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Il suicidio della Francia: le 50 decisioni che, secondo Le Figarò, hanno distrutto una Nazione
Dall’immigrazione incontrollata al disastro delle 35 ore, fino al tradimento del voto popolare sull’Europa: l’inchiesta shock sulle 50 scelte che hanno distrutto la Francia in mezzo secolo.

C’è un momento esatto in cui le nazioni decidono di smettere di crescere e iniziano a spegnersi. Non accade per colpa del destino o della sfortuna, ma attraverso scelte politiche precise, spesso ammantate di buone intenzioni o di cieca ideologia. La Francia di oggi, soffocata da debito, insicurezza e deindustrializzazione, non è un incidente di percorso: è il capolavoro di cinquant’anni di decisioni disastrose.
A mettere nero su bianco questa drammatica realtà è un coraggioso e dirompente rapporto dell’Institut Thomas More, ripreso in questi giorni in un ampio editoriale da Le Figaro uno dei più letti e noti quotidiani francesi. Il documento elenca le 50 scelte politiche che, da Valéry Giscard d’Estaing a Emmanuel Macron, hanno letteralmente affondato la Francia.
La distruzione dei Paesi europei non nasce ieri. È il frutto marcio di mezzo secolo di demagogia, di derive burocratiche e di diktat calati dall’alto. Spesso, e questo è l’aspetto più grave, queste decisioni sono state imposte bypassando spudoratamente la volontà popolare.
Se c’è un merito in questo rapporto, è quello di squarciare il velo dell’ipocrisia. In Francia i mass media mainstream iniziano finalmente a parlarne in modo aperto, certificando un collasso che noi denunciamo da anni. Ma quali sono state le tappe di questa via crucis istituzionale?
La schizofrenia economica e il disastro del lavoro
Il rapporto parla chiaramente di “schizofrenia politica”. Per decenni, l’élite parigina ha firmato trattati internazionali liberoscambisti, mantenendo in patria politiche iper-stataliste e assistenziali. Un mix letale che ha distrutto la competitività.
L’esempio più lampante è l’introduzione delle 35 ore lavorative nel 1998, sotto il governo Jospin (riforma Aubry). Nel momento esatto in cui la Francia si legava le mani con la moneta unica, rinunciando alla leva del cambio, e mentre la Cina entrava nel WTO, Parigi decideva di lavorare meno.
Il risultato pratico? Il costo del lavoro è esploso, le industrie a basso valore aggiunto sono state spazzate via e la Francia ha iniziato ad accumulare svantaggi competitivi mostruosi rispetto ai vicini.
A questo si somma l’errore storico del pensionamento a 60 anni, introdotto da Mitterrand nel 1982. Una mossa puramente elettorale, fatta ignorando totalmente i dati demografici. Ha destabilizzato i conti pubblici per decenni, costringendo lo Stato a un prelievo fiscale asfissiante per tappare voragini contabili sempre più grandi.
L’esproprio democratico e il tabù dell’immigrazione
C’è un filo rosso che lega le peggiori decisioni degli ultimi cinquant’anni: la totale mancanza di consultazione dei cittadini. Le élite hanno deciso, il popolo ha dovuto subire.
Il caso più clamoroso riguarda l’immigrazione. Nel 1976, il decreto di Jacques Chirac (sotto Giscard d’Estaing) che autorizzava il ricongiungimento familiare ha cambiato per sempre il volto demografico del Paese. Una decisione presa senza alcun voto parlamentare e senza mai chiedere il parere ai francesi.
Da quel momento, la Francia è passata da un’immigrazione lavorativa a un’immigrazione di popolamento, spesso slegata dalle necessità produttive.
L’istituzione dell’Assistenza Medica di Stato (AME) nel 1999, che garantisce cure gratuite agli immigrati irregolari, è diventata il simbolo di un’accoglienza fuori controllo. Oggi costa oltre 1,3 miliardi di euro l’anno per quasi mezzo milione di beneficiari. Una politica che ha trasformato lo Stato sociale in un magnete per l’immigrazione irregolare, drenando risorse dai contribuenti.
Il tradimento europeo e l’ideologia verde
Il capolavoro dell’inganno democratico si è compiuto con l’Europa. Il Trattato di Maastricht (1992) ha vincolato il Paese a parametri rigidi, ma è con il Trattato di Lisbona (2007) che si è consumato lo strappo definitivo.
Nicolas Sarkozy, con l’aiuto dell’establishment, ratificò il trattato ignorando deliberatamente il clamoroso “No” espresso dai francesi al referendum del 2005. Un atto di arroganza istituzionale che ha distrutto la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, consegnando la sovranità nazionale a una burocrazia sovranazionale non eletta.
E quando non è stata l’Europa a fare danni, ci ha pensato l’ideologia “green” e la svendita degli asset strategici. La chiusura della centrale nucleare di Fessenheim nel 2020 (sotto Macron) è l’emblema di una politica energetica masochista.
In nome dell’ambientalismo punitivo, la Francia ha rinunciato al suo principale vantaggio competitivo: l’energia nucleare a basso costo, indebolendo la rete elettrica e facendo schizzare i prezzi. A questo si aggiunge l’abdicazione industriale pura, come la scellerata vendita della divisione energia di Alstom agli americani nel 2014, avallata dall’allora ministro Macron.
Una giustizia debole e una scuola al ribasso
Il declino economico viaggia sempre di pari passo con quello culturale e sociale. Il collasso della scuola francese inizia nel 1975, con l’introduzione del “collegio unico”. L’illusione di garantire l’uguaglianza ha portato a un catastrofico livellamento verso il basso.
Si è sacrificato il merito sull’altare dell’egualitarismo ideologico. La legge Jospin del 1989, che ha messo “l’alunno al centro del sistema”, ha distrutto l’autorità dei docenti e la trasmissione del sapere.
Parallelamente, lo Stato ha abdicato al suo ruolo di garante della sicurezza. Dal nuovo codice penale del 1994, che ha fornito ai giudici maglie larghissime, fino alla legge Taubira del 2014, che ha abolito le pene minime e reso il carcere quasi un’opzione, la giustizia è diventata la patria della cultura delle scusanti.
La riabilitazione del colpevole ha preso sistematicamente il sopravvento sulla protezione della società civile e delle vittime.
Riusciranno a fare retromarcia?
Leggendo l’analisi dell’Institut Thomas More, il quadro è desolante. Per cinquant’anni, politici ossessionati dal breve termine, dal consenso facile e dal “politicamente corretto” hanno smantellato una nazione fiorente.
Hanno usato la spesa pubblica e le tasse per coprire i buchi creati dalla loro stessa incompetenza. Hanno barattato la sovranità nazionale con chimere europee e hanno calpestato la volontà popolare ogni volta che questa non coincideva con i loro salotti.
Oggi, il fatto che un grande giornale come Le Figaro metta in prima pagina questo j’accuse senza sconti è un segnale di risveglio. La Francia ufficiale inizia ad ammettere il proprio fallimento. Vedremo mai un articolo simile su un quotidiano Italiano o su un TG nazionale? Mai!
Ma ammettere gli errori non basta. Serviranno tagli draconiani alla spesa improduttiva, un ripensamento totale delle politiche migratorie e sociali, e un coraggio politico che, al momento, non si intravede né all’Eliseo né a Matignon. Se Parigi non inverte la rotta, il declino non sarà più lento, ma diventerà un crollo vertiginoso. E l’Italia, che condivide molte di queste patologie, farebbe bene a prendere appunti.








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