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IMMIGRATI(S), OVVERO COME FOTTERE I LAVORATORI E RENDERLI FELICI

Il tema dell’immigrazione e del suo impatto sul mondo del lavoro è stato più volte affrontato in ambito teorico, anche in passato. A tale proposito è illuminante citare la lettera scritta da Karl Marx a Sigfried Meyer e August Vogt nel 1870 nella quale il filosofo tedesco evidenzia come la borghesia inglese “ha lo stesso interesse a ridurre la popolazione irlandese al minimo mediante espulsioni ed emigrazione forzata […] ma la borghesia inglese ha interessi ancora più notevoli nell’attuale economia irlandese. Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiù al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese. E ora la cosa più importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dagli oratori, dalle caricature, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”.

Riepiloghiamo brevemente il ragionamento di Marx:
1. l’immigrazione avvantaggia solo la classe dominante
2. riduce i salari
3. divide la classe operaia
4. i media alimentano artatamente la guerra tra poveri

Secondo il pensiero marxista, quindi, chi è a favore dell’immigrazione incontrollata ma non appartiene alla classe dominante (l’unica che si avvantaggia dall’immigrazione) è coerente come uno che tifa juve in quanto interista! Semplicemente è un coglione! Ma cosa direbbe Marx di un sindacalista che tifa per Carola Rackete (ovvero colei che cerca di favorire l’immigrazione e quindi la riduzione dei salari e della forza contrattuale degli operai)? Probabilmente direbbe che è un grandissimo coglione! L’immigrazione, infatti, riducendo il potere della classe operaia (dividendola in due campi, per usare le parole di Marx), indebolisce il ruolo dei sindacati.


Ma è ancora attuale il pensiero di Marx o si tratta di congetture vecchie e ormai prive di significato? Su questo la scienza economica non è univoca: secondo la teoria neoclassica (o liberista) quanto sostenuto da Marx è totalmente da rigettare, secondo la teoria neokeynesiana no.
Spieghiamoci meglio: secondo la teoria neoclassica, il tasso di disoccupazione può essere considerato fisso, salvo piccoli scostamenti di breve periodo, e pari al tasso di disoccupazione naturale, pertanto l’aumento della forza lavoro, dovuto all’afflusso di immigrati in età lavorativa, non farà aumentare la disoccupazione (che appunto, è fissa), anzi, qualora l’apporto di immigrati riuscisse a ridurre il ruolo dei sindacati, come ipotizzato da Marx, la disoccupazione calerebbe!
E i salari? Se gli immigrati accettassero di lavorare ad un salario più basso, si avrebbero sì salari (nominali) inferiori, ma anche i prezzi si abbasserebbero, in modo tale che i salari reali resterebbero inalterati! Quindi, secondo la teoria neoclassica, l’afflusso migratorio avrebbe degli effetti che, nella peggiore della ipotesi, sono nulli, nella migliore delle ipotesi (ovvero se l’afflusso fosse tale da indurre una riduzione apprezzabile dei salari e quindi una compressione del ruolo dei sindacati) sarebbe addirittura positivo in quanto farebbe diminuire la disoccupazione senza nessuna perdita del potere d’acquisto per i lavoratori. L’immigrazione è dunque un fattore positivo e da incentivare.

I modelli neokeynesiani, che rifiutano con sdegno il concetto di tasso di disoccupazione naturale, ritengono invece che l’apporto di immigrati non farà altro che aumentare la disoccupazione in quanto aumenterebbe la forza lavoro, approssimabile con il numero di persone in età di lavoro, ma non il numero dei lavoratori che resterebbe praticamente invariato.
E i salari? L’aumento della disoccupazione, tanto più corposo quanto più l’afflusso sarà importante, comporterà una riduzione del ruolo dei sindacati e dei salari nominali (esattamente come ipotizzato dalla teoria neoclassica), ma nella teoria neokeynesiana, poiché il parametro di conflittualità ed il mark-up non sono considerati entrambi esogeni (ovvero gli imprenditori se ne approfitterebbero), i prezzi calerebbero, ma di poco, pertanto i salari reali sarebbero più bassi e i lavoratori sarebbero tutti più poveri. Secondo la teoria alternativa, dunque, l’afflusso di immigrati è un fenomeno sempre negativo e tanto più negativo quanto maggiore è l’apporto alla riduzione dei salari e del ruolo dei sindacati, in perfetto accordo con quanto osservato da Marx 150 anni fa.
Conseguentemente, secondo l’impostazione neokeynesiana, chi cerca di ostacolare l’afflusso migratorio, volontariamente o no, cerca di salvaguardare il potere di acquisto delle classi più deboli.

Che dire allora di chi, come i sindacati, sostengono con forza l’immigrazione? Evidentemente sono dei liberisti e pertanto amici, magari inconsapevoli, della classe dominante. Come possano dei sindacalisti e dei partiti sedicenti di sinistra appoggiare l’idea liberista in base alla quale il ruolo dei sindacati è NEGATIVO per i lavoratori e l’immigrazione è positiva in quanto consente l’incremento dell’occupazione (grazie alla riduzione dei salari)… beh, meglio stendere un velo pietoso. Forse aveva ragione Marx, sono solamente dei grandissimi coglioni.

Claudio Barnabè


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