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LA BREXIT HA UCCISO L’ACCIAIO BRITANNICO? NO E’ STATA LA UE

 

Nel mese di maggio una delle poche notizie non esaltanti sull’economia inglese è stato il fallimento del colosso britannico British Steel, con migliaia di posti di lavoro in bilico ed un duro colpo alla credibilità del sistema britannico di industrie pesanti, oltre che ad una delle più lunghe tradizioni industriali occidentali. Il colosso britannico, che forse ora sarà salvato da un gruppo di investitori privati (pare francesi) specializzati nel saccheggiare aziende decotte, ha subito un crack essenzialmente finanziario. La Brexit pare centrare poco, anche le stessa società ha ammesso di aver visto un calo degli ordini di acciaio dal vecchio continente.

Però se guardiamo il bilancio della società, che fino al primo trimestre 2018 annunciava utili, vediamo che la Brexit ed il calo delle vendite c’entri veramente poco, tanto che segnava un 10% di incremento del fatturato dal 2017 al 2018, passato da 1056 milioni di sterline a 1177 milioni di sterline. Tra l’altro la società nel 2018 ha visto un incremento di vendite verso la UE, anche se con un incremento inferiore rispetto al resto del mondo.

Quello che ha ammazzato British Steel è stato l’aumento dei costi operativi, soprattutto di carattere energetico e legati al problema dei certificati verdi. Il primo punto ha visto un aumento dei prezzi energetici del 25% nel Regno Unito, dovuto anche alla volontà di imporre delel fonti di energia più ecologiche,e  qualcuno deve pagarne il costo.

Dall’altro lato, a dare il colpo di grazie è stata l’imposizione del sistema Cap and Trade imposto dall’Unione Europea per ridurre in modo forzato le emissioni di CO2 e di altri inquinanti. Il sistema impone, una volta raggiunta la propria quota di emissioni legata al consumo energetico da fonti non rinnovabili, di acquistare i famosi “Certificati verdi”. Questo viene a portare alla necessità di anticipare forti quantità di denaro per acquistare, internamente o sul mercato internazionale i certificati, chiamati “allowances”. La società ha ottenuto un prestito di emergenza dal governo britannico ad inizio 2019 per ben 120 milioni di sterline al fine di  poter acquistare questi diritti, ma i fondi si sono esauriti e di fronte ad una nuova domanda di 30 milioni il governo, temendo anche reazioni dalla UE, ha detto no, portando British Steel al fallimento.

Quindi non è stata la Brexit a far fallire British Steel, ma, al contrario, l’imposizione di standard rigidi, eterodiretti e non negoziabili da parte dei burocrati di Bruxelles. Far i piani pluriennali “Soviet style”, come questo per la riduzione delle emissioni, è molto bello, ma se poi la disoccupazione esplode, e con essa i governi ed i partiti populisti, non bisogna stupirsene. Una politica espansiva finanziata dalla BCE nell’energia verde poteva essere qualcosa di troppo intelligente…

 

 


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