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La rivincita del Papeete

 

 

Chi non ricorda la calda estate (come l’attuale!) del 2019 quando la Lega di Matteo Salvini staccò la spina al governo giallo-verde guidato dall’avvocato del popolo in versione Conte1? Il mainstream teleguidato fu rapidissimo nell’attribuire alla serata del Papeete come la responsabile di tale scelta, crocifiggendo da allora quotidianamente  il segretario della Lega (giorno, pomeriggio, sera e notte e spesso con plurime edizioni  straordinarie giornaliere) con l’indissolubile etichetta di uno “scellerato” che aveva preso una decisione così importante fra una consolle di disc jockey e un mixata di canzoni da spiaggia.

Sono d’altronde gli stessi che a tutt’oggi non mancano mai nei tanti talk-show televisivi d’infilare sempre la vulgata “Salvini con la maglietta di Putin” anche quando si parla d’inflazione, di siccità o degli scioperi dei tassisti, omettendo naturalmente (non per ignoranza, ma per malafede) che invece nel 2013, quando sfortunatamente Enrico Letta era capo del governo italiano, siglò con il sorriso a 64 denti ben 28 accordi con lo Zar di tutte le Russie e non mancò neanche di precipitarsi, unico leader occidentale, alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del 2014 a Shochi per ingraziarsi Putin e la sua corte, attirandosi critiche da mezzo mondo. Ma si sa ormai che la stampa italiana è a senso unico e le poche voci rimaste non allineate sono etichettate come “sfascisti”, “sovranisti”, “populisti”…e chi più ne ha ne metta.

Ma nonostante lo “spettacolo” che sta offrendo il M5S, ovvero di quello che fu il M5S, conteso fra Giuseppi e il bibitaro del S.Paolo,  la narrazione dello “strappo del Papeete” è ancora tanto cara al giornalume radical chic made in Capalbio e Via Montenapoleone passando dai Parioli, ed ha ancora tanti fervidi sostenitori.

Rinfreschiamoci allora un po’ la memoria. Il M5S di governo si è alleato con tutti: siamo passati dal fronte sovranista del Conte1 all’alleanza con il PD, Leu e Renzi nel Conte2, fino a diventare il socio di maggioranza del governo Draghi, ma di fatto a trazione piddina, ora però sulla graticola non per divergenze di programmi ed obiettivi ormai sovrapponibili, ma semplicemente per le gelosie personali fra “Giuseppi” e l’inquilino con ingiunzione di sfratto a Palazzo Chigi. Eppure, con il senno di poi già Salvini e tutta la Lega si erano ben accorti di quanto il M5S fosse inaffidabile, in preda alla ricerca del potere personale e di spinte insensate il tutto forti di un programma con scritto solamente  “NO a tutto” senza, e questo è il punto, proporre nessun tipo di alternative.

Certo oggi il motivo “ufficiale” della volontà di uscire dal governo Draghi è il ridimensionamento del reddito di cittadinanza con sacrosanti paletti per evitarne i tanti abusi e l’approvazione della costruzione del termovalorizzatore a Roma, ma quando Pizzarotti fu eletto a Parma, primo sindaco grillino di una grande città, demolì forse lo stesso impianto gestito dalla potente e controllata dal PD, HERA? No, l’impianto rimase  ben funzionante ed attivo, come lo è tutt’ora. Ma i NO a parole sono infiniti. Hanno rinnegato tutto: No trivelle, NO TAV, i NO sono infiniti, per i grillini l’importante è  stato solo dire esclusivamente NO, rendendo l’azione di qualsiasi governo da loro supportato, e con la partecipazione di qualsiasi maggioranza, una impresa impossibile.

Nato da legittime pretese di rinnovamento il Movimento è diventato poi simbolo di trasformismo e di superficialità.  Presentatosi come partito anti sistema si è trasformato nel guardiano del potere stesso, dell’europeismo senza se e senza ma, dell’occupazione del potere senza troppe remore. Sembra, ma ai più ormai appare come una certezza, che Grillo si sia voluto divertire nel raccattare, nella migliore delle ipotesi sul web, quanto di più incompetente, superficiale, spocchioso e voltagabbana fosse possibile per farlo poi sedere in Parlamento e nelle stanze del potere. Sicuramente una scommessa riuscitissima prendendo in giro milioni di italiani che in perfetta buona fede hanno creduto nel “nuovo”. Il trasformismo di Di Maio è poi da manuale: da supporter ai gilet gialli tanto da far incazzare Macron a democristiano in modalità prima repubblica! Incredibile!

Durante il Conte1 Giuseppi  già flirtava con la cancelliera tedesca (vi ricordate la scena della conversazione clandestina con il bicchiere di aranciata?). Neanche a farlo a posta poco dopo, esattamente il 16 luglio 2019  (quindi prima del Papette del 7 agosto!) i 14 europarlamentari grillini si prodigarono nell’assicurare i voti determinanti per l’elezione della candidata fedelissima della Merckel,  Ursula Von der Leyen, e di tutta la sua Commissione super ipereuropeista, tanto per intenderci quella del “Fitfor55”, delle assurde politiche insostenibili  ambientali e delle torbide trattative con Pfizer per i vaccini, il cui contenuto ancora non è stato rivelato e delle condizionalità capestro del Recovery (piuttosto lo sapete che la quota “prestiti” del Recovery praticamente l’abbiamo richiesta solo noi?).

In questa prospettiva storica la famosa mossa del “Papeete” del 2019, quando Salvini mise la parola fine all’alleanza con il M5S, ora appare molto più logica e giustificabile. Come si poteva continuare ad essere alleati con chi era a parole sovranista, ma nei fatti fare da stampella agli europeisti più scatenati e dietro le quinte sostenere il gioco della sinistra magari accontentandosi in cambio di qualche strapuntino in quarta fila?  Oggi molti attaccano Conte e il M5S, ma allora tutti ne furono i più strenui difensori, pronti a elogiare la sua flessibilità e l’astuzia di Renzi che fu il vero padrino del Conte2. Dovrebbero ammettere che Salvini allora aveva pienamente ragione nel non fidarsi di Conte, Di Maio & Co. e di scappare a gambe levate, eppure hanno continuato a flirtare per tre anni con l’ipotesi farlocca del “campo largo” con la speranza di fagocitare lo spazio elettorale sempre più eroso dei grillini promettendo improbabili seggi a chi non riuscirà alle prossime politiche ad agguantarne uno neanche se vivesse altri 1000 anni..

La verità è che il PD di Letta e tutto quello che gli gira intorno hanno una paura fottuta di andare alle urne perché sanno in cuor loro (piuttosto ne hanno uno?) che ne uscirebbero con le ossa rotte perché gli italiani hanno profondamente le scatole piene dei giochini che gli hanno consentito fino ad ora di rimanere in sella supportando il tecnico di turno con la scusa dell’emergenza o peggio ancora perché gradito all’Europa.

Ma potete scommetterci qualsiasi cosa che al primo talk-show che vi capiterà a tiro di telecomando si riparlerà solo del Papette e della maglietta di Putin! Vero piddini?


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