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LA PRODUTTIVITA’? DISTRUTTA DAGLI STESSI CHE LA INVOCANO. Come l”Economia dell’offerta” abbassa la produttività, dati alla mano

 

 

Su Scenarieconomici recentemente state leggendo molti articoli legati al tema della produttività, a partire da Kaldor e Verdoorn, che vedevano la produttività con una dinamica anche endogena (cioè causata direttamente dai livelli di crescita di produzione) oltre che esogena (dipendente dal mutamento tecnologico). Quindi avete visto una breve trattazione della Cambridge Capital Controversy, che in qualche modo toccava anch’essa questi concetti. Il tema è di grande interesse perchè gli economisti legati ai poteri forti e costituiti vengono ad indicare, ormai con una ripetitività stucchevole, la decrescita italiana come una conseguenza della perdita di produttività, mentre il fenomeno si può leggere all’esatto opposto, cioè con la perdita di crescita produttiva per le dinamiche monetarie svantaggiose alla base della perdita della produttività

Un nuovissimo saggio economico però apre un fronte ancora più diretto: se fossero proprio le misure di politica economica offertista ad abbassare le produttività?  Cioè se fosse chi spinge per la flessibilizzazione del posto di lavoro, per l’eelvata mobilità dello stesso, per l’eliminazione delle barriere all’ingresso dei mercati ad aver causato, con le famose “Riforme Strutturali” il calo  della produttività osservato in Europa?

A questa domanda cerca di rispondere un paper di Alfred Kleinknech pubblicato sul Cambridge Journal of Economics. Si parte dal notare che la produttività del lavoro sia in calo nelle economia avanzate, che queste siano il Giappone, gli USA o l’Uinione Europea a 15:

Nel tempo gli economisti hanno tentato di dare diverse spiegazioni a questo fenomeno: dall’effetto di un errore di misurazione, alla riduzione della spesa pubblica, all’esaurimento delle opportunità tecnologiche. Però queste spiegazioni non sembrano realistiche o complete, per cui l’autore si concentra sull’applicazione delle politiche economiche sul lato dell’offerta, che verrebbero ad agire in tre modi diversi sull’economia:

  • cambiano i rapporti di  forza fra capitale e lavoro conducendo ad una minore crescita delle remunerazioni, ma questo non incentiva l’introduzione di tecnologie a minor intensità di forza lavoro impiegata;
  • facilità di licenziamento ed un turnover elevato del lavoro non creano un ambiente favorevole alla crescita della conoscenza dei processi da parte dei lavoratori e quindi del “Know How” insito in ogni lavoratore;
  • la contrattazione decentralizzata delle paghe viene ad aumentare il gap invoativo fra aziende leader ed aziende “Ritardatarie”

Inoltre l’assenza di eventuali barriere all’entrata per le aziende spingerebbe le stesse ad essere più conservatrici, a non investire in innovazione perchè le perdite derivante dall’eventuale scelta di una via tecnologica sbagliata sarebbero fatali in un sistema in cui al competizione è quasi perfetta: infatti noi pensiamo sempre all’effetto positivo delle innovazioni, ma queste, se sbagliate, hanno delle ricadute pesanti per  gli imprenditori: se questi non hanno la possibilità di riprendersi e di assorbire non rischieranno di innovare, rallentando la crescita della produttività del lavoro. Inoltre una politica puramente supply side viene ad escludere l’intervento dello stato imprenditore, cioè di colui che può veramente permettersi di investire nella ricerca e in nuove vie produttive anche su larga scala.

Personalmente riteniamo sulla base della nascita di diversi distretti industriali italiani, che la riduzione delle risorse finanziarie dedicate alla forza lavoro ed una eccessiva mobilità dello stesso venga a porre anche dei problemi di cumulazione personale del capitale e quindi di nascita di piccole iniziative che possono portare una forte spinta innovativa: il sistema industriale italiano degli anni 70-90 ha mostrato come spesso gli ex dipendenti di aziende più grandi siano stati in grado di mettersi in proprio speso introducendo innovazioni di processo e di prodotto notevoli. La compressione delle remunerazioni viene a cancellare questa possibilità, ma in questo modo si viene anche a comprimere la crescita della produttività del lavoro.

Per concludere quindi bisogna essere molto cauti nel concedere ulteriori compressioni delle remunerazioni e dei diritti dei lavoratori, e degli imprenditori, proseguendo con la politica delle “Riforme”. Questo potrebbe portare non ad un miglioramento, ma ad un peggioramento della produttività e della crescita collettiva.

 

 


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