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LE INCERTE OPZIONI DI SALVEZZA ITALIANA-3 “Ci facciamo buttare fuori?”

Da Orizzonte48 di Luciano Barra Caracciolo, già membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, eletto nella componente del Consiglio di Stato, tra l’altro autore del libro Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei (Dike Giuridica Editrice).

 
cartellino rosso
 Riprendiamo il discorso, interrotto per “aggiornamento frattalico” e emergenza permanente “corruzione”, relativo alle “incerte opzioni di salvezza italiana“. 
Ci soffermiamo, cercando di esporne i lineamenti che ritienamo di averne compreso, sulla linea, apparentemente sorprendente, suggerita da Cesare Pozzi: il  “facciamoci buttare fuori”.
 
Come abbiamo preannunziato introducendo il tema, la comprensione di questa linea presuppone: 
A) la qualificazione del modello che l’€uropa sta attualmente imponendo e (forse) evolvendo;
B) i problemi concreti che ci imporrebbe l’euro-exit (unilaterale o concordata, cosa indubbiamente importante, ma pur sempre caratterizzata da esigenze di negoziazione più o meno agevoli);
C) l’elaborazione di un modello che guidi la effettiva (e non ridicolmente propagandistica) ripresa italiana, portandoci fuori da una crisi di domanda innescata, come fattore causale predominante, dagli squilibri commerciali determinati dalla moneta unica e dai vincoli fiscali che sono il sistema disfunzionale di pseudo-correzione irrinunciabilmente prescelto nell’area euro: in un modo, dunque, che si deve realisticamente considerare come non-negoziabile, dall’UE-UEM, con buona pace dei “semestri italiani” e della fantasiosa negazione della realtà che Consiglio, Commissione, BCE e, soprattutto, i dominatori tedeschi, hanno subito riaffermato nel post elezioni al parlamento UE.
 
Compiuta questa ricognizione, agevolata dall’aver più volte parlato di tali aspetti in precedenti post, potremo verificare le piene implicazioni pratiche del “facciamoci buttare fuori” connesso al simultaneo perseguimento della “traiettoria culturale” corrispondente a un realistico modello di crescita per l’Italia.
 
