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LA GRANDE GUERRA E I GIORNI NOSTRI: DA VERSAILLES A LISBONA. COME L’EUROPA HA TRADITO I SUOI MORTI (di Giuseppe PALMA)

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IN OCCASIONE DEL CENTENARIO

DELL’ENTRATA IN GUERRA DELL’ITALIA

NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

(24 maggio 1915 – 24 maggio 2015)

 

SCENARI ECONOMICI

presenta lo SPECIALE:

 

“LA GRANDE GUERRA E I GIORNI NOSTRI:

DA VERSAILLES A LISBONA. COME L’EUROPA HA TRADITO I SUOI MORTI”

di Giuseppe PALMA

 

INTRODUZIONE:

 

Quest’anno ricorre il Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale (24 maggio 1915 – 24 maggio 2015), e non possono non tornare a mente i 652.000 morti e gli oltre un milione di feriti che quella spaventosa carneficina costò al nostro Paese. Una guerra combattuta perché l’Italia completasse l’opera Risorgimentale nei confronti di uno straniero – l’impero austro-ungarico – che in passato aveva fatto da padrone sulla nostra gente e sulla nostra terra. Quei meravigliosi ragazzi che partirono da tutte le contrade del nostro Paese e che parlavano solo il dialetto del rione dal quale provenivano, accettarono di farsi ammazzare per l’Indipendenza della Patria e per un futuro migliore da donare alle generazioni successive (la Grande Guerra contribuì non solo ad alimentare un condiviso sentimento patriottico, ma soprattutto a “fare gli italiani”, infatti in trincea calabresi e piemontesi impararono la stessa lingua dividendo gioie, dolori, morte e disagi).

Oggi, trascorsi appena cento anni da allora, quella sovranità costata quasi un milione di morti è stata ceduta – troppo frettolosamente e senza alcun criterio democratico – ad una finta “Unione di Stati” (l’UE) retta da grigi tecnocrati che nessuno conosce e che si permettono di fare la voce grossa e di comandare in casa nostra.

Cosa avrebbero fatto i ragazzi del 99’ se avessero saputo che dopo nemmeno un secolo avremmo svenduto la nostra sovranità, e quindi anche la nostra capacità di auto-determinazione, ad un organismo anti-democratico governato da arroganti tecnocrati che perseguono esclusivamente gli interessi delle banche private e della finanza speculativa? Avrebbero ugualmente accettato di farsi ammazzare dalla mitraglia nemica? Avrebbero ugualmente lasciato madri, mogli e figli per combattere in difesa della Patria? Non credo proprio… Riflettano quindi politici e governanti contemporanei: il sangue italiano versato sull’Isonzo, sul Carso, sul Monte Grappa e sul Piave è già stato abbondantemente tradito, quindi è giunta l’ora di trarre dalla Storia il giusto insegnamento e porre fine alle continue ed irragionevoli cessioni di sovranità in favore di organismi sovranazionali non eletti che non perseguono gli interessi dei Popoli bensì quelli delle multinazionali, delle banche private e del nuovo Ancien Régime europeo. La Democrazia, se svilita da continue ed irragionevoli cessioni di sovranità nazionale in favore di organismi sovranazionali sostanzialmente indenni dal processo elettorale, si tramuta in Dittatura, e ciò equivale ad un palese tradimento nei confronti dei nostri morti – siano essi della Prima o della Seconda Guerra Mondiale o anche del Risorgimento e delle lotte sociali -, tutti ragazzi caduti con la speranza di consegnare alle nuove generazioni un mondo di uomini liberi!

Ed è proprio attraverso gli insegnamenti della Storia che il popolo deve prendere coscienza.

Pur comprendendo l’enorme difficoltà di riassumere la Prima Guerra Mondiale in un solo articolo (benché più lungo degli articoli “comuni”), cercherò ugualmente di darvi il massimo: una buona base storica ed interessanti riflessioni non solo di carattere storico, ma, soprattutto, in merito a quanto accade nei giorni nostri. Ah, dimenticavo! Non sono uno storico improvvisato: sono un giovane avvocato di 36 anni ma ho già pubblicato, tra gli altri, ben quattro libri di Storia moderna e contemporanea.

