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Il Venezuela rialza la testa sul petrolio: produzione a 1,1 milioni di barili e l’impatto del nuovo corso post-Maduro
La produzione di petrolio venezuelana supera 1,1 milioni di barili al giorno: gli effetti della caduta di Maduro, le nuove regole sulle royalty e il ritorno di Chevron e Shell spinti dalla crisi in Medio Oriente.

Il Venezuela torna a far parlare di sé nel mercato energetico globale, e questa volta con numeri che indicano un’inversione di rotta tangibile. Secondo una recente presentazione di PDVSA, ripresa da Reuters, la produzione media di greggio del Paese ha raggiunto la soglia di 1,1 milioni di barili al giorno nel mese in corso, segnando un netto balzo rispetto ai 942.000 barili registrati a febbraio.
Un recupero che non nasce dal nulla, ma è il risultato diretto del recente e radicale terremoto geopolitico. Dopo il cambio del vertice politico a Caracas gli Stati Uniti hanno proceduto alla cancellazione progressiva, ma ancora parziale, delle sanzioni. L’industria petrolifera venezuelana è passata di fatto a un corrodinamento a trazione statunitense. I fasti degli anni ’90, quando Caracas estraeva comodamente 3 milioni di barili al giorno, restano un miraggio lontano. Decenni di cattiva gestione gestionale e di isolamento sanzionatorio hanno decapitato la capacità produttiva nazionale, ma la macchina ha ricominciato a muoversi.
Per comprendere la portata del cambiamento, ecco un riepilogo della situazione attuale:
| Indicatore | Dettaglio |
| Produzione Marzo 2026 | 1,1 milioni barili/giorno |
| Produzione Febbraio 2026 | 942.000 barili/giorno |
| Tetto massimo Royalty | 30% (con aliquote flessibili per progetto) |
| Investimenti esteri attesi | 1,4 miliardi di dollari (stima 2026) |
Il vero motore di questa ripresa, oltre al cambio di vertice politico, è l’impalcatura legislativa introdotta all’inizio dell’anno. Le “Big Oil” stanno tornando nel Paese latinoamericano attratte da un quadro normativo che offre finalmente maggiore libertà e prevedibilità.
La nuova legge stabilisce un tetto massimo alle royalty del 30%, ma permette al governo di calibrare le aliquote per i singoli progetti in base alle necessità di investimento e alla competitività. È un classico esempio di sano pragmatismo economico: lo Stato venezuelano mantiene fermamente la proprietà delle risorse idrocarburiche, ma delega la gestione tecnica e operativa alle aziende private. Queste ultime si assumono oneri e rischi d’impresa, ma, a patto di presentare un piano industriale solido approvato dal ministero, hanno finalmente le mani libere per lavorare. La presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha già stimato l’arrivo di nuovi capitali per 1,4 miliardi di dollari solo per quest’anno.
I grandi attori internazionali non si sono fatti attendere:
- Chevron: Sta intensificando i colloqui per espandere la sua joint venture Petropiar in collaborazione con PDVSA.
- Shell: È in fase di negoziazione per lo sviluppo di nuovi giacimenti nell’area di Monagas North, nel Venezuela orientale, una zona strategica perché ricca dei rari depositi di greggio leggero e medio del Paese. Inoltre, la compagnia anglo-olandese punta allo sviluppo delle risorse di gas naturale, sia onshore che offshore.
Anche ENI e Repsol sono pronte ad investire nuovamente in progetti nel paese. Infine, c’è un elemento di geopolitica applicata da non sottovalutare. La spinta ad accelerare la produzione venezuelana non risponde solo a dinamiche interne, ma è un riflesso diretto delle continue tensioni e della crisi in Medio Oriente. Con i rubinetti arabi sempre a rischio di instabilità, avere un bacino produttivo sicuro e in crescita nel continente americano diventa una priorità assoluta per i mercati occidentali e, in primis, per gli Stati Uniti.







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