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La Costituzione che non va. L’attuazione definitiva dell’art. 1 (di Davide Mura)

 

 

La nostra Costituzione è pressoché perfetta nei principi fondamentali e nella prima parte. E cioè in quelle che definiscono i principi costituzionali inderogabili di natura politica, economica e sociale. Ha praticamente tutto ciò che serve per disegnare una società dove l’azione politica è finalizzata a tutelare il lavoro e il risparmio, ponendo al centro il lavoratore e le sue esigenze, e respingendo l’idea di economia puramente capitalistica e liberista.

Non sto qui però a farvi la genesi di questo bel pezzo di Costituzione, che peraltro – ricordo – sancisce che la sovranità appartiene al popolo (art. 1), che non è affatto un enunciato retorico, bensì è un principio sostanziale che afferma in modo chiaro e definitivo che la nostra Repubblica è mediamente parlamentare, ma immediatamente “popolare”. Ciò significa che gli organi democratici del nostro paese devono costantemente concordarsi con gli orientamenti politici del popolo sovrano (leggi qui). Sul punto ricordiamo le parole di due grandi costituenti: Lelio Basso e Costantino Mortati.

Scriveva Lelio Basso nel 1969 :

“Aspetto essenziale di questo concetto di sovranità è il problema della partecipazione permanente. Il popolo è composto da tutti i cittadini e se la decisione sovrana deve intervenire con il concorso di tutti i cittadini, è necessario che tutti i cittadini abbiano possibilità di partecipare non saltuariamente ma continuamente al governo della cosa pubblica […]. In un ordinamento democratico ci dev’essere corrispondenza continua fra la volontà degli elettori e quella degli eletti […]; il nostro ordinamento conosce alcuni meccanismi volti a questo scopo, e precisamente: […] d) lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del Presidente della Repubblica che dovrebbe essere pronunciato quando fosse constatata un’aperta frattura fra Parlamento e Paese […]”, in L. Basso, Per uno sviluppo democratico nell’ordinamento costituzionale italiano, in Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, IV, Aspetti del sistema costituzionale, Vallecchi, 1969.

Ma prima di lui, certamente è rilevante ciò che scriveva Costantino Mortati:

“… l’istituto di armonizzazione fra rappresentanti e rappresentati, fra Parlamento e corpo elettorale, che meglio appare adeguato alla struttura propria del regime parlamentare, è quello già ricordato dello scioglimento delle Camere elettive…Per quanto riguarda la finalità dello scioglimento, esso in regime democratico non può essere che una: l’accertamento della corrispondenza del popolo e quella dei suoi rappresentanti”, in quanto essa rappresenta una “… accentuazione del potere politico del corpo elettorale in armonia con la trasformazione prodottasi nelle democrazie moderne, le cui manifestazioni non paiono più contenibili nello schema della pura rappresentanza, e che risulta dall’ampia possibilità offerta di scioglimento delle Camere, nell’intento di fare dell’appello del popolo il mezzo normale di soluzione delle crisi costituzionali …”, in C. Mortati, Istituzioni di Diritto Pubblico I, Padova, 1952.

Dunque i nostri autorevoli scriventi (e non solo loro) avevano ben chiara la natura di democrazia impiantata nella Costituzione, che non è una mera democrazia rappresentativa, nella quale il popolo si limita a dare legittimità formale al Parlamento, eleggendone i rappresentanti. Ma è una democrazia sostanziale che rende il popolo il protagonista effettivo della vita democratica. Ciò rende la nostra una “democrazia popolare”, nella quale il Parlamento deve conformarsi all’indirizzo politico determinato dal popolo italiano, veramente sovrano ex-art. 1 Cost.