A. Quanto al problema sub A), possiamo sintetizzarlo così:
– l’ordoliberismo che, – per ammissione non ufficiosa degli stessi massimi organi di governance UEM, oltre che per espressa previsione delle norme fondamentali dei trattati-, è (nelle intenzioni irremovibili di tale governance) destinato a solidificarsi nell’area UEM, è una costruzione ormai altamente instabile.
– Essa, nella rigidità delle intenzioni programmatiche confermate dopo le recenti elezioni (contro ogni evidenza dei suoi risultati), implica un modello deflattivo salariale accelerato che passa per il mantenimento di un’alto tasso di disoccupazione, una meramente formale lotta contro la deflazione irrealisticamente curata dalle nuove misure di Draghi, volte in realtà alla difficilissima costrizione della Germania alla reflazione-, e il perseguimento prioritario delle riforme liberalizzatrici “finali” del lavoro (sostanzialmente totale liberalizzazione del licenziamento in ogni settore, voluta dagli USA anche come precondizione essenziale del futuro Ttip, cioè dell’area di liberoscambio USA-UE);
– poichè tale complesso di misure, – sempre ambiguamente rilevabili tra le righe, dovendo l’ordoliberismo per sua natura esprimersi in modo tattico e dissimulato dai media-, ha come effetto l’acuirsi nel tempo dei problemi di caduta della domanda interna nell’area UEM, e (semmai) lo stabilizzarsi di un surplus commerciale complessivo dell’area stessa, le stesse misure sono destinate ad un fallimento estremamente doloroso per i popoli europei
– Fallimento doloroso in particolare per il nostro, che essendo fortemente patrimonializzato (almeno nelle valutazioni dello “ieri”) e (l’unico) super-fedele nella realizzazione dei vincoli fiscali, va sicuramente incontro a fasi di recessione alternata a stagnazione, per un lungo e insostenibile periodo, cui sarà inevitabilmente accompagnata la svendita dei suoi, sempre più svalorizzati, asset patrimoniali pubblici e privati, resi convenienti per i paesi creditori e gli investitori finanziari esteri, secondo la logica del “tacchino da spennare” (inutile sottolineare l’enfasi che, anche oggi, personaggi come Fortis o Prodi, pongono sugli IDE come presunto sistema di rilancio della nostra economia e persino dell’occupazione!);
– dovendo considerare la compatta ortodossia delle forze politiche italiane a questo modello, prima di dichiarare fallimento, c’è il rischio concreto che passino degli anni e che l’Italia sia perciò, in tale breve periodo, ridotta a “fabbrica cacciavite” e a hub turistico a controllo estero (naturalmente), subendo una deindustrializzazione irreversibile che non le consentirà più di riprendersi il suo posto tra le maggiori potenze industriali europee e mondiali.
– Nondimeno, il costo del fallimento ineluttabile del modello deflazionistico-mercantilistico imposto dall’UEM, quand’anche scontassimo le pressioni USA sulla correzione reflattiva del surplus della Germania (comunque contraddittorie rispetto alla ripresa della domanda interna, essendo affidate alla sola politica monetaria ed irremovibile sul problema del costo del lavoro), rispondendo a calcoli e terapie già rivelatesi sbagliate su entrambe le sponde dell’Atlantico, condurrà la Germania a prendere atto dell’eccessivo rischio di intervento, ancorchè indiretto, a sostegno finanziario degli altri maggiori paesi, in particolare della Francia
– Quest’ultima, a sua volta, essendo già soggetta a forti tensioni politiche interne, non potrà ancora a lungo gradire un sistema che comunque non le consentirebbe di correggere a sufficienza la propria competitività extra-UEM (dato il corso dell’euro rispetto al dollaro, non mitigabile realisticamente con le politiche intraprese dalla BCE), per finire sotto l’influenza finanziaria dominante della Germania, secondo un’inesorabile proiezione, quale ci ha evidenziato Brigitte Granville.
– Risultato: l’Italia ha la altissima probabilità di finire nella situazione sintetizzata da Churchill alla vigilia della seconda guerra mondiale (“potevate scegliere tra la guerra e il disonore: avete scelto il disonore e avrete la guerra“). Cioè sarà ridotta a manifatturiero “cacciavite”, espropriata del controllo dei principali gruppi industriali, costretta a livelli di reddito irrecuperabili rispetto al periodo ante-entrata nella moneta unica, e DOVRA’ COMUNQUE FRONTEGGIARE L’EURO-BREAK, innescato dalla Germania o dalla stessa Francia!
B. Questo esito, allo stato quasi scontato, della linea politica governativa italiana (rectius: antiitaliana), acquiescente al “vincolo esterno” (cioè alla infeudazione nazionale in un ormai zoppicante Sacro Romano Impero), ci porta al secondo aspetto.
Quali problemi avremmo in caso di euro-exit, innescata esogenamente da altri più Paesi ancora in possesso di residui consistenti di attenzione alla sovranità nazionale?
Francesco Lenzi ci ha parlato del problema dei debiti in valuta estera, di natura commerciale, c.d. “a breve”, in questi termini:
1) Non credo che in Italia avremo, almeno nei prossimi 2-3 anni, qualcuno in grado di aver il coraggio di portarci fuori da questo pantano avendo un piano sufficientemente solido per reggere il periodo del change-over
 
Ho fatto una serie di letture sulla crisi del sud est asiatico del 1997 e l’elemento critico per l’Italia di oggi, come l’est asia di allora, è l’entità dei debiti esteri a breve
Sono credo troppi per gestire in autonomia l’uscita. Servirebbe un grosso supporto finanziario della FED, e non credo sia ancora un loro interesse strategico. Almeno non nei prossimi mesi. Credo piuttosto che sia arrivato il momento in cui costringeranno la Germania a decidere cosa vuol fare da grande...
2) Il mio cruccio sul changeover riguarda la solidità del sistema finanziario
 
I debiti a breve sull’estero sono 580 miliardi. Circa 240 sul Target2 il resto principalmente in capo alle banche. 
 
