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La Gabbia Dorata: Quando il Dogma della Stabilità Distrusse l’Industria (e cosa deve imparare la BCE)
L’Oro che soffoca l’economia: la lezione ignorata del 1929 Mentre le banche centrali tornano ad accumulare oro, la storia della Grande Depressione lancia un avvertimento inquietante. Studi dimostrano come il “dogma” della stabilità e la rigidità monetaria trasformarono una crisi in catastrofe, distruggendo industria e banche. Un errore che la BCE rischia di ripetere oggi?

L’oro è tornato di moda. Da Est a Ovest, le banche centrali stanno accumulando riserve auree con una frenesia che non si vedeva dai tempi di Bretton Woods. Un segnale di sfiducia nelle valute fiat? Probabile. Ma la storia economica, quella vera che si studia sui dati e non sui manuali di teologia finanziaria, ci insegna una lezione brutale: l’oro non è solo una riserva di valore. Se trasformato in un feticcio ideologico a cui sacrificare l’economia reale, l’oro diventa una condanna a morte per il sistema industriale.
L’esperienza della Grande Depressione, magistralmente dissezionata da studi accademici fondamentali come quelli di Barry Eichengreen, Peter Temin e Ben Bernanke, ci offre un parallelo inquietante con l’odierna ossessione per la stabilità dei prezzi a ogni costo.
La “Mentalité” del Gold Standard: Una Religione, non una Politica
Perché, mentre il mondo crollava nel 1929 e la disoccupazione esplodeva, i banchieri centrali si ostinavano a difendere la parità aurea? La risposta, secondo Eichengreen e Temin, non risiede nella logica economica, ma in quella che definiscono la “Gold Standard Mentalité”. Non era un semplice sistema di cambio fisso; era un imperativo morale. L’oro rappresentava la civiltà, il risparmio, la virtù vittoriana; la moneta gestita (quella che oggi usiamo, la cosiddetta moneta Fiat) era vista come il caos, l’immoralità, la via per la perdizione.
Il problema, presente ancora oggi, è confondere un sistema di misurazione economica, la moneta, con una ricchezza intrinseca da tesaurizzare. Il forziere d’oro appariva ancora come sinonimo pèsicologico del benessere, senza rendersi conto che questo, invece, dipende da un insieme complesso di prodotti in cui la moneta è solo uno strumento di valutazione.
Questa mentalità era pervasiva e costringeva i decisori politici a ignorare la realtà. Come un medico che continua a fare salassi a un paziente anemico perché “così dicono i testi sacri”, le banche centrali dell’epoca, Fed e Banca di Francia in testa, continuarono a “prendere a calci l’economia mondiale mentre era a terra”, fino a farle perdere conoscenza.
La convinzione era che la difesa dello standard aureo fosse l’unico modo per garantire la stabilità futura, anche a costo di “sofferenze e disordini sociali” nel presente. Una retorica che suona sinistramente familiare alle orecchie di chi ascolta certi discorsi odierni sulla necessità di soffocare la domanda per abbattere l’inflazione.
Il meccanismo del disastro: Deflazione e Rigidità
Sotto il Gold Standard, le regole del gioco erano semplici e spietate: se un paese perdeva oro (deficit commerciale), doveva alzare i tassi e contrarre il credito. L’obiettivo era la deflazione: abbassare i prezzi interni e, soprattutto, i salari, per recuperare competitività. Un discorso che abbiamo sentito fino a qualche anno fà praticato nella UE.
Ma c’era un problema strutturale che i tecnocrati dell’epoca fingevano di non vedere. Il mondo del 1930 non era quello del 1880. I mercati del lavoro erano diventati rigidi. La crescita dei sindacati, l’estensione del diritto di voto e la nascita dei partiti dei lavoratori rendevano impossibile tagliare i salari con la facilità di un tempo. Il risultato di questa cecità fu catastrofico:
- Invece di un aggiustamento dei prezzi, si ottenne il crollo della produzione industriale.
- La politica di austerità, necessaria per difendere il cambio, distrusse la domanda interna, esattamente come successo nella UE dopo la crisi del debito..
- La rigidità dei salari nominali, in un contesto di prezzi in caduta libera, fece esplodere i salari reali, rendendo il lavoro troppo costoso per le imprese e causando disoccupazione di massa.
I Colpevoli: Francia e Stati Uniti
Non tutte le colpe furono uguali. La Grande Depressione fu trasformata in una catastrofe globale dalle politiche asimmetriche di due giganti: Stati Uniti e Francia.