Eppure, benché ciò sia indubbiamente vero e quand’anche gli autorevoli autori rilevavano che il Parlamento dovesse essere – appunto – concordante e armonioso con i mutati orientamenti politici popolari, magari rilevabili dalle elezioni parziali (regionali e/o europee), e pur esistendo (altresì) l’istituto dello scioglimento anticipato dell’assemblea parlamentare (ex-art. 88 Cost.) per garantire questa concordanza, appare del tutto evidente che oggi quelle parole vengano del tutto ignorate nel progressivo vuotamento dell’anima popolare della nostra Carta. Il popolo, in questi termini, viene defraudato del proprio potere di indirizzo politico, svolgendo il ruolo ben più magro e sterile di puro e semplice propositore “alla carica dei titolari degli organi costituzionali elettivi” (C. Mortati), con la conseguenza che questi poi potranno autonomamente definire l’indirizzo politico anche in difetto degli orientamenti politici contrari nel paese.

Questo degrado della nostra democrazia è chiaramente in contrasto con l’art. 1 Cost., tanto da far pensare che, in realtà, la seconda parte della Carta – e mi riferisco in particolare a quella che si occupa di disegnare la nostra architettura istituzionale – non sia affatto compiuta o attuata nello spirito del principio della sovranità popolare. Il progressivo vuotamento della democrazia popolare, l’esasperante formalismo nella definizione dell’indirizzo politico, la formazione di maggioranze variabili che non rispecchiano l’orientamento popolare, l’affermazione sempre più ingombrante del vincolo esterno (UE) e non in ultimo, il ricorso sempre più frequente a esponenti tecnici nei governi (comunque composti da profili che non hanno passato il vaglio elettorale), sono un sintomo inequivocabile di questo degrado che dovrebbe essere urgentemente riassorbito.

La soluzione che mi pare oggi attuabile (e che richiede, in verità, un’ampia maggioranza parlamentare che ne fosse pienamente consapevole), è quella non tanto di rendere la nostra una repubblica presidenziale, quanto quella di inserire alcune condizionalità nella formazione dei Governi parlamentari. Per fare alcuni esempi, premesso il ripristino di un sistema elettorale puramente proporzionale, si potrebbe stabilire che il Presidente del Consiglio sia identificato solo ed esclusivamente nel capo del partito di maggioranza relativa, sicché non sia possibile in alcun modo investire della carica chi non fosse eletto o non abbia comunque responsabilità politiche apicali in tale partito. Questo comporterebbe che non potrebbero formarsi altre maggioranze senza il partito di maggioranza relativa e pertanto i cosiddetti “ribaltoni” (cambi di maggioranza) sarebbero fortemente limitati. Soprattutto impedirebbe che venissero formati i cosiddetti Governi tecnici o altri governicchi messi in piedi per fare riforme impopolari e sottrarre i partiti politici alle loro giuste responsabilità davanti agli elettori. Ed è proprio per quest’altra ragione che i ministri designati nel Governo dovrebbero comunque essere tutti eletti in Parlamento. Questo peraltro costringerebbe i partiti a candidare persone mediamente competenti per i futuri ruoli ministeriali, senza dover ricorrere a tecnici esterni, che sfuggono alla disciplina di partito e all’indirizzo politico definito in sede elettorale. Infine, sarebbe opportuno ripristinare integralmente le guarentigie costituzionali, per garantire la piena libertà del parlamentare e impedire che i cambi di maggioranza  siano determinati dall’interesse a procacciarsi i privilegi raggiungibili solo a compiuta legislatura.

Insomma, non è affatto necessario cambiare la nostra forma democratica, da parlamentare a presidenziale, e non è affatto necessario, per garantire la governabilità, inserire elementi maggioritari. Sarebbe sufficiente “parlamentarizzare” in modo definitivo la natura e la composizione del Governo, affinché chi se ne assume la responsabilità non possa fuggire al giudizio degli cittadini-elettori, usando peraltro i cambi di maggioranza per sottrarsi alle elezioni in caso di profonde crisi politiche. In altre parole, sarebbe sufficiente attuare definitivamente l’art. 1 Cost., secondo il quale la sovranità appartiene al popolo e non al palazzo.


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