La situazione è molto simile a quella della crisi dell’Est Asia, in cui, sebbene i bilanci pubblici fossero buoni, il deficit di CA non così esplosivo, la rivalutazione del dollaro sullo Yen, la successiva perdita di competitività, la fuga speculativa ed infine il deprezzamento, portarono a quello che Krugman ha chiamato Balance sheet effects
 
In questa tipologia di crisi, quando se ne vanno i capitali a breve e la valuta si deprezza (quindi l’entità dei debiti esteri aumenta), le banche si trovano a dover liquidare gli assets e comprimere gli impieghi, dando il colpo di grazia all’economia reale, precedentemente provata dalla perdita di competitività. 
 
Infatti, a seguito della svalutazione la crisi in est asia peggiorò, anche se gli Stati erano fondamentalmente sani e il sistema aveva recuperato competitività attraverso la svalutazione. Solo i prestiti internazionali del FMI e una swap line della FED stabilizzarono la situazione in Sud Corea ed Indonesia. In Thailandia invece la cosa fu risolta, con minori danni e senza un finanziamento ponte dall’estero, con il blocco dei capitali. Ma quest’ultima soluzione, come ti dicevo, credo sia poco percorribile (politicamente) per noi.
 
c) Quanto poi al contesto finanziario/fiscale, posto che gli USA (ma anche GER e FRA) non ci faranno uscire da soli imponendo un blocco dei capitali, credo che il livello dei tassi giochi comunque a nostro favore
 
