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LA SITUAZIONE PALESTINESE

Forse la migliore epitome della questione palestinese è contenuta in un’analisi pubblicata da Stratfor il 15.11.2011 (The Geopolitics of the Palestinians). È passato del tempo, ma essa è ancora oggi interamente valida. Dal momento che il testo va oltre le 4.400 parole, eccone un riassunto.
L’Impero Ottomano ha dominato il Medio Oriente dal 1517 al 1918. In tale periodo la provincia siriana comprendeva l’attuale Siria, il Libano, la Giordania e Israele. Dopo la Prima Guerra Mondiale la regione a nord del monte Hermon passò sotto la dominazione francese, e quella a sud sotto la dominazione britannica.
È significativo che nel 1918 non vi fosse nessuna richiesta di uno Stato palestinese. Nell’area il concetto di identità nazionale era molto scarso. Le distinzioni chiare erano quelle fra arabi e turchi, o quelle religiose, fra musulmani, cristiani ed ebrei. Le linee di frattura erano sostanzialmente tribali e davano origine a conflitti regionali, non nazionali.
Alcuni europei di religione ebraica avevano continuato ad immigrare in questa regione sin dal 1880, al tempo dell’Impero Ottomano. Sia in Palestina, sia in altre parti del mondo islamico, essi andavano ad inserirsi nelle piccole comunità ebraiche colà esistenti da secoli.Gli ebrei arrivavano a piccoli gruppi e, si legge nell’articolo, “si stabilivano su terre comprate mediante fondi raccolti per loro dagli ebrei in Europa. Di solito, queste terre erano comprate da ‘proprietari terrieri assenteisti’, al Cairo e altrove, che avevano ottenuto la titolarità di quelle terre sotto il dominio degli Ottomani. I proprietari vendevano la terra per così dire togliendola da sotto i piedi degli ‘inquilini’ arabi, spossessandoli. Dal punto di vista ebraico, il contratto era una legittima acquisizione di terra. Dal punto di vista degli ‘inquilini’, era un diretto attacco al loro sostentamento e un’evizione dalla terra che le loro famiglie avevano coltivato per generazioni”. Così il conflitto cominciò come una compravendita immobiliare, divenendo poi una partizione, uno spossessamento e un conflitto dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il massiccio afflusso di ebrei dopo l’Olocausto.
Se Israele cessasse di esistere, la questione di uno Stato palestinese indipendente non sarebbe per questo risolta. Tutti i Paesi confinanti con un simile Stato avrebbero su di esso serie pretese. E infatti, nel corso dell’operazione Cast Lead a Gaza, nessuno Stato arabo si è mosso per sostenere quella città. E non è stato per caso: gli Stati arabi vedono nella creazione di uno Stato palestinese qualcosa che non è nel loro interesse, ed anzi – dal momento che la distruzione di Israele non è un progetto realistico – mentre limitano le pretese dei palestinesi tendono a giungere a qualche accordo con gli israeliani. In teoria dunque hanno sempre sostenuto la causa palestinese, ma in pratica la loro posizione ha sempre esitato fra l’indifferenza e l’ostilità. Lo stesso attuale intervento dell’Iran, a favore dei palestinesi, è un motivo in più per diffidare di loro.
Gli Stati arabi che hanno mosso guerra a Israele, per esempio nel 1973, lo hanno fatto nel loro interesse nazionale. Hanno provato a distruggere Israele, ma non lo hanno fatto per creare uno Stato palestinese. E quando i Palestinesi si sono battuti contro gli israeliani, la risposta dei regimi arabi è andata dall’indifferenza all’ostilità.
I palestinesi sono intrappolati nella geopolitica regionale, e sono anche intrappolati nella loro particolare geografia. Gaza è una trappola sociale ed economica. La West Bank è meno insostenibile, ma è anch’essa intrappolata fra due nemici, Israele e la Giordania. Economicamente, può esistere soltanto dipendendo da una vicina economia più dinamica: e ciò significa Israele.
Gaza ha il vantaggio militare di essere densamente urbanizzata e può essere difesa, ma è una catastrofe economica. Data la sua demografia, l’unica via per uscire da questa condizione è quella di esportare lavoratori, soprattutto in Israele. Ciò vale anche, seppure in misura minore, per la West Bank. E infatti I palestinesi hanno esportato lavoratori dovunque, per generazioni. Il paradosso è che, anche se in mezzo ad una catastrofe sociale, economica e militare, l’attuale situazione permette un certo grado di autonomia politica. Un accordo minerebbe drammaticamente l’autonomia palestinese, creando una dipendenza da Israele.
