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Il silenzio di Pechino e Mosca: perché nessuno vuole davvero difendere l’Iran

Un’analisi spietata sulle vere ragioni macroeconomiche e strategiche dietro l’inazione di Pechino e Mosca in Medio Oriente. Perché difendere Teheran costa troppo.

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Nel pieno di un’escalation che colpisce direttamente il cuore strategico dell’Iran, ciò che colpisce di più non è tanto l’azione militare americana e israeliana, quanto la reazione — o meglio, la non reazione — delle due potenze che più spesso si sono proposte come alternative all’ordine occidentale: Cina e Russia.

Entrambe hanno negli ultimi anni consolidato rapporti stretti con Teheran. Pechino ne è un partner energetico essenziale, Mosca un alleato politico e militare di fatto in diversi teatri, dalla Siria al Caucaso. Eppure, di fronte a un attacco che investe infrastrutture critiche e che potrebbe ridisegnare gli equilibri regionali, la loro risposta si è limitata a dichiarazioni formali, prudenti, quasi notarili.

Non è un caso. E non è neppure un segnale di disimpegno. È il riflesso di un calcolo strategico molto più complesso, in cui prudenza, convenienza e limiti strutturali si intrecciano.

Il primo elemento è il più evidente, ma anche il più sottovalutato: nessuna delle due potenze è disposta a rischiare un confronto diretto con gli Stati Uniti per l’Iran. Questo non deriva da una mancanza di volontà politica, ma da una valutazione razionale dei costi. Un coinvolgimento operativo — anche indiretto ma qualificato, come supporto di intelligence in tempo reale o fornitura di sistemi avanzati — verrebbe inevitabilmente interpretato da Washington come un salto di livello nel conflitto. A quel punto, la dinamica di escalation sfuggirebbe rapidamente di mano, trascinando il confronto su un piano sistemico.

Per la Cina, questo scenario è semplicemente incompatibile con il proprio modello di sviluppo. L’ascesa di Pechino si è fondata su stabilità, apertura commerciale e prevedibilità delle rotte globali. Una guerra estesa nel Golfo metterebbe a rischio non solo i flussi energetici, ma l’intero impianto su cui si regge la sua crescita. Non è un rischio che la leadership cinese sia disposta a correre per difendere un partner, per quanto rilevante.

La questione energetica, in questo senso, è centrale ma spesso fraintesa. È vero che la Cina dipende in misura significativa dalle forniture del Golfo e che lo stretto di Hormuz rappresenta un passaggio critico. Ma proprio questa dipendenza spinge Pechino verso la prudenza, non verso il coinvolgimento. Un intervento diretto a sostegno dell’Iran aumenterebbe esponenzialmente il rischio di una chiusura o militarizzazione dello stretto, esponendo la Cina a una vulnerabilità immediata e difficilmente gestibile.

Vi è poi un aspetto ancora più sottile: la Cina non ha interesse a un Iran troppo forte, né a una polarizzazione definitiva della regione. La sua strategia è quella dell’equidistanza funzionale: mantenere relazioni con tutti gli attori — Iran, Arabia Saudita, Emirati — per garantire continuità nei flussi e flessibilità negoziale. Schierarsi apertamente significherebbe compromettere questo equilibrio, trasformando un vantaggio in un vincolo.

Sul versante russo, la logica è diversa ma non meno lineare. L’instabilità nel Golfo, lungi dall’essere un problema, può trasformarsi in un’opportunità. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas rafforza immediatamente le entrate di Mosca, attenuando l’impatto delle sanzioni occidentali e migliorando la sua posizione negoziale. In un contesto in cui l’energia resta uno degli strumenti principali di potere, ogni tensione che restringe l’offerta globale gioca a favore della Russia.

Non solo. Una crisi energetica prolungata mette sotto pressione le economie europee, già fragili e dipendenti dalle importazioni. Questo può tradursi in una maggiore disponibilità, anche solo implicita, a rivedere il livello di rigidità delle sanzioni. Senza bisogno di muovere un solo mezzo militare, Mosca può così ottenere risultati politici indiretti ma significativi.

C’è infine un limite che né la retorica né la propaganda possono cancellare: la capacità di proiezione. Né la Russia né la Cina, allo stato attuale, dispongono di una presenza militare globale paragonabile a quella americana. La Russia ha dimostrato in Siria di saper intervenire in modo efficace ma circoscritto; la Cina è ancora concentrata sul proprio quadrante regionale. Un coinvolgimento diretto nel Golfo, contro una potenza che mantiene una rete capillare di basi e alleanze, comporterebbe rischi enormi senza garanzie di successo.

Il risultato è una convergenza di prudenza che, lungi dall’essere casuale, riflette la natura dell’attuale sistema internazionale. Cina e Russia sfidano l’egemonia americana, ma non sono ancora pronte — né forse realmente intenzionate — a sostituirla nei momenti di massima esposizione.

Il loro silenzio, dunque, non è un vuoto. È una scelta. Lasciare che siano gli Stati Uniti a gestire una crisi complessa, sostenendone i costi politici e militari, mentre si preservano i propri interessi fondamentali. In filigrana, è anche il riconoscimento implicito di un dato che molti preferiscono ignorare: l’ordine globale può essere contestato, ma non ancora rimpiazzato.

Ed è proprio in questa zona grigia — tra sfida e cautela, tra ambizione e limite — che si gioca oggi la vera partita geopolitica.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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