Quello che si dice degli USA, sulla loro ripresa, è molto esagerato. Hanno sicuramente seguito una strada migliore della nostra, ma dal punto di vista della domanda interna hanno ancora molto da fare per ristabilirsi e poi c’è l’incognita di cosa potrebbe succedere al mercato finanziario con questo livelli di valutazioni. I tassi staranno bassi per molto tempo e se son bassi in USA saranno molto bassi anche qua da noi (euro o non euro).
Ci si pone quindi il problema negoziale, di difficile risoluzione, di “chi”, e specialmente, a quali condizioni geo-politico-economiche, possa intervenire a darci  il sollievo finanziario in valuta estera (spendibile) sui debiti commerciali a breve, ma, combinando l’insieme dei fattori finora illustrati, in un arco di tempo tra gli 1 e i 3 anni. Escluso, allo stato, dopo le ennesime “mosse” di Draghi che gli USA (FMI) siano disponibili ad assecondare una nostra attuale uscita unilaterale. 
E’ probabile che, superata la forchetta temporale suddetta, gli USA, preso atto della linea fallimentare imposta incoscientemente all’UEM, e forse, ancor prima, astretti dalle difficoltà relative alla propria situazione economica interna (specie in caso di nuova bolla finanziaria incombente), possano tentare un intervento stile crisi dell’East-Asia. 
Ma rimane il problema che i tempi di tale “forchetta” non sono compatibili con l’emergenza distruttiva delle politiche contrarie all’interesse nazionale che nel frattempo i nostri governi attuerebbero con zelo, accelerando lo smantellamento del nostro modello produttivo “specialistico”, senza averlo in alcun modo sostituito altro che con riforme del mercato del lavoro e svendite di assets adottate nell’esclusivo ed obiettivo interesse straniero.
Mi si dirà che, ogni genere di problema, in questo contesto, sarebbe attenuabile, se non bilanciabile, attraverso il pieno recupero della sovranità monetaria, cioè attraverso la ripubblicizzazione della nostra Banca centrale, che potrebbe soccorrere in modo decisivo gli istituti bancari soggetti a stress da liquidazione delle posizioni debitorie in valuta estera: probabilmente, ricorrendo ad un’ampia monetizzazione, di sostegno al sistema bancario, ciò sarebbe in buona parte possibile. Ma a prezzo di forti interventi della stessa BC a sostegno del cambio della nuova “lira”, cioè alzando i tassi di interesse e vendendo le riserve valutarie (e di oro, a sapere, nel frattempo che fine abbiano fatto).
C. Tutto questo (già in sè infarcito di variabili che lo rendono piuttosto complicato)  ci riporta all’aspetto sub C, cioè  alla elaborazione di un modello che guidi la effettiva ripresa italiana.
Per non tacere di nulla, è chiaro che il quadro sarebbe semplificato, ma non interamente risolto, dall’auspicabile subentrare di un euro-break concordato; primo perchè questa stessa soluzione non si sa, anch’essa, “quando” potrebbe  effettivamente concretizzarsi, – e l’Italia è impegnata in una corsa contro il tempo per la sopravvivenza-, secondo perchè, anche in questo caso i crediti esteri a breve costituirebbero comunque un problema di difficile soluzione. 
Anche se, va detto, in tal caso “meno” angosciante: Arturo ci ha giustamente rammentato le precisazioni di Nordvig. E cioè, maggior facilità di un accordo sul controllo della circolazione dei capitali, sulla reintroduzione di un ECU-2 in cui ridenominare i crediti intra-UEM, e, in generale, sulla rinegoziazione, equamente suddivisiva delle perdite, tra i paesi creditori e quelli debitori. All’interno di questa ipotesi si inscrive quella, di compromesso “più ragionevole”, dell’uscita tedesca e paesi core, con mantenimento dell’euro-med, per capirsi.
Siccome però il problema è quello dell’immediatezza-tempestività dell’applicazione di tale modello “italiano” di uscita dalla crisi, proviamo a prefigurarlo almeno come esercizio di sensibilizzazione e di diffusione di soluzioni praticabili (attenzione: sicuramente, è meno velleitario dell’idea stessa di sperare in un cambio di direzione dei nostri governanti, o della governance UE, ed è sicuramente più utile sul piano teorico).
Per dare un volto alle linee generali di questo modello, ricorriamo proprio all’analisi di Cesare, che, appunto, è l’ideatore della formula “facciamoci buttare fuori”.
C.1.- Rammentiamo, per tenere il filo del discorso, che tale formula gode comunque di una ragionevolezza di timing, dovendosi considerare il presupposto che l’area-euro sia comunque destinata a naufragare e metterlo in relazione coi tempi di una procedura di infrazione condotta su esercizi di pubblico bilancio che, nella migliore delle ipotesi, partirebbero nel 2015.
La procedura di infrazione ai sensi dell’art.126 TFUE, infatti, potrebbe essere attivata, al di là di precedenti warnings della Commissione nel corso del 2015 (che avrebbero valore di mere anticipazioni non ascrivibili al corpo legale della procedura formalmente intesa), solo allorchè fosse constestabile la effettiva violazione del limite di bilancio. 
Quale che esso sia per il 2015. 
E cioè anche se dovesse ritenersi vincolante – nei misteriosi e ormai incontrollabili criteri seguiti dalla Commissione: come dimostra il caso Francia- per il 2015 l’obiettivo di deficit, inferiore al 3%, indicato nel DEF del governo Letta (e nell’ultimo DEF di Padoan). O l’immediato pareggio di bilancio (cosa de facto ormai molto improbabile).E ciò anche se dovesse ritenersi immediatamente applicabile l’art.9 del fiscal compact che, a ben vedere, include nella procedura ex art.126 TFUE (e del successivo art.260, come vedremo), il nuovo parametro della riduzione di un ventesimo all’anno del rapporto debito/PIL (che sarebbe peraltro molto più probabilmente violato PROPRIO SEGUENDO LE INDICAZIONI DELLA COMMISSIONE! E sul punto basta vedere l’andamento del debito/PIL conseguente all’austerity impostaci).
Insomma, sia sotto il criterio del deficit-indebitamento pubblico che per quello della riduzione del debito/PIL, la procedura potrebbe legittimamente avviarsi solo nel 2016.
La Commissione, inoltre, nel subentrato quadro posto dallo stesso trattato del c.d. “fiscal compact”, potrebbe applicare una sanzione pecuniaria “non superiore allo 0,1% del…prodotto interno lordo“, ipotesi che dovrebbe assorbire, per il principio di specialità (se in UE esiste una logica giuridica), ogni diversa commisurazione operabile in base alle previsioni dell’originario art.126 (e del protocollo 12 in materia di procedura per disavanzo eccessivo).
Inoltre, l’applicazione della sanzione andrebbe richiesta dalla Commissione alla Corte di giustizia europea (CGUE) e da essa fatta applicare, in caso di mancata ottemperanza, in base a successivo ricorso della stessa Commissione ai sensi dell’art.260 TFUE sopra citato.
Analoghe considerazioni possono svolgersi:
a) sull’applicazione del “vecchio” sistema sanzionatorio dell’art.126 TFUE, cioè comminatoria diretta della  “ammenda adeguata” (sempre peraltro in decimali di PIL) da parte della Commissione, in caso di ritenuta prevalenza della violazione del limite previgente del 3%: anche in tal caso, infatti, si dovrebbe ricorrere a una pronuncia applicativa della CGUE;
b) rispetto ad eventuali singoli atti legislativi che, in attuazione di una politica economico-fiscale italiana divergente dai diktat (“raccomandazioni”) di UE-Consiglio-Eurogruppo,  fossero ritenuti incompatibili con il diritto comunitario, dovendo seguirsi la procedura di infrazione ordinaria coi suoi tempi e con la successiva proposizione di ricorso da parte della Commissione (come si può vedere ad es; per i crediti delle imprese verso la p.a. e per la situazione “carceri”);
c) alla auspicabile, e anzi coerente, proposizione di ricorsi da parte dell’Italia che si opponessero agli atti della Commissione (sia “raccomandazioni ufficiali, sia diffide di contestazione di infrazione su singoli atti legislativi, sia applicazione di sanzioni dirette), affermando, a mero titolo esemplificativo:
          1) la contrarietà degli atti stessi ai principi fondamentali della nostra Costituzione, ai sensi degli artt.11 e 139 Cost. (come usa fare la Germania, e come ha fatto il Portogallo attraverso dirette pronunce della propria Corte costituzionale);
           2) la violazione discriminatoria del diritto comunitario da parte degli organi UE (Commissione e Consiglio in primis) sul deficit prolungato consentito alla Francia, che non ha mai preannunziato di poter rispettare nemmeno i termini della moratoria ampiamente concessagli (ed analogamente, per Spagna o Irlanda, rispetto ai rispettivi deficit);
                  3) la ampiamente dimostrabile violazione tedesca – e della Commissione- ai principi del trattato sull’obbligatorio coordinamento delle politiche economiche, sociali e del lavoro, nonchè sulla violazione del divieto di restrizione delle importazioni e di “aiuti di Stato” considerati correttamente all’interno della moneta unica (alterazione intenzionale dei tassi di cambio reale, mediante misure fiscali di assistenza e di credito);
      4)  la persistente applicazione, in base alla dichiarazione n.49 allegata tutt’ora ai trattati, della golden rule, rispetto alla regola del deficit, per programmi di investimenti compensativi degli squilibri occupazionali e produtti del Mezzogiorno e delle Isole (cosa che riaprirebbe pur sempre ampie prospettive di produzione di beni strumentali e di ripresa dell’occupazione e della domanda interna per tutta l’industria nazionale).
Insomma, ce ne sarebbe in abbondanza per mantenersi non solo all’interno della moneta unica (neutralizzando con un’accorta resistenza persino i poteri cautelari della CGUE ante decisione finale), ma anche per allungare per anni la stessa concreta applicazione di eventuali sanzioni, la cui misura, rispetto ai vantaggi di crescita che si potrebbero avere mutando decisamente politiche economiche e fiscali, sarebbe comunque trascurabile!

 

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Prima di passare alla esposizione della Parte II, del “ci facciamo buttare fuori?” (la cui prima parte invito in ogni caso a rileggere), ci pare doveroso precisare che è ovvio che la realizzazione di quanto esposto nella Parte I e, più ancora, in questa seconda Parte II, esige una precondizione che è del tutto equivalente a quella della euro-exit “endogena”: un profondo cambio di orientamento della classe politica e, più ampiamente, “dirigente” italiana
Formalmente, tuttavia, ha il vantaggio di non dover rinnegare nell’immediato la moneta unica – altri Paesi comunque lo faranno- e, quindi, gode di una praticabilità meno suscettibile di obiezioni “teologiche”. Almeno quelle “espresse”. Quelle “inespresse”, o meglio inconfessabili, sarebbero comunque le medesime: non voler interrompere il processo di “ridisegno” della società italiana per renderlo irreversibile. 
Questa, sul piano interno, è la vera scadenza dell’euro… 

Il modello qui proposto (a grandi linee), comunque, e va ribadito, sconta il fatto che tale cambio di direzione non possa verificarsi in tempo e che, comunque, si tratta pur sempre di una situazione, la nostra, in cui non si manifestano, allo stato, le “risorse culturali per uscire dalla crisi“.

Si tratta dunque, in definitiva, di un canovaccio informativo sulla fattibilità di una “via di salvezza” che potrebbe rendersi necessaria sul presupposto che, in ogni modo, l’euro-break sia provocato in via “esogena” dagli altri principali Stati coinvolti.
Queste precisazioni vanno tenute ben presenti, dato che i mesi scorrono e la nostra situazione non solo non può migliorare, ma anzi, sappiamo, è destinata a trasmodare in un disastro annunciato che potrebbe scuotere alle fondamenta, entro breve tempo, il sistema di consenso che ha finora consentito il rigido controllo mediatico degli ordoliberisti nostrani.

C.2. A questo punto, non rimane che ipotizzare quale potrebbe essere tale modello.

Precisarlo in dettaglio ora, senza l’apporto dialogato dello stesso Cesare Pozzi e degli altri illustri esperti già impegnati nello studio delle “soluzioni” di salvezza per il nostro martoriato Paese, sarebbe prematuro e incompleto.La riflessione su questo include però da subito, un essenziale presupposto:
si può ripensare la nostra società, il nostro modello economico solo agendo in un’ottica che definisca, appunto, la nostra traiettoria culturale “COME SE” l’elemento valutario non ci fosse: rammentando che l‘euro funziona da gold-standard ma non lo è

Lo è solo se:
a) si accetta un’idea di Stato –  connessa inscindibilmente con gli obblighi costituzionali incombenti sugli organi di governo-, alterata dai vincoli fiscaliesterni“, di Maastricht, Lisbona e del FC; 
b) se si rinuncia conseguentemene non tanto alla propria capacità negoziale (peraltro finora del tutto assente), ma alla stessa idea di interesse nazionale prevalente come salvaguardia della democrazia costituzionale e ciò, proprio, nella stessa interpetazione delle clausole e dei vincoli dei trattati.
 
C.3. Insomma, mutando di paradigma, in omaggio alla prevalente legalità costituzionale, si finisce per poter considerare la stessa valuta “forte” come un potenziale vantaggio all’interno del quadro degli strumenti di intervento che ci concede la c.d. Costituzione economica (artt.35-47 Cost.), potendosi concepire il “come” avvantaggiarsi di questo stesso livello di cambio nel prevalente interesse nazionale, a cui sarebbe da riassoggettare, com’è giusto che sia, la normativa europea. 
E questo riattivando il dovuto (da decenni) test di compatibilità che, tutelando l’assetto costituzionale, renda operante un “controlimite” effettivo. Cioè quello che, secondo le affermazioni della nostra stessa Corte costituzionale, dovrebbe agire allorchè la normativa pattizia UE comprima obiettivamente i valori fondamentali della Costituzione (per primo, la tutela del lavoro e del salario in perseguimento della piena occupazione) e non consenta il rispetto della parità di condizioni con gli altri Stati nonchè dell’obiettivo perseguimento della pace e della giustizia tra le Nazioni (presupposti che condizionano la legittimità dell’adesione a qualunque trattato economico, com’è quello UE).
 
C.4. Quali allora le linee generali di questa rivoluzione copernicana del vincolo esterno, in realtà imposta dal rispetto della legalità costituzionale?
Lo ritraiamo “in negativo” dalle indicazioni di Cesare:
…gli americani hanno perso il controllo della situazione e, se pensiamo possano aiutare la nostra ripresa, i drivers che guidano moneta e relative politiche non sono più legati alle esigenze delle strutture sociali, ma sono determinati da motivazioni squisitamente speculative. Quando i mercati finanziari perdono il loro ruolo di strumentalità rispetto all’economia reale e si inverte il rapporto di potere prevalgono gli obiettivi della parte peggiore, che ci vede come carne da macello o tacchino da spennare.
In questo quadro non esiste più lo spazio per “potersi adattare alla competizione di prezzo delle economie emergenti”: da economia divenuta “price taker” attraverso la svalutazione del cambio, ci avviteremmo su noi stessi.
 