 

LA STORIA:

 

  1. LA BELLE ÉPOQUE: tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’Europa è quella della Belle Époque, vale a dire quel periodo storico di innovazione nel campo della tecnica, dell’industrializzazione, della medicina. Ciononostante, il benessere è un privilegio riservato solo alle classi benestanti. Risalgono a questo periodo importanti scoperte come l’illuminazione elettrica, la radio, la pastorizzazione, il vaccino per la tubercolosi, il cinema etc… il tutto accompagnato dal fervente sfociare di artisti, letterati e movimenti culturali quali, ad esempio, il Futurismo come movimento letterario e l’Espressionismo come movimento artistico. La Belle Époque è comunque un mondo patinato di ipocrisia e generatore di terribili ingiustizie.
  2. LA SITUAZIONE GENERALE IN EUROPA: dal punto di vista sociale, l’Europa di fine Ottocento/inizi Novecento è scossa da ribellioni che nascono soprattutto dalle classi meno abbienti, quindi – in virtù del processo di industrializzazione – soprattutto dagli operai, i quali rivendicano giustamente migliori condizioni lavorative, un aumento dei salari ed una riduzione dell’orario di lavoro. Ma la crisi in Europa è ancora più profonda: a) in Germania, dopo Bismarck, prende piede un sistema autoritario e rigido imposto dall’imperatore Guglielmo II (il Kaiser) che vuole estendere – al pari di Inghilterra ed Austria – i confini prussiani; b) in Francia l’Affaire Dreyfus è un eclatante caso di razzismo ed antisemitismo che mina le basi culturali e di identità dell’intera Nazione francese, ancora politicamente scossa dalla sconfitta di Sedan del 1870 che vide la cessione alla Germania dell’Alsazia e della Lorena; c) in Russia regna la secolare dinastia dei Romanov (Nicola II) che nel 1905 si vede scossa da una prima rivoluzione che sarà il preludio della definitiva Rivoluzione d’Ottobre del 1917; d) in Austria-Ungheria regna l’anziano imperatore Francesco Giuseppe (Cecco-Beppe) che è alle prese con le continue rivendicazioni indipendentiste da parte delle diverse etnie e regioni del suo vastissimo Impero; e) In Inghilterra, dopo la morte della regina Vittoria (1901) regna suo figlio Edoardo VII (fino al 1910) e successivamente suo nipote Giorgio V. Gli inglesi, che dispongono di numerosissime colonie, hanno il dominio incontrastato sui mari e quindi sul commercio ; f) in ITALIA il Secolo inizia male: nel maggio 1898 il generale Bava Beccaris prende a cannonate i milanesi durante la c.d. “protesta dello stomaco”. Tale episodio, accompagnato dagli elogi espressi dal re nei confronti di Bava Beccaris, è uno dei motivi che portano l’anarchico Gaetano Bresci ad uccidere a Monza Umberto I: è il 29 luglio 1900. Sale così sul trono Vittorio Emanuele III, che si rifiuta di vendicare l’omicidio del padre. Nonostante la situazione in Europa sia instabile un po’ dappertutto, il Vecchio Continente vive anni di pace, di progresso e di spensieratezza. La Grande Guerra, nel giro di appena quattro anni e mezzo, spazzerà via un intero mondo!
  3. LA SITUAZIONE POLITICO-INTERNAZIONALE DEL VECCHIO CONTINENTE: in Europa l’assetto politico-internazionale è particolarmente marcato: A) da una parte c’è la TRIPLICE INTESA con l’Impero Britannico, la Terza Repubblica Francese e l’Impero Russo (che durante il conflitto, insieme all’Italia, costituiranno le POTENZE ALLEATE); B) dall’altra la TRIPLICE ALLEANZA con l’Impero Austro-Ungarico, la Germania e il Regno d’Italia (che durante la guerra, senza l’Italia, costituiranno gli IMPERI CENTRALI). Particolarmente curiosa è l’alleanza del nostro Paese stipulata nel 1882 proprio con l’impero austro-ungarico che aveva dominato (e sottomesso) per più di un secolo i nostri territori del nord (dal 1707 al 1866, data – quest’ultima – della cessione del Veneto al neonato Regno d’Italia), e contro il quale il Piemonte aveva combattuto le Guerre di Indipendenza. Con lo scoppio della Guerra, gli altri Stati si collocano man mano all’interno dell’una o dell’altra “grande coalizione”: gli Stati Uniti d’America – inizialmente neutrali – entrano in guerra nella primavera del 1917 al fianco dell’Intesa (seppur ufficialmente come “componente esterno” rispetto a qualsiasi alleanza pre-esistente), mentre l’impero Ottomano si schiera con le potenze della Triplice Alleanza; il Giappone, il Belgio e la Romania si collocano al fianco delle forze dell’Intesa, mentre la Bulgaria al fianco della Triplice Alleanza. L’Italia, inizialmente neutrale (anche se ufficialmente alleata con l’Austria-Ungheria e la Germania), entrerà in guerra nel maggio 1915 al fianco dell’Intesa. La Serbia, ovviamente, combatte anch’essa con le forze della Triplice Intesa a seguito della dichiarazione di guerra da parte dell’Impero Austro-Ungarico.
  4. LA SCINTILLA: è il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando (nipote di Francesco Giuseppe e quindi erede al trono dell’Impero austro-ungarico) e la moglie Sofia sono in visita ufficiale a Sarajevo, in Bosnia, dove pullula una forte rivendicazione indipendentista. Francesco Ferdinando e Sofia vengono entrambi uccisi da due colpi di pistola sparati da Gavrilo Princip, uno dei partecipanti alla cospirazione contro l’erede al trono dell’Impero. Ma l’attentato di Sarajevo è solo una “scintilla”: le cause della guerra sono altre.
