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IN RICORDO DI DANTE ALIGHIERI, GIUSEPPE PALMA COMMENTA IL SONETTO “TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE”

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IN OCCASIONE DEL 750esimo ANNIVERSARIO

DELLA NASCITA DI DANTE ALIGHIERI

(maggio/giugno 1265 – maggio/giugno 2015)

 

SCENARI ECONOMICI

presenta il III° SPECIALE:

 

IN RICORDO DI DANTE ALIGHIERI,

Giuseppe PALMA

COMMENTA IL SONETTO

TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE

***

 

PREMESSA

 

Dopo aver scritto per Scenari Economici, sempre in occasione del 750esimo anniversario della nascita di Dante Alighieri, sia un commento al V Canto dell’Inferno (https://scenarieconomici.it/in-ricordo-di-dante-alighieri-giuseppe-palma-commenta-il-v-canto-dellinferno/) che un commento al XXXIIIesimo Canto del Paradiso (https://scenarieconomici.it/in-ricordo-di-dante-alighieri-giuseppe-palma-commenta-il-xxxiiiesimo-canto-del-paradiso/), come ulteriore omaggio alla prestigiosa ricorrenza presento un altro mio speciale, il terzo per l’occasione. Questa volta faccio un passo indietro: dalla Divina Commedia a LA VITA NOVA, e, più precisamente, commenterò il Sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”.

 

Come ho opportunamente precisato nei precedenti due speciali, su Dante ho già scritto un saggio letterario intitolato: “Dante Alighieri e la cultura dell’Amore […]” – GDS, luglio 2010, dal quale ho ovviamente preso ampio spunto per scrivere questo articolo.

 

***

INTRODUZIONE

 

Quando si parla di Dante Alighieri non si può non pensare a lei, Beatrice. Era una delle sei figlie di Folco Portinari, ricco banchiere che diede vita ad uno degli Ospedali ancora oggi più importanti di Firenze, l’Ospedale di Santa Maria Nuova. Ma i banchieri di un tempo, si sa, erano diversi da quelli di oggi.

Bice nacque nel 1266 a Firenze dove morì l’8 giugno 1290. Le notizie su di lei sono molto scarse, uno dei pochi documenti che si conoscono è il testamento lasciato da Folco Portinari nel 1287 nel quale si parla di un lascito in denaro in favore della figlia, maritata a Simone de’ Bardi, detto Mone. Beatrice, infatti, si era imparentata con un’altra famiglia di ricchi banchieri, i Bardi, sposando appunto Mone. In un atto notarile del 1280 ritrovato nell’archivio de’ Bardi, si legge che Mone – con il benestare della moglie Bice all’epoca quattordicenne – cedeva alcuni terreni a suo fratello Cecchino.

A quel tempo, e parliamo del XIIIesimo secolo d.C., la maggior parte dei matrimoni erano combinati, cioè decisi dalle famiglie quando i figli erano ancora piccoli o adolescenti. Sia nel caso di Dante e molto probabilmente anche di Beatrice vista l’unione di questa con il figlio di un altro banchiere, i matrimoni furono combinati dalle rispettive famiglie. Tuttavia quando si parla di storia, o comunque di realtà riferite a tempi passati, non bisogna mai vedere ed analizzare le situazioni con gli occhi del tempo nel quale le si raccontano, bensì bisogna cercare – per quanto sia possibile – di rapportarsi ed immedesimarsi all’epoca ed al tempo passato al quale ci si riferisce. A cavallo tra il XIIIesimo ed il XIVesimo secolo d.C. i matrimoni non erano, nella maggior parte dei casi, unioni basate sul Sentimento (con la S maiuscola) e sull’Amore (con la A maiuscola), ma l’unione coniugale era uno strumento utile a perseguire scopi di natura economica, sociale, politica o religiosa.

Non sappiamo se Dante amò veramente la moglie (Gemma Donati, figlia di Manetto Donati), così come non sappiamo neppure se Beatrice amò il marito; di certo sappiamo soltanto che Dante non dedicò neppure un verso a Gemma, mentre Beatrice è la Musa onnipresente in buona parte delle sue opere.

L’opera di Dante interamente riferita alla figura di Beatrice è LA VITA NOVA, scritta presumibilmente tra il 1292/93 ed il 1295, dopo la morte di Beatrice.

