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La nuova Yalta è già realtà: il mondo spartito senza l’Europa (di Antonio Maria Rinaldi)

Il blitz americano conferma la spartizione del mondo in sfere d’influenza. Bruxelles, priva di strategia, resta a guardare.

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Con l’operazione speciale condotta dagli Stati Uniti in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, si è consumato un passaggio geopolitico che va ben oltre il destino di un singolo Paese o di un singolo leader. Quell’evento segna, nei fatti, la certificazione del ritorno a un ordine mondiale fondato sulle sfere di influenza. Non una semplice evoluzione, ma una vera e propria ricostituzione delle logiche di Yalta, adattate al XXI secolo.

L’elemento più significativo non è l’azione americana in sé, quanto ciò che è seguito – o, meglio, ciò che non è seguito. Due attori avevano interessi strategici rilevanti in Venezuela: Russia e Cina. Presenza economica, cooperazione energetica, sostegno politico e, in alcuni casi, militare. Eppure, di fronte all’intervento statunitense, entrambe le potenze si sono fermate a dichiarazioni formali, prive di qualsiasi conseguenza concreta. Nessuna escalation, nessuna iniziativa diplomatica incisiva, nessun segnale di deterrenza reale.

Attribuire questo comportamento a una presunta debolezza sarebbe un errore di prospettiva. La non-reazione di Mosca e Pechino appare piuttosto come una scelta consapevole, coerente con un assetto globale nel quale ciascuna superpotenza riconosce, implicitamente, i confini delle aree di competenza altrui. Il Venezuela, in questo schema, rientra ormai senza ambiguità nella sfera di influenza nordamericana. Difenderlo fino in fondo avrebbe significato sfidare direttamente Washington in un’area considerata vitale dagli Stati Uniti, pagando un prezzo sproporzionato rispetto ai benefici.

È esattamente qui che si manifesta la nuova Yalta. Non un accordo scritto, non una conferenza ufficiale, ma una spartizione tacita del mondo, fondata sul principio della non-interferenza reciproca nelle aree strategiche fondamentali. Un ritorno a una logica antica, che sostituisce l’illusione del multilateralismo con il realismo brutale delle potenze.

Questa chiave di lettura trova conferma osservando un altro tassello cruciale dello scenario globale: Iran. Formalmente alleato della Russia e interlocutore privilegiato della Cina, Teheran viene regolarmente colpita da operazioni mirate di Israele o degli Stati Uniti, senza che Mosca intervenga in modo diretto. Ancora una volta, proteste verbali, ma nessuna azione concreta. Segno che anche l’Iran, per quanto utile sul piano tattico, non rappresenta un interesse vitale tale da giustificare uno scontro frontale con l’Occidente.

La stessa logica governa gli altri grandi teatri di crisi. L’Ucraina è il perno della sicurezza strategica russa: lì Mosca non accetta compromessi reali. Allo stesso modo, Taiwan costituisce per la Cina una linea rossa invalicabile. Tutto il resto – dall’America Latina al Medio Oriente – diventa negoziabile, sacrificabile, subordinato a priorità superiori.

In questo contesto di spartizione silenziosa, emerge un dato tanto evidente quanto imbarazzante: il grande assente si chiama Unione Europea. L’Europa non ha avuto alcun ruolo nell’operazione venezuelana, non ha voce nei negoziati reali tra le superpotenze, non è percepita come interlocutore strategico credibile. È completamente fuori dai giochi, fuori dai tavoli decisionali e, soprattutto, fuori dalla logica delle sfere di influenza, che oggi determina il destino del mondo.

Questa assenza non è casuale. È il risultato di anni di marginalizzazione geopolitica, ma soprattutto di un problema strutturale: il livello estremamente basso delle gerarchie politiche e tecnocratiche di Bruxelles. Un ceto dirigente privo di visione strategica, incapace di parlare il linguaggio del potere e quindi inadatto a influenzare le decisioni delle grandi potenze. L’Unione Europea continua a ragionare in termini normativi e procedurali, mentre il mondo è tornato a ragionare in termini di forza, deterrenza e aree di controllo.

L’operazione in Venezuela rappresenta, per l’Europa, un’occasione storica persa. Non solo per riaffermare un ruolo internazionale, ma anche per prendere atto della realtà: il sistema globale non premia l’ambiguità né l’inerzia. Chi non è in grado di difendere interessi vitali, semplicemente, non viene invitato al tavolo.

La nuova Yalta non è un’ipotesi, né una metafora. È una realtà già operante. E mentre Stati Uniti, Russia e Cina ridisegnano il mondo secondo linee invisibili ma rigidissime, l’Europa resta spettatrice, priva di influenza e di credibilità. In un sistema fondato sulle sfere di potere, chi non conta viene ignorato. E oggi, drammaticamente, l’Unione Europea rientra proprio in questa categoria.

2. Domande e Risposte

Perché Russia e Cina non hanno difeso Maduro nonostante gli investimenti fatti? Perché hanno applicato la logica del “costo-opportunità”. Nello scacchiere della nuova Yalta, il Venezuela rientra nella sfera di sicurezza diretta degli Stati Uniti. Intervenire militarmente o con forza in quell’area avrebbe provocato una reazione sproporzionata di Washington. Mosca e Pechino preferiscono conservare le energie per difendere le loro linee rosse (Ucraina e Taiwan), sacrificando un pedone lontano.

Questa logica delle sfere d’influenza si applica anche al conflitto in Ucraina? Assolutamente sì, ed è la conferma speculare di quanto accaduto in Venezuela. Per la Russia, l’Ucraina è una questione esistenziale, una linea rossa invalicabile. Gli Stati Uniti lo sanno e, pur fornendo armi per logorare l’avversario, evitano accuratamente un coinvolgimento diretto che porterebbe all’escalation nucleare. È il tacito accordo tra potenze: ci si combatte per procura, ma si rispettano i confini vitali altrui.

Quali sono le conseguenze pratiche per l’Europa in questo scenario? L’Europa rischia l’irrelevanza storica e la vassalizzazione completa. Non avendo una forza militare autonoma, una politica estera unitaria e una strategia energetica sovrana, l’UE non è un “giocatore” ma un “campo da gioco”. In un mondo diviso in blocchi rigidi, se non hai la forza per essere un polo autonomo, sei costretto a seguire ciecamente le decisioni altrui, pagandone spesso il conto economico e sociale.

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