  5. LE VERE CAUSE DELLA GRANDE GUERRA: l’attentato di Sarajevo è solo un pretesto, infatti le vere cause dello scoppio della Prima Guerra Mondiale sono altre: 1) il forte contrasto tra Francia e Germania che trova le proprie radici nella sconfitta francese di Sedan del 1870, quindi nella cessione dell’Alsazia e della Lorena all’Impero germanico. La sconfitta di Sedan aveva procurato anche la caduta di Napoleone III e la fine del Secondo Impero francese; 2) la corsa agli armamenti e la costruzione di una imponente marina militare da parte della Germania mina la supremazia britannica sui mari. La Germania intende quindi raggiungere una maggiore espansione coloniale al pari dell’Inghilterra; 3) l’Impero austro-ungarico è continuamente oggetto di rivendicazioni indipendentiste da parte di parecchi territori sottomessi al suo dominio, quindi ritiene che la guerra possa sedare definitivamente le animosità all’interno del suo vasto Impero; 4) l’aggressiva politica della Russia sui Balcani per avere uno sbocco sul Mediterraneo pone rilevanti problemi al rafforzamento dell’egemonia austro-ungarica in quelle zone; 5) l’ITALIA deve ancora completare l’opera Risorgimentale in quanto sono rimasti fuori dal processo di unificazione nazionale il Trentino, l’Alto Adige, il Friuli Venezia-Giulia, l’Istria e le isole costiere. Il nostro Paese, divenuto Regno d’Italia solo nel 1861 a seguito dell’annessione da parte del Piemonte sabaudo degli altri Stati della penisola, intende avere anch’esso un’espansione coloniale e quindi una maggiore influenza commerciale, soprattutto nel Mediterraneo. L’Italia, inoltre, intende conquistare un ruolo determinante e di tutto rispetto nel panorama europeo al pari delle altre Nazioni; 6) gli Stati Uniti, inizialmente indifferenti al conflitto in Europa, vedono nella Grande Guerra un’opportunità per poter influire – in caso di vittoria dell’Intesa – negli equilibri geo-politici del Vecchio Continente; 7) la corsa agli armamenti di tutti gli Stati su spinta degli interessi della grande industria, la quale vede nella guerra grandi opportunità di guadagno.
  6. LA SITUAZIONE IN ITALIA. NEUTRALISTI E INTERVENTISTI: il nostro Paese è diviso sull’entrata in guerra. Tra i NEUTRALISTI abbiamo: 1) i liberali giolittiani appoggiati da La Stampa di Torino. Giolitti è convinto che – attraverso la diplomazia – si possano ottenere dall’impero austro-ungarico le c.d. terre irredente in cambio della neutralità italiana. Si oppone all’intervento anche Benedetto Croce, non perché pacifista ma in quanto convinto che l’Italia non sia in grado di sostenere il peso di una guerra lunga; 2) i cattolici che, sotto la guida del pontefice Benedetto XV, sono contrari ad un inutile spargimento di sangue (il Papa definirà la Grande Guerra come “l’inutile strage”). La Chiesa, inoltre, teme che in caso di conflitto e di sconfitta della cattolicissima ed autoritaria Austria-Ungheria, possa verificarsi una maggiore impennata del panslavismo ortodosso, oppure, in caso di vittoria dell’Intesa, una maggiore avanzata della modernità laica incarnata dalla Francia repubblicana ed anticlericale; 3) la maggioranza del Partito Socialista Italiano, il quale è contrario all’entrata in guerra perché in trincea ci andrebbero soprattutto gli operai e i contadini. I socialisti considerano la guerra come un conflitto scatenato dall’avidità capitalistica e dall’antagonismo imperialista, il tutto a scapito di un sacrificio insopportabile di vite umane. Tra gli INTERVENTISTI (in maggioranza schierati in favore di un’alleanza con le forze della Triplice Intesa) abbiamo: 1) i liberali-conservatori di Antonio Salandra (Presidente del Consiglio) e Sidney Sonnino (Ministro degli Esteri) – appoggiati dal direttore de Il Corriere della Sera Luigi Albertini -, i quali considerano necessario l’intervento sia per completare il processo di unificazione dello Stato italiano, sia per ottenere ed ampliare i possedimenti coloniali, ma soprattutto per rafforzare l’egemonia della destra liberale nel quadro politico italiano; 2) i nazionalisti, quindi i dannunziani e i futuristi (appoggiati dalla rivista La Voce), che vedono nella guerra un modo per consolidare l’unità politica e morale degli italiani, quindi un impulso decisivo per il riscatto nazionale (e personale); 3) una minoranza del Partito Socialista Italiano guidata da Benito Mussolini (direttore del quotidiano L’Avanti che, in disaccordo con i suoi, sarà espulso dal partito e fonderà quindi Il Popolo d’Italia), oltre agli irredentisti come il socialista trentino Cesare Battisti, i sindacalisti rivoluzionari come Filippo Corridoni, i socialisti riformisti di Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini (oltre a molti repubblicani), tutti convinti che la guerra al fianco dell’Intesa rappresenti – in caso di vittoria – l’avvio di un processo politico idoneo ad avversare l’assolutismo reazionario. La maggioranza degli italiani è tuttavia per la non belligeranza. Come sempre accade nella Storia, una “minoranza ben organizzata e chiassosa” prevarrà sulla “isolata e disorganizzata maggioranza silenziosa”.