Purtroppo anche l’idea che non abbiamo un problema di competitività intra eurozona si basa sul non considerare il peso indispensabile sul nostro export del deficit energetico: il pareggio sostanziale che si è registrato da quando c’è l’€ non può certo compensare la quantità di energia che dobbiamo importare per mantenere il mostro modello di vita e di produzione. Anche qui dovremmo avere un progetto alternativo
 

C.5. Dunque, si tratta di:

1) ripristinare la strumentalità dei “mercati finanziari” rispetto all’economia reale: e questo quantomeno (in un primo tempo) reintroducendo la distinzione tra istituti di credito commerciale, abilitati solo a tale funzione di intermediazione, e banche di investimento finanziario (paradigma della legge bancaria del 1936 e del Glass-Steagall Act). Si può inoltre agire rendendo, immediatamente, la Cassa Depositi e Prestiti un vero istituto bancario di proprietà pubblica ai sensi dell’art.123 TFUE, par.2, (e non più un mero organismo pubblico), capace di agire come banca di sistema, anche acquisendo partecipazioni in altre istituzioni bancarie nazionali;
2) utilizzare il cambio forte dell’euro (rispetto alla condizione naturale di un nostra valuta sovrana, in ogni livello ipotizzabile nel breve periodo) per uscire dalla condizione di meri “price takers”: ciò utilizzando in dosi adeguate la spesa pubblica, anche per dare rassicurazione circa il reimpiego del risparmio nazionale, attualmente inutilizzato in investimenti produttivi (oltre 1000 miliardi di euro di potenziale):
       2.1.) ricapitalizzare e rifinanziare, anzichè dismettere, le società industriali pubbliche, in modo da apprestargli le risorse finanziarie per perseguire IRS e fare acquisizioni all’estero di società concorrenti o complementari, all’interno della stessa filiera, nei settori di sviluppo strategico della nostra industria, che sarebbero ovviamente adeguatamente programmati;
     2.2)  costituire, con la stessa provvista finanziaria, convogliata dal ricreato polo bancario di sistema, nuove società che integrino risorse e competenze in settori di immediata prospettiva, e che abbiano ad oggetto: 
      – l’intera offerta nazionale di mobilità-trasporto, in ogni modalità e struttura (ferroviaria, aeroportuale, portuale marittima, di esercizio di vettore aereo) in modo da avere un controllo della relativa domanda e dei risparmi di costo e di prezzo derivabili da tale integrazione; 
      – la gestione delle infrastrutture nazionali telematiche e la realizzazione di un programma nazionale di riconversione urbanistica del territorio, in modo da sfruttare la miglior offerta di mobilità intermodale in un ambiente turistico integrato che consenta l’adeguato sfruttamento delle risorse storico-artistiche-archeologiche dell’intero territorio nazionale;
       2.3) rilanciare, con ingenti finanziamenti, la ricerca, in specie nel settore energetico e delle tecnologie eco-compatibili, sia a livello di formazione che di creazione/evoluzione di un polo industriale pubblico capace di sviluppare le tecnologie e di produrle su larga scala (senza dover badare al rendimento immediato fissato sul bench-mark finanziario). Ciò perseguendo immediatamente, anche in questo settore, una politica di acquisizione all’estero delle imprese capaci di creare immediate sinergie di know-how e di applicazione industriale.
 
D. Per ora mi fermo qui, altrimenti, le linee generali travalicano nel dettaglio; e puntualizzando che queste sono solo una parte delle idee che si possono sviluppare nella direzione qui suggerita.
Inutile dire che, impiegando in operazioni del genere le risorse di risparmio privato ora mobilitabili – si possono anche incentivare sottoscrizioni di titoli pubblici “speciali” per il rientro di capitali dall’estero (ponendo in alternativa la confisca degli stessi in base ad immediati trattati coi paesi-rifugio). 
In questo contesto, l’innesco del modello di “rinascita” discenderebbe naturalmente dal perseguimento di deficit pubblici ben superiori a quelli attuali: diciamo, ad es; pari almeno a quelli registrati dalla Spagna a partire dal 2011.
Dimostrando, con la revitalizzazione di un sistema industriale ancora non del tutto perduto, che non siamo nè siamo mai stati parte dei PIGS
E potendo negoziare l’inevitabile successivo euro-break (esogeno), compresa la svalutazione del debito pubblico estero-detenuto e la rivalutazione del debito commerciale privato, da posizioni che non sono tali da qualificarci come PIGS.
E nè intendiamo divenirlo: piaccia o meno alla Germania o agli €uroburocrati anti-italiani, ovvero all’elettorato italiano autorazzista (il primo che dice “e la corruzione?” verrà bannato dal blog).

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