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Il paradigma del paradiso

Vi siete mai chiesti perché alcune (pochissime) norme dei trattati europei suonino così belle, così giuste, così socialmente all’avanguardia al punto da sembrar partorite dalla penna di uno dei padri costituenti della nostra Carta fondamentale del 1948? E perché, invece, altre paiano elaborate a tavolino da Margaret Thatcher e Ronald Reagan in un accesso di bile? Prendete l’articolo tre del trattato di Maastricht, per esempio. Ci trovate, fra i principi ispiratori della UE, la piena occupazione, il benessere sociale, la solidarietà, la lotta all’esclusione sociale e la solidarietà tra gli Stati. Ma poi, con schizofrenico sprezzo del ridicolo, tutto il residuo impianto normativo della UE è un distillato di Scuola di Chicago e Washington Consensus. Perché?
 
Il motivo è di natura propagandistica. Si tratta del tentativo, riuscito, di dare una veste apparentemente sociale a un assetto giuridico marcatamente, addirittura spietatamente, neoliberista. Questa operazione di maquillage consente agli europeisti di professione di sbandierare valori mentre perseguono interessi. Aldilà delle declamazioni di principio di cui al citato articolo tre, infatti, tutta la trama dei trattati costitutivi (Maastricht e Lisbona in primis) è una cortina di filo spinato stesa intorno alle Costituzioni dichiaratamente e meritoriamente sociali del Novecento: un vero e proprio cordone sanitario destinato a garantire il potente dispiegarsi delle energie del Mercato e della Finanza. Questo processo è connotato da alcuni passaggi chiave: la sterilizzazione della autonomia finanziaria degli stati e la loro sostanziale fallibilità, una politica monetaria fortemente restrittiva finalizzata a garantire i grandi “prenditori” di denaro e gli investitori internazionali, una politica del lavoro contrassegnata dalla deflazione salariale e dallo smantellamento dei diritti, una competizione al ribasso tra manovalanze oramai degradate al rango di riserve “servili” del grande capitale, la trasformazione delle residue entità statuali in vaghi simulacri di democrazia per sedare le tentazioni ribelliste delle masse, la delega agli stati dell’umiliante funzione di emittenti istituzionali di titoli di debito pubblico da impiegare con un duplice scopo: da un lato indebitare irreversibilmente la popolazione tenendola al guinzaglio degli indici di borsa, dall’altro garantire la produzione seriale di asset indispensabili per propiziare l’emissione di nuova moneta a beneficio dei mercati e dei loro spericolatissimi castelletti finanziari.
 
Qual è l’unico aspetto positivo di questa situazione? Che è giuridicamente basata. E le norme che la legittimano sono, a loro volta, figlie di un paradigma mentale, quello neoliberista. Cambiamolo: non più disperazione per come le cose “vanno”, ma concentrazione su come potrebbero “diversa-mente” andare. Il neo-liberismo e l’ordo-liberismo non sono irreversibili. Sono solo paradigmi psichici, ciclopiche sfere di pensiero coagulatesi in un quadro giuridico-istituzionale fondamentalmente erroneo e socialmente canceroso. Possono implodere, come bolle di sapone, insieme a tutti i loro precipitati storici, se un numero sufficiente di noi li ribalterà. Cambiando la nostra mente, cambieremo le regole; cambiando le regole cambieremo gli ordini consolidati; cambiando gli ordini consolidati, cambieremo il mondo perché dall’inferno al paradiso il passo è breve. Il nemico è un gigante dai piedi d’argilla. Ha solo bisogno di una spinta.
 
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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