L’opera è composta di 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata e 5 canzoni) ed è il libro della memoria. In esso Dante sviluppa il concetto di memoria quale contenitore di ricordi che consente di giungere alla verità attraverso la ricostruzione della realtà in ogni suo più piccolo aspetto, seppur con una sempre presente visione della situazione generale.

La cultura contemporanea, purtroppo, è impregnata del concetto che mi piace definire “dell’andare e del guardare avanti a tutti i costi”, ma in realtà i problemi non si risolvono mai guardando avanti, bensì soltanto scavando nel nostro passato perché, nella ricerca della verità, è essenziale guardarci indietro, nel buio dei ricordi: è proprio lì che si trova la verità. Ed è dal passato – e solo dal passato – che si può costruire il futuro. L’analisi del passato, dunque, è fondamentale per la conoscenza della verità ed il perseguimento della la felicità, la quale si può conseguire soltanto se si è abbondantemente affrontato ed analizzato ciò che è trascorso. La Vita Nova è proprio il libro della memoria, un’opera attraverso la quale Dante mette in Versi tutto il proprio passato in riferimento alla sofferenza per Beatrice, dal giorno del primo incontro fino alla sua morte, per poi ricominciare a vivere (ecco perché Vita Nova) attraverso l’immagine beatificata e divina della donna amata ormai scomparsa.

All’interno de La Vita Nova troviamo il famoso Sonetto

 

TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE

 

 

 

COMMENTO AL SONETTO

 

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua devèn tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

       

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umilta’ vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

 

Mostrasi si’ piacente a chi la mira,

che da’ per li occhi una dolcezza al core,

che ‘ntender non la puo’ chi no la prova;

 

e par che de la sua labbia si mova

uno spirito soave pien d’amore,

che va dicendo a l’anima: Sospira.

 

 

Il Sonetto prende spunto da una delle situazioni più semplici che si possono verificare nella vita di una persona: una normale passeggiata. Dante ammira Beatrice mentre cammina e, quando la vede, ne contempla la grazia e la disarmante semplicità. Il Poeta rende divino ed eterno un qualcosa di talmente naturale che la stessa normalità assume le vesti di grandezza.

Il primo verso (Tanto gentile e tanto onesta pare) racchiude in sole undici sillabe la massima espressione del Dolce Stil Novo. Non esiste in tutta l’opera, e probabilmente in nessun altro scritto dell’epoca, un endecasillabo (o un’altra tipologia di verso poetico) più significativo e più rappresentativo del Dolce Stil Novo. Gentilezza ed onestà (cioè ingenuità) sono i canoni della grandezza, della bellezza e della straordinaria levatura della figura femminile di fine Duecento. Dante dà quindi vita ad uno stile del tutto originale e innovativo che fa’ della Donna dell’epoca l’espressione della grandezza di Dio. I valori trasmessi ed insegnatici da Dante (ma anche da autori più recenti come Foscolo e Leopardi), sono rimasti invariati per secoli ed hanno costituito il pilastro sul quale si è fondata l’intera cultura occidentale nel corso di centinaia di anni, ma, nel giro di pochi decenni, i valori sono cambiati del tutto cosicché la genuinità dei contenuti e la semplicità dei canoni di bellezza di un tempo hanno lasciato spazio all’unico valore oggi esistente: il nulla! E’ questo uno dei motivi che rende necessario, oltre che indispensabile, recuperare il senso della basilare cultura cristiana sull’Amore Vero, ridimensionando la friabile ma dilagante cultura della falsa libertà e del “pensiero unico dominante” improntato su prototipi dettati dall’informazione di regime. E’ sufficiente vedere, anche per pochi minuti, trasmissioni televisive in onda ad ogni ora per capire che tutti usano le stesse espressioni, gli stessi accenti, gli stessi atteggiamenti, tutti parlano allo stesso modo e – cosa ancor più grave – i ragionamenti (o le conclusioni) su ciascun argomento sono tutti uguali e sembra provengano da un unico soggetto socialmente tipizzato.