  7. IL PATTO DI LONDRA E LA NOSTRA ENTRATA IN GUERRA: sia la posizione interventista che quella neutralista hanno in comune – seppur attraverso strumenti differenti (l’una con l’entrata in guerra l’altra con le trattative) – l’obiettivo di completare l’opera Risorgimentale, tant’è che la Grande Guerra è definita da alcuni storici come la “Quarta Guerra di Indipendenza”. Sidney Sonnino (Ministro degli Esteri del governo Salandra) inizia le trattative con l’Austria-Ungheria al fine di ottenere “a tavolino” il Trentino, l’Alto Adige, l’Istria e le isole costiere. L’Austria tentenna ma alla fine, come più volte sostenuto da Giolitti, avrebbe sicuramente ceduto (almeno in parte) alle richieste italiane in cambio della nostra neutralità. Nel frattempo lo stesso Sonnino, con il benestare (se non addirittura il volere) di re Vittorio Emanuele III, apre trattative segrete anche con le forze della Triplice Intesa, che si concludono il 26 aprile 1915 con la sottoscrizione del PATTO DI LONDRA. Il Trattato prevede l’impegno da parte dell’Italia ad entrare in guerra entro un mese al fianco delle potenze dell’Intesa. In cambio, in caso di vittoria, l’Italia otterrà i seguenti territori: il Trentino (quindi Trento) e parte del Tirolo (fino al Brennero), Trieste, Gorizia (quindi la Venezia-Giulia), gran parte dell’Istria, parte della costa della Dalmazia, alcune isole adriatiche, il protettorato sull’Albania, una zona nell’Asia minore e una parte delle colonie tedesche in Africa. Nel frattempo Giolitti, tenuto all’oscuro del Patto, cerca di raccogliere attorno a sé una maggioranza parlamentare che sconfessi l’operato del governo Salandra e avvii una più ampia e serrata trattativa con l’Austria-Ungheria. Ma ormai è troppo tardi (Pacta sunt servanda). A seguito del tentativo di Giolitti (che poteva riuscire), Salandra rassegna le dimissioni che il re respinge. La Camera, con la sola opposizione dei socialisti, il 20 maggio conferisce al governo i “poteri straordinari” in caso di guerra (407 voti a favore; 74 contrari; 1 astenuto). Tre giorni dopo il governo italiano dichiara guerra all’Austria-Ungheria. All’alba del 24 maggio 1915 il nostro esercito varca la frontiera sul fiume Isonzo: l’ITALIA è in GUERRA!
  8. I PRIMI DUE ANNI DI GUERRA DELL’ITALIA: il fronte italiano si estende per circa 600 km dal Passo dello Stelvio fino al fiume Isonzo, e dalle Alpi Carniche al golfo di Trieste. Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano è il generale piemontese LUIGI CADORNA. Il suo modus operandi è rigido e crudele! Per soffocare le insubordinazioni, presunte e non, utilizza il sistema della DECIMAZIONE: vengono poste in essere rappresaglie che servono a sedare rimostranze, comportamenti indisciplinati o defezioni: decine di soldati (spesso innocenti e, ancor peggio, tratti a sorte) vengono fucilati come monito per tutti. In due anni e mezzo di comando, circa 300 soldati cadono vittime di questo barbaro sistema punitivo. Accade anche che soldati e ufficiali, cauti nell’avanzata verso il nemico che ha una mira invidiabile, vengano fucilati semplicemente perché ritenuti “vigliacchi”. La disciplina tiene, ma il morale è a terra. Cadorna è ricordato, inoltre, anche per la sua folle strategia degli ATTACCHI FRONTALI senza alcun idoneo supporto dell’artiglieria, destinando così a morte certa centinaia di migliaia di ragazzi. Il tutto per conquistare pochi kilometri di territorio che, il più delle volte, tornano nelle mani nemiche. La strategia del Cadorna è quindi quella del “sempre e in ogni caso avanti fino al nemico”, anche a costo di sacrificare inutilmente la vita dei suoi soldati. Durante i primi due anni di conflitto (e più precisamente per periodi compresi tra il 23 giugno 1915 ed il 31 agosto 1917) vi sono ben UNDICI BATTAGLIE DELL’ISONZO attraverso le quali, a nostre piccole conquiste territoriali, si alternano riconquiste da parte del nemico e viceversa. In pratica nessuna di queste azioni si rivela decisiva per l’equilibrio bellico, ma il costo in termini di vite umane e di feriti è enorme. Cadorna adotta una strategia di tipo “offensivo”, quindi predilige attacchi frontali quasi mai preceduti dal fuoco di artiglieria, destinando i nostri soldati al massacro! Gli attacchi sono il più delle volte preceduti da azioni notturne che mirano a divellere le siepi di filo spinato e i reticolati appositamente costruiti dagli austriaci a protezione delle proprie trincee: parecchi dei nostri, individuati dalle vedette, vengono trucidati dalla mitragliatrice! Nessuna delle Undici Battaglie dell’Isonzo produce risultati significativi per entrambi i fronti, fatta eccezione per la SESTA BATTAGLIA DELL’ISONZO (4 agosto – 17 agosto 1916) a seguito della quale, al prezzo di oltre 20.000 morti e più di 50.000 feriti tra le nostre fila, le truppe italiane entrano a Gorizia. Le successive battaglie dell’Isonzo sono combattute nella zona del CARSO, teatro delle c.d. “spallate”, ma senza che nessuna porti a risultati decisivi sugli equilibri strategico-militari del conflitto. Fino all’autunno del 1917 entrambi gli eserciti mantengono, sostanzialmente, le proprie posizioni iniziali, alternando conquiste e sconfitte. Facciamo un piccolo passo indietro: nella primavera del 1916, dal 14 maggio al 2 giugno, gli austriaci lanciavano una grande offensiva nel Trentino (Strafexpedition – spedizione punitiva), durante la quale veniva catturato CESARE BATTISTI che, riconosciuto, era fatto prigioniero e condannato a morte come traditore (Battisti era stato eletto deputato al Parlamento austriaco nel 1911, sostenendo coraggiosamente la causa dell’autonomia del Trentino. Allo scoppio della guerra si era arruolato con l’esercito italiano, quindi considerato dall’Austria-Ungheria quale traditore da punire con la morte). La Strafexpedition si esauriva comunque con un fallimento, ma gli austriaci sferravano un attacco sul San Michele (29 giugno 1916) usando per la prima volta contro gli italiani i gas asfissianti: l’invasione del territorio nazionale aveva provocato le dimissioni di Salandra, sostituito da Pietro Boselli. Successivamente, come sopra premesso, nell’agosto del 1917 l’esercito italiano entrava a Gorizia.
  9. LA DISFATTA DI CAPORETTO: il nostro comando militare è stato preventivamente informato del fatto che gli austriaci stanno preparando una grande offensiva in ottobre, ma Cadorna è convinto che il nemico non attaccherà. Purtroppo per noi, si sbaglia! La notte fra il 24 e il 25 ottobre 1917 ha inizio la DODICESIMA BATTAGLIA DELL’ISONZO (o altrimenti detta BATTAGLIA DI CAPORETTO). L’esercito austro-ungarico, con il sostegno di sette tra le migliori divisioni tedesche, lancia una grande offensiva preceduta da un breve ma intenso bombardamento (anche con bombe a gas) che neutralizza le batterie italiane e le reti di comunicazione tra i comandi. Le truppe nemiche riescono a sfondare le nostre linee penetrando nel territorio italiano: le nostre truppe, colte impreparate, rompono disordinatamente inondando la pianura di una fiumana di uomini in fuga. Il 27 ottobre Cadorna ordina la ritirata fino al Tagliamento, attraversato dagli austro-tedeschi il 2 novembre: le truppe italiane arretrano di circa 150 kilometri, fino al Piave. Durante la ritirata i nostri soldati sono allo sbando, senza supporto e senza ordini. Nel giro di pochi giorni l’Italia perde i territori conquistati in ben due anni di guerra e costati centinaia di migliaia di morti: gli austriaci occupano il Friuli e il Veneto e noi perdiamo più di 20.000 kilometri quadrati di territorio nazionale. Cadorna attribuisce ingiustamente la rotta di Caporetto ai soldati italiani “vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”, ma in realtà i veri responsabili (oltre a lui) sono i generali Luigi Capello e Pietro Badoglio (quello stesso Badoglio che il 25 luglio 1943 sostituirà Benino Mussolini a capo del governo italiano), che comandano le armate investite dall’attacco a sorpresa. La Battaglia di Caporetto costa al nostro esercito circa 10.000 morti, 29.000 feriti e 290.000 prigionieri (tuttavia, da un punto di vista meramente numerico, la Dodicesima Battaglia dell’Isonzo vede meno morti di altre battaglie combattute sul medesimo fronte, come ad esempio la decima Battaglia dell’Isonzo del maggio 1917 costata al nostro esercito ben 000 morti e 88.000 feriti). L’esercito austro-tedesco ha potuto lanciare l’offensiva di fine ottobre contro l’Italia – che ha determinato la nostra sconfitta a Caporetto – anche perché non si è dovuto preoccupare del fronte orientale, infatti con l’ascesa al potere di Lenin la Russia ha iniziato a trattare con la Germania la seria possibilità di una pace separata, circostanza che si avvererà.
  10. LA RINASCITA E IL RISCATTO: la disfatta di Caporetto provoca le dimissioni del Presidente del Consiglio Boselli, sostituito da Vittorio Emanuele Orlando a capo di un governo di coalizione nazionale. Gli Alleati – seriamente preoccupati dalle proporzioni della ritirata – temono che il nostro esercito sia costretto a capitolare, e ciò comporterebbe la sconfitta anche per le Potenze Alleate… si parla addirittura di organizzare un fronte difensivo sul fiume Po’, che però si trova a ridosso di Milano, quindi un ulteriore ed eventuale sfondamento del nemico potrebbe significare la capitolazione definitiva del nostro Paese. E’ il re a prendere in mano la situazione: Vittorio Emanuele III rassicura gli Alleati che l’Italia non capitolerà mai, ed ordina l’organizzazione della resistenza – e di conseguenza la controffensiva – sul PIAVE! Nel novembre del 1917 il fronte italiano vede il MONTE GRAPPA in prima linea a sbarramento del settore montano tra il BRENTA e il PIAVE. Sempre su indicazione del re, il nuovo governo sostituisce Luigi Cadorna con il generale napoletano ARMANDO DIAZ, che quindi diventa il nuovo Capo di Stato Maggiore. In quel momento l’Italia – che percepisce l‘occupazione del Veneto come una tragedia – dimostra di essere una grande Nazione: tutti si stringono attorno ai nostri ragazzi al fronte in nome dell’orgoglio, dell’unità e dell’integrità nazionale! Gli effetti della sostituzione di Cadorna sono immediatamente positivi: il vitto migliora, aumentano le licenze (che vengono concesse con regolarità) e viene inoltre garantita una migliore assistenza alle famiglie. Queste misure incidono notevolmente sul morale dei soldati, che quindi riacquistano il coraggio e la fiducia perdute dopo Caporetto. Insegnanti e intellettuali si recano al fronte per spiegare ai soldati i motivi dell’ingresso dell’Italia in guerra.
  11. IL PIAVE E VITTORIO VENETO. LA VITTORIA FINALE: l’Italia risorge! Viene chiamata alle armi anche la leva dei ragazzi nati nel 1899 che, nonostante la giovanissima età, dimostrano una tenacia inaspettata. Dirà Armando Diaz dopo qualche anno: “Li ho visti i ragazzi del 99’, andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera, cantavano ancora!”