Seguici su

Conti pubblici

La contro-manovra che avrebbe portato più crescita ma che l’Europa ci impedisce

Manovra 2026: l’UE blocca la crescita. Ecco il piano alternativo da 28 miliardi (investimenti e taglio tasse) che avrebbe generato +0,8% di PIL sfidando i vincoli di Bruxelles.

Pubblicato

il

La legge di bilancio 2026 non è una manovra economica in senso proprio. È un esercizio di compatibilità contabile, costruito per rispettare il Patto di stabilità e crescita, non per sostenere la crescita di un Paese che da oltre vent’anni viaggia sotto il proprio potenziale. Il deficit programmatico è fissato al 2,8% del PIL, in riduzione rispetto al 2025, e l’impatto netto della manovra sui saldi è inferiore al miliardo di euro. Numeri che fotografano con chiarezza una realtà: lo spazio di politica economica nazionale è stato azzerato. In poche parole una manovra per avere i “conti in ordine” secondo le liturgie europee.

La manovra 2026 è quindi il risultato di una sequenza di compromessi imposti dai vincoli europei sulla spesa primaria e sul percorso di rientro del debito. Vincoli che non distinguono tra spesa improduttiva e investimenti, tra bonus e politiche dell’offerta, tra sprechi e interventi ad alto moltiplicatore. In questo quadro, il bilancio dello Stato smette di essere uno strumento di governo dell’economia e diventa un atto notarile.

Ma cosa sarebbe accaduto se l’Italia avesse potuto utilizzare il bilancio pubblico come leva anticiclica? Se, invece di fermarsi al 2,8%, il deficit fosse stato portato al 4% del PIL – livello peraltro tutt’altro che eccezionale nella storia economica recente – lo spazio fiscale aggiuntivo sarebbe stato pari a circa 28 miliardi di euro. Al 4,5% si sarebbe saliti a quasi 40 miliardi. Questa è la vera dimensione della manovra che l’Europa oggi impedisce.

Una contro-manovra alternativa avrebbe potuto articolarsi in dieci interventi chiave.

  • Primo: fissare l’indebitamento netto al 4% del PIL nel 2026, riportando la politica di bilancio su una dimensione macroeconomicamente significativa.
  • Secondo: destinare almeno 18 miliardi a un piano di investimenti pubblici immediatamente cantierabili – manutenzione infrastrutturale, difesa del suolo, reti idriche, edilizia scolastica, logistica – con effetti diretti sulla domanda e, soprattutto, sul potenziale di crescita.
  • Terzo: un taglio strutturale del cuneo fiscale per circa 10 miliardi, concentrato sui redditi medio-bassi e sulla nuova occupazione, dove la propensione al consumo è più elevata.
  • Quarto: un credito d’imposta automatico per gli investimenti privati in beni strumentali, digitale ed energia per almeno 7 miliardi, in grado di attivare un effetto leva significativo sugli investimenti delle imprese.
  • Quinto: un intervento mirato sui costi energetici per le imprese energivore, pari a 3 miliardi, condizionato però a investimenti in efficienza e autoproduzione, evitando la logica dei sussidi a pioggia.
  • Sesto: il rafforzamento della sanità pubblica con 4 miliardi aggiuntivi per personale, prestazioni e tecnologie, per impedire che i vincoli europei continuino a tradursi in tagli impliciti al welfare.
  • Settimo: un investimento di 2 miliardi su istruzione tecnica superiore, università e ricerca applicata, vero anello debole della competitività italiana.
  • Ottavo: il potenziamento della capacità amministrativa dello Stato con 1 miliardo per assunzioni tecniche e semplificazione, senza la quale anche le migliori politiche restano sulla carta.
  • Nono: nessuna copertura fiscale, ma ricorso pieno al deficit, con un aumento della spesa per interessi stimabile in circa 1,5 miliardi, ampiamente compensato dall’aumento del PIL.
  • Decimo: un impatto complessivo sulla crescita reale nel 2026 stimabile tra +0,5 e +0,8 punti percentuali, con effetti cumulativi maggiori nel biennio successivo.

Questa non sarebbe stata una manovra “avventurista”. Sarebbe stata una manovra keynesiana elementare, basata su investimenti, lavoro e produttività. Il vero azzardo è continuare a credere che un Paese stagnante possa ridurre il debito comprimendo la crescita. Ma questo è esattamente ciò che il quadro europeo impone: disciplina senza sviluppo, regole senza visione, contabilità senza politica economica.

