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In cosa consiste portare il rapporto deficit/Pil al 2,4%? Alcune osservazioni sulla nota di aggiornamento al Def (di P. Becchi e G. Palma)

È sbagliato fermarsi ai numeri. Dietro di essi c’è sempre la vita di milioni di uomini. Ecco perché attaccare o lodare l’attuale governo per aver previsto un rapporto deficit/Pil al 2,4% per i prossimi tre anni non ha molto senso. Certo, l’esecutivo  Gentiloni avrebbe voluto fare lo 0,8% per il 2019 e pareggio di bilancio per il 2021, cioè l’austerità allo stato puro,  ma tutto questo per un governo sovranista è inaccettabile. Vediamo dunque cos’hanno in mente di fare Salvini e Di Maio con il deficit al 2,4%.

Flat-tax. Per il 2019 si inizia dalle partite Iva (quindi professionisti, ditte individuali, etc.) con un’aliquota fissa del 15% fino a 65.000 euro di ricavi annui ( netti ), con una estensione del regime semplificato Iva (cioè del regime forfettario) fino a tale somma. Oggi invece, fino a 30 mila euro di reddito complessivo, la tassazione supera il 20%. In altre parole, con questo avvio di flat-tax il prossimo anno decine di milioni di partite Iva troveranno conveniente dichiarare di più per avere maggiori possibilità di accesso al credito e, quel nero che emergerà, andrà a costituire (anche contabilmente) maggiore Prodotto interno lordo. In pratica una manna dal cielo per milioni di italiani. Una misura che consentirà un risparmio notevole in termini di tassazione (Irpef e Iva), risparmio che servirà  a rilanciare la domanda interna. Altro che gli 80 euro di Renzi!

Reddito di cittadinanza. Qui ci sono 10 mld di euro già per il 2019, ma per poter usufruire dei 780 euro al mese occorreranno quattro requisiti: ricerca attiva del lavoro, disoccupazione involontaria, completamento dei percorsi di formazione e reddito familiare.  Lascia perplessi il reddito familiare. Un giovane, lasciato a casa dall’impresa, non sposato e ancora residente coi  genitori pensionati, non avrebbe diritto alla misura? Una ingiustizia alla quale occorre rimediare. Un prerequisito indispensabile è però la  riforma complessiva dei centri per l’impiego, senza questi ha poco senso parlare di reddito di cittadinanza.

Superamento della Legge Fornero. Salvini lo aveva promesso e l’ha fatto inserire nella nota di aggiornamento al Def. Quota 100 già a partire dal 2019, con 62 anni di età e 38 di contributi previdenziali. In pratica 5 anni anagrafici e contributivi in meno rispetto alla legge   Fornero. Questo non solo consentirà a parecchi italiani di andare in pensione in età ragionevole, ma aprirà le porte del mondo del lavoro alle nuove generazioni.

Pace fiscale. Salvini ha mantenuto la parola. Nel 2019 dovrebbe partire una seria rottamazione delle cartelle esattoriali fino all’ammontare di 500 mila euro, cioè il 99,1% delle cartelle. Il governo sta ragionando sulla percentuale, cioè se sul 15 o 20% da pagare sull’intero ammontare del debito per ciascuna cartella perché venga definitivamente annullata. Misura che dovrebbe riguardare non solo le multe, ma soprattutto l’Iva, l’Irpef e i contributi previdenziali. Dettagli di non poco conto che sapremo solo con l’approvazione a dicembre della legge di bilancio. La consideriamo una misura utile. La crisi si è abbattuta principalmente su professionisti e imprese. È giusto ricompensarli con una misura di equità sociale, anche perché parecchi riaprirebbero l’attività tornando a lavorare e a produrre ricchezza. Inoltre, pur trattandosi di una misura in favore di cittadini e imprese, dal punto di vista contabile gli introiti derivanti dalla pace fiscale rappresentano “nuove entrate”  per lo Stato (cioè come se fossero nuove tasse, anche se sostanzialmente non lo sono).

Queste le principali misure previste. Ora dovremo aspettare che la legge di bilancio arrivi alle Camere, per poi essere approvata (chissà con quante modifiche e ritocchi) entro il 31 dicembre.

In questi giorni Tv e giornaloni attaccano il governo perché il maggior deficit verrà scaricato sulle generazioni future. Falso. Il deficit pubblico non è il debito privato, quindi ad ogni centesimo di indebitamento pubblico ne possono corrispondere dieci  di ricchezza prodotta, e quindi di ricchezza privata. Tutto sta a vedere cosa si fa con l’indebitamento. Quanto previsto dalla nota di aggiornamento al Def lascia pensare a misure con forte impatto sul Pil.

Coloro che oggi sbraitano  sono gli stessi che portarono il rapporto deficit/pil al 2,5% per dare la mancetta elettorale del bonus scuola ai diciottenni in vista del referendum costituzionale del dicembre 2016. Il 2,4% previsto da Salvini e Di Maio contiene invece misure idonee a rilanciare la domanda interna, quindi ad aumentare il Prodotto Interno Lordo e a far diminuire il rapporto debito pubblico/Pil.

Nel dicembre  2016 – non dimentichiamolo – il governo Gentiloni si fece approvare dal Parlamento  un maggior indebitamento per 20 miliardi di euro allo scopo di salvare le banche degli amici. Avete capito bene: 20 miliardi solo per le banche. Bruxelles applaudì, Tv e giornaloni  nostrani pure. Oggi, invece, di fronte ad una manovra complessiva di 28 miliardi che aiuta cittadini e imprese, tutto l’establishment interno ed esterno attacca il governo. La cosa importante è avere un piano di difesa. Indietro non si torna.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di ieri, 30 settembre 2018

Dalla Seconda alla Terza Repubblica. Come nasce il governo Lega-M5S“, di P. Becchi e G. Palma, con Prefazione di Matteo Salvini, Paesi edizioni: https://www.amazon.it/Dalla-Seconda-Repubblica-governo-Lega-M5S/dp/8885939074/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1538384702&sr=1-1&keywords=dalla+seconda+alla+terza+repubblica

 

 


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