. Dopo la disfatta di Caporetto gli austro-tedeschi tentano di “sistemare” definitivamente il fronte italiano: il 13 novembre 1917 (esattamente venti giorni dopo la ritirata del nostro esercito) sferrano un nuovo attacco contro le linee italiane (PRIMA BATTAGLIA DEL PIAVE), ma l’offensiva viene eroicamente fermata dai nostri ragazzi. E’ l’inizio del riscatto! Dopo un inverno di estenuante attesa, il nemico sferra una nuova offensiva il 15 giugno 1918 (BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO o SECONDA BATTAGLIA DEL PIAVE), che si risolve con una vittoria italiana al sanguinoso prezzo di circa 90.000 morti (gli austro-tedeschi, tra morti, feriti e prigionieri, perdono ben 150.000 uomini). L’esercito austro-ungarico, fallite entrambe le offensive, non è quindi riuscito a risolvere in suo favore le sorti della guerra, con la conseguenza che i soldati sono esausti e le condizioni socio-economiche dell’Impero sono allo stremo. Il 24 ottobre 1918 – esattamente un anno dopo la sconfitta di Caporetto – il generale Diaz inizia una vasta offensiva dal Trentino all’Adriatico, così le nostre truppe varcano il Piave e mettono in fuga l’esercito nemico (BATTAGLIA DI VITTORIO VENETO o TERZA BATTAGLIA DEL PIAVE). Prendono parte a quest’ultima battaglia 51 divisioni italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 cecoslovacca e 1 reggimento americano contro ben 63 divisioni austro-ungariche. Dopo pochi giorni i nostri soldati raggiungono Vittorio Veneto: il 3 novembre Trento e Trieste sono liberate, mentre l’esercito austro-ungarico si ritira in disordine lasciando nelle nostre mani circa 300.000 prigionieri e più di 5.000 cannoni. Alle ore 15;20 di quello stesso giorno Italia e Austria-Ungheria firmano l’Armistizio di Villa Giusti (Padova), le cui trattative hanno avuto inizio già il 31 ottobre. Il 4 novembre, alle ore 12, il generale Diaz comunica via radio il BOLLETTINO DELLA VITTORIA: la guerra contro l’Austria-Ungheria è vinta! Uno Stato nato da poco più di 50 anni sconfigge quello che fu il più grande Impero degli ultimi due secoli. La vittoria italiana è determinante per la definitiva vittoria dell’Intesa: la Terza Battaglia del Piave accelera la fine della guerra anche sul fronte occidentale, che si conclude l’11 novembre con la capitolazione della Germania! La Grande Guerra è finita, ma le sue conseguenze saranno disastrose!
  12. LA “VITTORIA MUTILATA”: contravvenendo al Patto di Londra, la Conferenza di Parigi (quindi le forze dell’Intesa) non assegna al Regno d’Italia né la Dalmazia settentrionale (che va al nuovo Regno serbo-croato-sloveno, cioè la Jugoslavia) né gli altri territori pattuiti nell’aprile del 1915. Questa decisione è una delle cause di maggiore insoddisfazione che portano alla definizione di “VITTORIA MUTILATA“. L’Italia ottiene il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia-Giulia e l’Istria. Quasi un milione di morti per pochi kilometri di territorio che avremmo potuto ottenere a tavolino dall’Austria-Ungheria in cambio della nostra neutralità (Giolitti docet!). E dire che, nonostante tutto, determinante per la vittoria dell’Intesa è lo sfondamento italiano dell’autunno 1918! Alla fine della guerra i confini occidentali della Germania sono ancora intatti, tant’è che nessun soldato inglese, americano o francese è riuscito a mettere piede sul territorio tedesco, e lo stesso dicasi per i confini orientali, infatti la Russia è uscita dal conflitto a causa della Rivoluzione del 1917. Senza la vittoria italiana, la guerra sarebbe potuta continuare ancora per molto tempo. E’ la vittoria di Vittorio Veneto che pone gli Imperi Centrali nelle condizioni di arrendersi. Ciononostante, saremo trattati come una Nazione ininfluente!
  13. LE PRINCIPALI CONSEGUENZE DEL CONFLITTO: la Grande Guerra è costata all’Italia ben 652.000 morti e più di un milione tra feriti e mutilati. Oltre a non aver ottenuto dalla Conferenza di Pace quanto precedentemente stipulato con il Patto di Londra, in casa nostra aumenta sempre di più – e legittimamente – un diffuso malessere sociale ed economico (la ventilata promessa di “dare la terra ai contadini” – la c.d. riforma agraria – viene clamorosamente disattesa). Dal 1919 al 1921 è il periodo del c.d. Biennio Rosso, durante il quale tra scioperi selvaggi e disordini sociali, il Paese è in ginocchio. Nel 1919 nascono i “Fasci di combattimento” e nel 1921, da una scissione del Partito Socialista, nasce il Partito Comunista Italiano. Alcune fabbriche sono occupate (anche se non per molto) e si vive nella confusione generale. Eppure siamo una delle Nazioni che ha vinto la guerra! La c.d. “vittoria mutilata”, abbinata sia al malessere diffuso che all’esigenza di ridare al Paese un ordine sociale e produttivo, spiana la strada al FASCISMO. Il 28 ottobre 1922 la Marcia su Roma è il punto di non ritorno: Benito Mussolini, facendo leva anche sul diffuso sentimento nazionalistico dei reduci delusi, è nominato dal re Presidente del Consiglio (31 ottobre 1922). Iniziano così quasi 21 anni di governo fascista. E medesimo discorso, seppur dal punto di vista di una Nazione sconfitta, va fatto per la Germania: le condizioni severissime stabilite dal Trattato di Versailles del 1919 pongono la Germania in condizioni di difficoltà socio-economiche senza precedenti, le quali portano all’avvento del NAZISMO e all’ascesa di Adolf Hitler, che diviene Cancelliere nel gennaio del 1933. Ciò comporterà lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. L’avvento del FASCISMO e del NAZISMO sono quindi le principali conseguenze della Prima Guerra Mondiale, una vittoria grandiosa per l’Italia ma, duole dirlo, altrettanto inutile. Le conseguenze della Grande Guerra – ora più che mai – devono far riflettere anche noi contemporanei: non rispettare i patti o porre condizioni capestro e limiti troppo rigidi a Stati sovrani produce – in ogni Era e in ogni tempo – conseguenze drammatiche, se non addirittura disastrose! Chi vuol intendere, intenda!

