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La Russia perde temporaneamente il 40% della capacità di export petrolifero con i porti sul Baltico fuori uso

Un attacco di droni ai terminal di Primorsk e Ust-Luga blocca una fetta enorme dell’export russo. Le conseguenze su logistica, rotte alternative e prezzi del greggio, in un mercato globale già sotto stress per la crisi in Medio Oriente.

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La Russia si trova a dover riorganizzare, e con una certa urgenza, i propri flussi petroliferi. Una serie di esplosioni ha  infatti messo fuori uso infrastrutture chiave per l’esportazione nel Mar Baltico, proprio mentre i rischi marittimi si accumulano in modo preoccupante anche su altri quadranti. Secondo quanto riportato da Reuters, che cita fonti Interfax, l’operatore statale degli oleodotti Transneft sta cercando di deviare i volumi di greggio dai porti colpiti, tra cui spiccano Primorsk e Ust-Luga, due degli snodi nevralgici per l’export di Mosca.

I calcoli sulle stime attuali dipingono un quadro complesso: circa il 40% della capacità di esportazione petrolifera russa risulta al momento offline, un dato che include le interruzioni delle operazioni portuali, i disagi alla rete degli oleodotti e i problemi logistici legati alle petroliere.

Si tratta, prima di tutto, di un problema logistico e, solo in un secondo momento, di un calo dell’offerta vera e propria. L’entità della questione è ben spiegata dai numeri dei terminal coinvolti:

  • Primorsk: gestisce normalmente oltre 1 milione di barili al giorno di greggio qualità Urals.
  • Ust-Luga: ha movimentato quasi 33 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi finiti nel corso dell’ultimo anno.

Perdere la piena operatività di entrambi i poli, anche solo temporaneamente, crea un “collo di bottiglia” immediato che difficilmente può essere risolto a colpi di bacchetta magica. Lo stesso CEO di Transneft, Nikolai Tokarev, ha dovuto prendere atto della realtà, ammettendo che reindirizzare volumi di questa portata con così poco preavviso è un’impresa ardua, viste le dimensioni dell’infrastruttura necessaria.

La Russia possiede ovviamente delle alternative. I flussi possono essere dirottati verso i porti del Mar Nero o attraverso corridoi terrestri verso est, ma non è una soluzione perfetta. La capacità fisica delle infrastrutture di trasporto è finita, e il Mar Nero può essere considerato tutto tranne che un placido lago sicuro di questi tempi, con gli attacchi alle petroliere in decisa escalation nelle ultime settimane.

Mosca si ritrova quindi a dover gestire vincoli strutturali su molteplici fronti: capacità portuale contratta nel Baltico, rischi assicurativi e fisici crescenti nel Mar Nero e le ormai croniche complicazioni legate alle sanzioni occidentali. Anche ammettendo che la produzione ai pozzi tenga i ritmi attuali, portare fisicamente il barile dal giacimento al compratore finale sta diventando un processo sempre più elaborato, decisamente più costoso e altamente incerto.

Dal punto di vista macroeconomico, l’impatto è da manuale. In concomitanza conle tensioni in Medio Oriente e la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz (con le conseguenti interruzioni della produzione globale di petrolio e GNL), questo intoppo logistico russo aggiunge carburante speculativo e strutturale a un mercato dove i prezzi dell’energia stazionano già a livelli siderali. Un promemoria di come l’economia reale dipenda ancora, inesorabilmente, dalla sicurezza dei tubi e delle navi.

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