporto democratico per la schiavitù entro i propri stessi confini dell’epoca di Lincoln, per finire con i numerosi conflitti globali occorsi durante i governi democratici del secolo breve). Questo è purtroppo un dato di fatto, da tenere in considerazione per costruire, per chi lo volesse, un personale scenario per gli eventi là da venire.

Certo è che l’impero del dollaro è oggi in serio pericolo e tutto quello che sarà necessario fare per scongiurare tale eventualità verrà fatto, statene certi.

Mitt Dolcino

 

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