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Keynes è innocente: i frutti velenosi di Bretton Woods non erano parte del suo progetto

di George Monbiot

Vi proponiamo la traduzione di un interessante articolo di George Monbiot, giornalista economico, scritto nel 2008 in piena crisi finanziaria mondiale. Monbiot ci ricorda come nella famosa conferenza che si tenne a Bretton Woods nel 1944, la Gran Bretagna avesse deciso di avanzare le proposte economiche ideate da John Maynard Keynes per evitare gli sbilanciamenti commerciali tra i vari paesi. Un solo paese si oppose fermamente alla discussione delle ambiziose e lungimiranti idee dell’econmista britannico: gli Stati Uniti d’America. Fu così che venne istituito il Fondo Monetario Internazionale, un’istituzione che per decenni ha sponsorizzato il monopolio del dollaro nell’economia mondiale e che troppe volte ha peggiorato le crisi economiche dei paesi più poveri, piuttosto che risolverle.
Pubblicato il 18.11.2008 su The Guardian

Buona lettura.


Il sogno dell’economista è stato bloccato a favore di un Fondo Monetario Internazionale servo dei ricchi. Le riforme proposte dai leader del G20 sono troppo poco e troppo in ritardo.

Povero vecchio Lord Keynes: la stampa mondiale ha passato la scorsa settimana a diffamare il suo nome. Non intenzionalmente: la maggiorparte dei testoni che hanno riferito del G20 che si è svolto nel weekend credono davvero che abbia proposto e fondato il Fondo Monetario Internazionale. È una di quelle storie che passa da un giornalista all’altro senza mai essere verificata.
La verità è più interessante.

Alla conferenza delle Nazioni Unite a Bretton Woods nel 1944, John Maynard Keynes mise sul piatto un’idea molto migliore. Una volta respinta, Geoffrey Crowther – futuro editore della rivista Economist – ammonì che “Lord Keynes aveva ragione… il mondo si pentirà amaramente di aver rifiutato le suoi argomentazioni”.
Ma il mondo non si pente, perché quasi tutti, incluso l’Economist, hanno dimenticato quello che aveva proposto.

Una delle ragioni delle crisi finanziarie è lo squilibrio commerciale tra le nazioni. I paesi accumulano debiti che sono in parte il risultato del mantenimento di un deficit commerciale. Possono facilmente rimanere intrappolati in un circolo vizioso: più grande è il loro debito, più difficile diventa generare un surplus commerciale. Il debito internazionale logora lo sviluppo dei popoli, inquina l’ambiente e minaccia il sistema globale con crisi periodiche.

Come  aveva già intuito Keynes, non c’è molto che le nazioni debitrici possano fare. Solo i paesi che hanno un surplus commerciale hanno reale capacità di azione, quindi sono loro che devono essere obbligati a cambiare le proprie politiche. La sua soluzione era un sistema ingegnoso per persuadere le nazioni creditrici a spendere il denaro in surplus nelle economie delle nazioni debitrici.

Propose l’istituzione di una banca globale, che chiamò ICU ( International Clearing Union). La banca avrebbe avuto una sua valuta – il Bancor – che poteva essere scambiato con valute nazionali a tassi di cambio fissi. Il bancor sarebbe diventato l’unità di conto tra le nazioni, vale a dire che sarebbe stato usato per misurare il deficit o il surplus commerciale di un paese.

Ogni paese avrebbe avuto una possibiltà di scoperto sul conto bancor alla International Clearing Union, equivalente alla metà del valore medio del suo commercio nell’arco di un periodo di 5 anni. Per far funzionare il sistema, i membri dell’unione avrebbero avuto bisogno di un forte incentivo per azzerare il loro conto Bancor entro la fine dell’anno: cioè per finire senza né deficit né surplus commerciale. Ma quale sarebbe stato questo incentivo ?

Keynes suggerì che qualunque paese accumulasse un grosso deficit commerciale ( pari a più della metà della indennità di scoperto sul proprio conto bancor ) avrebbe pagato degli interessi sul conto. Sarebbe stato inoltre obbligato a svalutare la propria moneta ed a impedire l’esportazione di capitale. Ma – e questa era la chiave del suo sistema – insisteva che le nazioni con un surplus commerciale fossero sottoposte alle stesse pressioni.

Qualsiasi paese con un saldo bancor  superiore alla metà della sua possibilità di scoperto sul conto avrebbe dovuto pagare un tasso di interessi del 10%. Sarebbe stato anche obbligato a rivalutare la propria moneta e a favorire l’esportazione di capitale. Qualora, alla fine dell’anno, il  saldo avesse ecceduto il valore totale dello scoperto tollerato, il surplus sarebbe stato confiscato. Le nazioni con il surplus commerciale avrebbero quindi avuto un grande incentivo per sbarazzarsene. Così facendo, avrebbero azzererato automaticamente i deficit delle altre nazioni.