 

CONCLUSIONI ED OSSERVAZIONI CRITICHE:

 

La Conferenza di Parigi riconobbe al Regno d’Italia l’annessione del Trentino, dell’Alto Adige, del Friuli Venezia-Giulia e dell’Istria, quindi meno di quanto era stato stabilito dal Patto di Londra sottoscritto nell’aprile del 1915. Pochi kilometri quadrati di terre che avremmo potuto ugualmente ottenere dall’Impero austro-ungarico attraverso la diplomazia, in cambio della nostra neutralità. E invece si scelse di sacrificare un’intera generazione sotto i colpi della mitragliatrice austro-tedesca. Oggi, mi duole sottolinearlo,  l’Intellighenzia del “Pensiero Unico Dominante” usa ricordare – per ragioni di convenienza e di opportunità politica – soprattutto gli italiani morti durante la Seconda Guerra Mondiale (tra militari e civili circa 300.000 persone), mentre spesso ci si dimentica dei 652.000 morti (solo tra i militari) che costò – come piace chiamarla a me – l’ “INUTILE VITTORIA” della Grande Guerra, la quale a noi italiani (che avevamo vinto) riservò la conseguenza di un biennio di scioperi selvaggi ed il ventennio fascista, alla Germania (che aveva perso) la sventurata Repubblica di Weimar seguita dall’avvento del nazismo e della dittatura di Hitler, e al mondo intero (che non sarà più lo stesso) la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