Continuando ad analizzare il Sonetto, tra il primo ed il secondo endecasillabo della prima quartina c’è un enjambement che rende ancora più tangibile e riscontrabile quanto scritto sinora, infatti l’endecasillabo “la donna mia quand’ella altrui saluta”, letto senza interruzione dopo il primo endecasillabo fornisce la conferma che questo Sonetto rappresenta e racchiude, senza nulla togliere ad altre opere, versi ed autori, un quadro significativo del Dolce Stil Novo. Nel secondo endecasillabo, alla gentilezza e all’onestà della donna amata, si aggiunge un altro elemento di disarmante semplicità qual è un semplice saluto, e Dante si riferisce a Beatrice scrivendo addirittura “la donna mia”. Sappiamo benissimo che Beatrice non fu mai la donna del Poeta, ma nella dottrina cristiana di quel tempo la donna amata era una ed una sola, indipendentemente dal fatto se si fosse sposati con un’altra persona o se il Sentimento nei confronti dell’amata fosse corrisposto o meno. La prima quartina continua: “ch’ogne lingua devèn tremando muta, / e li occhi no l’ardiscon di guardare”. E’ talmente dirompente l’emozione che Dante prova nell’ammirare Beatrice che ogni parola s’arresta (ch’ogne lingua devèn tremando muta) e nessun occhio osa guardare (e li occhi no l’ardiscon di guardare) la meraviglia e la grazia di quella giovane ragazza.

La seconda quartina è altrettanto disarmante perché Dante, nel primo endecasillabo (Ella va sentendosi laudare), descrive di una ragazza che per lui, seppur divina e salvatrice, ha i vezzi propri dell’adolescenza, concetto maggiormente ribadito nel primo endecasillabo della prima terzina (Mostrasi si’ piacente a chi la mira), quindi Beatrice, oltre ad essere per il Poeta il punto più alto di grazia, di bellezza e di divinità della Donna, è anche una semplice ragazza fatta di carne ed ossa, umile e figlia del suo tempo, quindi, nel momento in cui gli altri la guardano, lei si sente ammirata e ciò le provoca piacere. Questa contrapposizione tra divinità da un lato e realtà quotidiana dall’altro rende inscindibile il binomio tra bellezza terrena divinità celeste.

I Versi più belli del Sonetto sono, a mio modesto parere, il terzo ed il quarto endecasillabo della seconda quartina: “E par che sia una cosa venuta / da  cielo in terra a miracol mostrare”. A parte l’enjambement tra i due endecasillabi che rende meravigliosa la musicalità di entrambi i Versi ed al di là del loro significato letterario che è semplice da comprendere, l’utilizzo delle parole racchiude tutta la magnificenza che Dante vedeva in Beatrice. La donna amata, che nei primi Versi era espressione del mondo terreno, adesso diventa “ufficialmente” una “cosa divina”: Beatrice non è più figlia degli uomini, diviene ora una creatura del cielo scesa sulla terra per dimostrare quanto di bello Dio può donare agli esseri umani.

Tale concetto provoca in Dante delle emozioni: “che da’ per li occhi una dolcezza al core, / che ‘ntender non la puo’ chi no la prova; / e par che de la sua labbia si mova / uno spirito soave pien d’amore, / che va dicendo a l’anima: Sospira”. Dante è talmente innamorato di questa ragazza che gli è sufficiente guardarla perché gli trasmetta dolcezza, una dolcezza che non tutti possono capire se prima non l’hanno provata. A questo punto sembra che Beatrice parli, sussurri qualcosa (e par che de la sua labbia si mova / uno spirito soave pien d’amore), oppure, più semplicemente, Dante si riferisce al solo movimento delle labbra della ragazza o al suo respiro che assume le sembianze di spirito soave pieno d’amore, spirito talmente dolce e carico di una grazia immensa che pone l’anima nelle sole condizioni di sospirare: “che va dicendo a l’anima: Sospira”. Nell’ultimo endecasillabo il Poeta mette in risalto quanto la propria anima esprime dinanzi alla figura di Beatrice, pertanto il frutto delle emozioni è dato non dal corpo del Poeta ma dalla sua anima che, di fronte a tale immensa grazia, non può che sospirare.

 

***

 

Nei giorni nostri il genere umano “lotta” per conquiste folli, frivole e distruttive per l’Umanità.

Rileggete Dante!

Muterete coscientemente il modo di pensare ed ammirerete il mondo nella sua direzione e nel suo significato più bello.

 

Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo!

Il momento è talmente drammatico che forse dovrà essere il mondo a salvare la bellezza! Vi ricordo che non possono esistere l’economia e il diritto se prima non esistono la letteratura, la poesia, l’arte, la storia, l’architettura, insomma, la bellezza d’Italia!

 

Giuseppe Palma

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