Per I palestinesi, l’unica soluzione per questo dilemma è la distruzione di Israele. Ma essi non hanno la capacità di distruggerla e dunque questo è uno scenario inverosimile. Per farlo sarebbe necessario l’intervento di altre nazioni ostili ad Israele, ma anche se esse lo facessero, non c’è nulla – nella loro storia, nella loro ideologia e nella loro posizione – che faccia pensare che ciò condurrebbe alla creazione di uno Stato palestinese.
I palestinesi sono intrappolati da quattro fattori. Dagli israeliani; dai regimi arabi; dal fatto che ogni accordo sarebbe la premessa per la dipendenza e infine dalla realtà nella quale esistono. Gaza e la West Bank sono separate fisicamente, ma non come gli Stati Uniti e l’Alaska – cioè avendo in mezzo uno Stato amico, il Canada – ma come il Pakistan e il Bangladesh, con in mezzo l’India. Inoltre Gaza e la West Bank sono estremamente diverse. Gaza è lunga circa quaranta chilometri e in nessun punto è più larga di una dozzina di chilometri. In totale è un territorio di 145 miglia quadrate, in cui abita circa un milione e mezzo di palestinesi, con una densità di 11.060 abitanti per miglio quadrato, corrispondente all’incirca a quella di una città. Di fatto, Gaza va vista più come una città che come una regione. E, come una città, la sua attività economica primaria dovrebbe essere il commercio e la manifattura. Purtroppo, data l’ostilità di Israele e dell’Egitto, nessuna delle due cose è possibile.
Gaza è incapace di sostenersi, e oggi è in larghissima misura dipendente dall’aiuto che viene dall’estero. Dunque o sarà dipendente dalle relazioni economiche esterne, o dipenderà dall’aiuto estero. Non ha alcuno spazio di manovra e ciò la spinge ad un atteggiamento più radicale di quello della West Bank.
Se si creasse uno Stato palestinese, le dinamiche di Gaza, la città-Stato, e quelle della West Bank, che somiglia di più ad uno Stato-nazione, probabilmente non sarebbero compatibili. La conseguenza immediata dell’indipendenza sarebbe il massiccio riversarsi degli abitanti di Gaza nella West Bank e questo massiccio afflusso di centinaia di migliaia di nuovi abitanti farebbe crollare l’economia della West Bank. Questa non potrebbe assorbire I palestinesi di Gaza, ma questi non potrebbero rimanere a Gaza, salvo essere totalmente dipendenti dall’aiuto esterno. L’unica emigrazione possibile è in Israele. Ma – per non parlare della sicurezza – mentre Israele potrebbe essere capace di metabolizzare questa forza lavoro, in compenso trasformerebbe lo Stato indipendente palestinese in una dipendenza economica israeliana. La West Bank potrebbe forse sopravvivere da sola: Gaza no. Anche da questo nasce il suo estremismo. Il suo desiderio di distruggere Israele non ha origine soltanto nell’ideologia o nella religione, ma anche in un’analisi razionale di ciò che l’indipendenza significherebbe, nell’attuale architettura geografica. Tutto ciò comporta che la propensione per la soluzione dei due Stati si osserverà molto più forte nella West Bank che a Gaza. La Palestina tutta intera non può sopravvivere se si adotta la soluzione dei due Stati.
Ciò che i palestinesi richiedono è in diretta opposizione agli interessi di Egitto e Giordania, e a quello di molti altri Stati del resto del mondo arabo. In qualunque scenario, il successo di un’entità statale palestinese dipenderebbe in modo molto chiaro da eventi esterni che dovrebbero agire a suo vantaggio. E proprio per questo i palestinesi sono sempre stati una minaccia per gli altri Stati arabi. I palestinesi devono sconfiggere Israele per avere uno Stato, ma di questo compito dovrebbero incaricarsi gli altri Stati arabi. Le loro aspirazioni, per quanto riguarda il loro Stato, richiedono che gli altri Stati si assumano dei rischi. E poiché questo non è nell’interesse di questi ultimi, i palestinesi hanno costantemente lavorato contro di loro, come vediamo ancora una volta nel caso dell’Egitto. Mentre il nemico finale della Palestina è Israele, il nemico immediato sono sempre gli altri Stati arabi.
I palestinesi non possono convivere con la soluzione dei due Stati, non possono distruggere Israele, e non hanno spazio per ritirarsi. Non possono andare né avanti né indietro, sono intrappolati, e a quanto sembra sono destinati a non avere una Palestina.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 maggio 2015

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