Quando Keynes cominciò a spiegare la sua idea, su documenti pubblicati nel 1942 e 1943, essa esplose nelle menti di tutti coloro che la lessero. L’economista britannico Lionel Robbins riferì che “sarebbe difficile esagerare l’effetto elettrizzante sul pensiero di tutto l’apparato di governo rilevante… niente di così immaginifico e ambizioso era stato mai discusso prima”. Gli economisti di tutto il mondo avevano capito che Keynes aveva trovato la chiave. Mentre gli Alleati si preparavano alla conferenza di Bretton Woods, la Gran Bretagna adottò la soluzione di Keynes come sua posizione ufficiale per la negoziazione.

Ma c’era un paese – all’epoca il più grande creditore mondiale – nel quale la sua proposta ricevette un’accoglienza più tiepida. Il capo della delegazione americana a Bretton Woods, Harry Dexter White, rispose così all’idea di Keynes: “Siamo stati irremovibili su questo punto. Siamo assolutamente contrari”. Propose in alternativa un Fondo di Stabilizzazione Internazionale (Internatoional Stabilisation Fund), che avrebbe posto tutto il peso del mantenimento del bilancio commerciale sulle nazioni in deficit. Non imponeva alcun limite al surplus che gli esportatori di successo potevano accumulare. Suggerì inoltre una Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (International Bank for Reconstruction and Development) che avrebbe fornito capitali per la ricostruzione nel dopoguerra. White, sostenuto dal peso finanziario del tesoro americano, prevalse. Il Fondo di Stabilizzazione Internazionale divenne il Fondo Monetario Internazionale. La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo rimane il principale braccio di prestito della Banca Mondiale.

Le consguenze, specialmente per i paesi indebitati più poveri,sono state catastrofiche. Agendo per conto dei paesi ricchi, imponendo condizioni che nessun paese libero potrebbe tollerare, il FMI li ha prosciugati. Come ha mostrato Joseph Stiglitz, il fondo peggiora le crisi economiche esistenti e le crea dove prima non esistevano.

Ha destabilizzato i tassi di cambio, esacerbato i problemi di bilancio dei pagamenti, costretto i paesi all’indebitamento e alla recessione, ha distrutto i servizi pubblici, i posti di lavoro e i redditi di decine di milioni di persone. I paesi a cui lo ordina il fondo, devono porre il controllo dell’inflazione come obiettivo primario rispetto a tutti gli altri obiettivi economici; rimuovere immediatamente le loro barriere al commercio e al flusso di capitali; liberalizzare i loro sistemi bancari; ridurre la spesa dei governi su tutto tranne che sul pagamento dei debiti contratti; e privatizzare i patrimoni che possono essere venduti agli investitori stranieri. Queste sono politiche agevolano gli speculatori finanziari senza scrupoli. Hanno esacerbato quasi tutte le crisi che il FMI abbia tentato di risolvere. Potreste pensare che gli Stati Uniti, che dal 1944 sono passati dall’essere i maggiori creditori mondiali a diventare i principali debitori mondiali, avrebbero motivo di rimpiangere la posizione assunta a Bretton Wooods. Ma Harry Dexter White si assicurò che gli USA non avrebbero mai potuto perdere la partita.

Gli assicurò poteri di veto speciali su qualsiasi decisione presa dal FMI o dalla Banca Mondiale, che significava non dover essere mai soggetti alle richieste troppo sgradite da parte del Fondo. Il FMI insiste che le riserve valutarie mantenute dalle altre nazioni siano tenute in dollari. Questa è una delle ragioni per cui l’economia degli Stati Uniti non collassa, indipendentemente da quanto debito accumuli.

Sabato [15.11.2008] i leader del G20 hanno ammesso che “le istituzioni di Bretton Woods vanno completamente riformate”. Ma i soli suggerimenti concreti che hanno fatto sono stati che il FMI dovrebbe ricevere più denaro e che le nazioni più povere “dovrebbero avere più voce e rappresentanza”. Abbiamo già visto cosa questo significhi: un piccolo aumento del loro potere di voto, che non fa nulla per sfidare il controllo del fondo da parte dei paesi ricchi, per non parlare del veto degli Stati Uniti.

Tutto qui quello che possono fare? No. Con l’aggravarsi della crisi finanziaria globale, le nazioni ricche saranno costrette a riconoscere che i loro problemi non possono essere risolti armeggiando con un sistema che è costituzionalmente destinato a fallire. Ma per capire perché l’economia mondiale continua a trovarsi nei guai, devono prima capire che cosa è stato perso nel 1944.


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