- La Fed Americana: Alzò i tassi nel 1928 non per raffreddare l’inflazione (che non c’era), ma per sgonfiare la bolla speculativa di Wall Street. Una mossa che strangolò l’economia reale internazionale. Gli USA rimasero collegati al Gold Standard, anche se ammorbidito, sino al 1974.
- La Banca di Francia: Accumulò riserve auree immense (passando dal 15% al 32% dell’oro mondiale tra il 1928 e il 1932) ma rifiutò di espandere la propria base monetaria. In pratica, “sterilizzò” l’oro, sottraendo liquidità vitale al resto del pianeta e imponendo una deflazione globale.
Queste politiche non erano errori tecnici, erano scelte deliberate dettate dall’ortodossia.
Il Colpo di Grazia: Panico Bancario e “Debt Deflation”
Qui entra in gioco l’analisi di Ben Bernanke e Harold James. Il vero canale di trasmissione che trasformò una recessione in depressione fu il collasso del sistema finanziario, causato proprio dalla deflazione.
Il problema è matematico: i debiti sono fissati in termini nominali (valuta), ma i prezzi e i redditi crollavano. Questo fenomeno, noto come “Debt Deflation” (teorizzato da Irving Fisher), fece esplodere il valore reale dei debiti, portando al fallimento imprese e famiglie.
Le banche, vedendo il valore dei loro attivi (prestiti) crollare mentre le passività (depositi) restavano fisse, andarono in crisi. E qui il Gold Standard si rivelò una trappola mortale: le banche centrali, vincolate alla difesa delle riserve auree, non poterono agire come “prestatori di ultima istanza” per salvare il sistema bancario.
Non tutti i paesi rimasero abbracciati al Gold Standard: il Regno Unito di Keynes e i Paesi Scandinavi lo abbandonarono, preferendo tutelare il sistema industriale che l’oro. Sappiamo che Keynes era molto critico sulle rieserve auree e il gold standard, ritenendo l’oro una “Reliquia dei tempi barbarici“:
I dati parlano chiaro:
- I paesi che rimasero aggrappati all’oro (come la Francia e la Polonia) continuarono a sprofondare nella deflazione fino al 1936.
- I paesi che ebbero il “coraggio” (o la disperazione) di abbandonare l’oro presto, come la Gran Bretagna nel 1931, videro la produzione industriale ripartire quasi immediatamente.
La tabella seguente mostra impietosamente la differenza di performance industriale tra chi rimase nel dogma e chi ne uscì:
| Gruppo di Paesi | Crescita Produzione Industriale (media 1932-35) | Inflazione/Deflazione |
| Gold Bloc (rimasti nell’oro) | Stagnazione / Declino | Deflazione persistente |
| Paesi che abbandonarono l’oro (es. UK, Scandinavia) | +7% medio annuo superiore al Gold Bloc | Stabilizzazione dei prezzi |
Una Lezione per Francoforte (e per noi)
Cosa c’entra tutto questo con l’oggi? C’entra eccome. Sebbene non siamo più in un Gold Standard formale, la logica che guida certe istituzioni europee (leggasi BCE) ricalca pericolosamente quella mentalité degli anni ’30.
L’oro di oggi si chiama “Target di Inflazione al 2%”. È il nuovo vitello d’oro. Per difendere questo parametro, in un contesto di shock da offerta e geopolitici, si è disposti a sacrificare la crescita, a ignorare le difficoltà del credito e a mettere sotto stress il sistema industriale, proprio come fecero i banchieri centrali ottant’anni fa.
Bernanke e James ci hanno mostrato che le crisi bancarie non sono incidenti di percorso, ma la conseguenza diretta di una deflazione imposta da regole rigide su un sistema fragile. Oggi, mentre le banche centrali accumulano oro fisico come assicurazione contro il caos che loro stesse potrebbero contribuire a creare, dovrebbero ricordare che la stabilità finanziaria non si mangia.
La lezione della storia è brutale nella sua semplicità: la rigidità uccide. Quando il sistema economico cambia, le regole devono adattarsi. Chi rimase fedele all’oro fino alla fine ne pagò il prezzo più alto in termini di disoccupazione e distruzione di ricchezza. Chi ebbe l’ardire di rompere le “manette d’oro” (Golden Fetters) permise ai propri cittadini di tornare a respirare.
Speriamo che a Francoforte qualcuno abbia letto questi paper, tra un rialzo dei tassi e l’altro. Perché se l’oro nelle riserve è una garanzia, l’oro nel cervello dei banchieri centrali è una sciagura.








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