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La crescita è più alta se maggiore è la socializzazione dell’utile, cioè il contrario di quanto successo in Italia.

 

 

Un recente paper pubblicato su Economiapolitica.it mette in evidenza, con approccio scientifico, come l’aumento della cosiddetta “Wage Share” , cioè del peso delle remunerazioni dei lavoratori dipendenti sul PIL, venga a condurre ad un aumento nel tasso di crescita del PIL stesso.

Vediamo cosa è successo a partire dal 1960 in Italia ed in diversi altri paesi:

Vediamo come la quota delle remunerazioni de lavoratori dipendenti sia sensibilmente calata post 1980. In una analisi econometrica dei dati viene a risultare che , analizzando l componenti settoriali del PIL, la struttura economica italiana fa si che l’aumento dell’uno per cento della quota dei salari sul PIL venga  a comportare un aumento dello 0,45% dl PIL. Praticamente lo stesso cambio di struttura del PIL stesso, ed una maggiore socializzazione quindi della ricchezza, significano, autonomamente, una maggiore creazione di ricchezza stessa.

Il meccanismo è abbastanza intuitivo: se aumento la quota delle remunerazioni dei lavoratori dipendenti da un lato vi è un aumento della propensione al consumo, solo molto parzialmente corretta da una variazione negativa della bilancia commerciale.  Inoltre dato che gli investimenti sono collegati essenzialmente allo sviluppo del PIL l’effetto redistributivo ha un effetto positivo anche a livello di investimenti: infatti, al contrario di quanto vogliano farvi credere, gli impenditori seri investono quando esiste un mercato in un certo paese.

Quindi una politica economica di rilancio del PIL dovrebbe anche considerare gli effetti di carattere redistributivo e la possibilità di un wage-led development cosa che , in Italia, sembra invece piuttosto ignorata, soprattutto dalle compagini sindacali.

 


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