Tale insegnamento deve servire anche a noi contemporanei: la stipula di Trattati internazionali (in tempo di guerra o di pace poco importa) che pongono limiti troppo rigidi e condizioni forcaiole a Stati sovrani produce, sempre, conseguenze nefaste e talvolta disastrose!

Facciamo quindi attenzione anche a ciò che accade nei giorni nostri: i Trattati dell’UE, ad esempio, hanno introdotto – tra le molteplici scempiaggini – lo scellerato vincolo del 3% del rapporto deficit/PIL, prevedendo altresì l’introduzione di una moneta unica sbagliata (e fondata su un progetto criminale) che sta schiavizzando centinaia di milioni di persone (ho già scritto parecchio su questo argomento)!

Dal Trattato di Maastricht (1992) a quello di Lisbona (2007) lo strapotere sovranazionale dell’UE ha esautorato quasi interamente le Costituzioni nazionali degli Stati membri, Carte fondamentali che trovano il loro fondamento nel sangue versato dalla Rivoluzione francese al Secondo conflitto Mondiale, passando dalla Grande Guerra!

Ma lo scempio non ha ancora avuto fine. Che dire, ad esempio, del cosiddetto Fiscal Compact? Un Trattato intergovernativo che inasprisce il vincolo del rapporto deficit/PIL dal 3% allo 0,5% ed impone la drastica riduzione del rapporto debito pubblico/PIL al 60%, obbligando finanche la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio. Misure, tutte, che rendono vano il sangue versato in circa due secoli di guerre e rivoluzioni.

Ciò premesso, i TRATTATI DELL’UNIONE EUROPEA SONO TRATTATI CAPESTRO CHE, PRIMA O POI, PRODURRANNO CONSEGUENZE SIMILARI – o quanto meno di equiparabile gravità – A QUELLE PRODOTTE DAL TRATTATO DI VERSAILLES (rapportate ovviamente ai nostri tempi).

E concludo.

Gli storici “ufficiali”, purtroppo, hanno la brutta abitudine di raccontare la Storia a seconda delle esigenze dell’establishment… Io, che ho la passione, preferisco invece raccontare la Storia anche nei suoi aspetti più “scomodi”, cercando di trarne soprattutto gli insegnamenti utili ai contemporanei!

Ciò detto, il sangue versato durante la Prima Guerra Mondiale è stato vergognosamente calpestato negli ultimi decenni soprattutto da una certa classe politica (nostrana e sovranazionale) che ha vigliaccamente tradito lo spirito, il sacrificio e i sogni di quei meravigliosi ragazzi.

 

Non ai posteri, ma a noi, l’ardua sentenza!

 

Giuseppe PALMA

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