A questo punto è ragionevolmente lecito obiettare che uno sforamento del rapporto deficit/PIL al 4–4,5% avrebbe potuto generare tensioni sui mercati finanziari, in particolare sullo spread e sul costo del rifinanziamento del debito pubblico. È un’obiezione non ideologica ma realistica, che va affrontata sul terreno dei numeri e non con l’autocensura preventiva imposta da Bruxelles. Anche ipotizzando un peggioramento delle condizioni finanziarie, l’effetto macroeconomico complessivo di una manovra espansiva sarebbe rimasto nettamente superiore a quello prodotto dall’attuale vincolo europeo.

Un primo calcolo elementare riguarda il costo per interessi. Supponendo che uno sforamento al 4% del PIL determini un aumento medio dello spread di 80–100 punti base – ipotesi prudenziale – e considerando che solo una quota limitata del debito viene rifinanziata ogni anno, l’aggravio di spesa per interessi nel 2026 sarebbe nell’ordine di 1,5–2 miliardi. A fronte di uno stimolo fiscale aggiuntivo pari a circa 28 miliardi, il “pedaggio” finanziario assorbirebbe meno del 7% delle risorse mobilitate.

Il secondo calcolo riguarda il moltiplicatore fiscale netto. Anche assumendo che le tensioni sui mercati riducano l’efficacia dello stimolo, portando il moltiplicatore complessivo a un valore prudente pari a 0,6, una manovra in deficit da 28 miliardi produrrebbe comunque un aumento del PIL di circa 17 miliardi, pari a oltre 0,7 punti percentuali. Nello scenario al 4,5%, con 40 miliardi di spazio fiscale, l’effetto sul PIL salirebbe a circa 24 miliardi anche con moltiplicatori compressi. In entrambi i casi, l’impatto sulla crescita sarebbe nettamente superiore a quello generato da una manovra sostanzialmente neutra come quella oggi imposta dal Patto di stabilità.

Il punto centrale, quindi, non è negare l’esistenza di possibili reazioni dei mercati, ma riconoscere che il quadro europeo attuale impone una rinuncia preventiva alla crescita anche quando i benefici macroeconomici superano ampiamente i costi finanziari. Bruxelles ragiona come se ogni decimale di deficit fosse un male assoluto, ignorando che senza crescita il rapporto debito/PIL resta strutturalmente instabile. In altre parole, il vero rischio sistemico non è uno sforamento temporaneo e governato, ma la prosecuzione di una stagnazione permanente mascherata da disciplina fiscale.

Antonio Maria Rinaldi, Europarlamentare 2019-24, membro commissione ECON

Domande e risposte

Perché la manovra 2026 è considerata solo un “esercizio contabile”?

La manovra 2026 è definita un esercizio contabile perché il suo obiettivo primario non è stimolare la crescita economica, ma rispettare i rigidi parametri del Patto di stabilità e crescita dell’UE. Con un deficit fissato al 2,8% e un impatto netto sui saldi inferiore al miliardo di euro, lo Stato rinuncia di fatto a utilizzare la leva fiscale per sostenere l’economia, limitandosi a far quadrare i conti secondo le richieste di Bruxelles, ignorando le necessità di sviluppo del Paese.

Quali benefici avrebbe portato un deficit al 4%?

Portare il deficit al 4% avrebbe liberato circa 28 miliardi di euro di risorse da investire nell’economia reale. Questi fondi avrebbero permesso di finanziare un piano massiccio di investimenti pubblici (infrastrutture, sanità), tagliare il cuneo fiscale per i redditi medio-bassi e incentivare gli investimenti privati. Secondo le stime, anche considerando un moltiplicatore fiscale prudente, questa iniezione di liquidità avrebbe generato una crescita del PIL di circa 17 miliardi, nettamente superiore ai costi finanziari derivanti da un eventuale aumento dello spread.

L’aumento del deficit non avrebbe fatto esplodere il costo del debito?

È l’obiezione più comune, ma i calcoli suggeriscono il contrario. Anche ipotizzando un aumento dello spread di 100 punti base a causa del maggiore deficit, l’aggravio della spesa per interessi nel 2026 sarebbe stato limitato a circa 1,5-2 miliardi di euro, poiché l’aumento dei tassi colpisce solo i titoli in rinnovo. A fronte di questo costo “gestibile”, i benefici in termini di crescita del PIL (e quindi di sostenibilità del debito nel lungo periodo) sarebbero stati decisamente superiori.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento