Analisi e studiPolitica
Il ritorno delle sfere d’influenza: verso una nuova Yalta non scritta (di Antonio Maria Rinaldi)
Finito l’ordine post-1989, torna la logica delle sfere d’influenza. Dagli USA alla Cina, fino alla Russia: ecco perché l’anarchia geopolitica sta ridisegnando i confini, lasciando l’UE nell’irrilevanza.

La caduta del Muro di Berlino non ha segnato soltanto la fine simbolica della Guerra fredda, ma ha reso di fatto inoperante l’ordine internazionale nato dalla Conferenza di Yalta. Quell’assetto non si fondava su valori condivisi, bensì su un equilibrio di potenza: sfere d’influenza riconosciute, limiti impliciti, deterrenza reciproca. La sua stabilità non derivava dall’assenza di conflitti, ma dalla chiarezza delle regole. Con il 1989, quell’ordine non è stato sostituito: è stato semplicemente abbandonato.
Dopo la Caduta del Muro di Berlino, l’Occidente ha coltivato l’illusione che il sistema internazionale potesse reggersi autonomamente su mercati globali, istituzioni multilaterali e diritto internazionale. Anche i tentativi di richiamarsi allo spirito degli Accordi di Helsinki presupponevano un mondo che non esisteva più: quello di grandi potenze disposte a riconoscere vincoli reciproci in nome della stabilità. Venuta meno questa disponibilità, le regole sono rimaste formalmente in vigore, ma prive di un garante politico effettivo.
Si è così aperta una lunga fase di anarchia geopolitica, non assimilabile al caos, bensì all’assenza di un’autorità riconosciuta capace di imporre e far rispettare regole condivise. In questo vuoto si sono moltiplicati conflitti regionali, revisionismi territoriali, guerre ibride e competizioni sistemiche. Tuttavia, proprio mentre l’anarchia sembra consolidarsi, emerge una dinamica opposta: la ricostituzione di fatto di nuove sfere d’influenza, non formalizzate, ma operative.
Gli Stati Uniti d’America riaffermano il proprio ruolo di potenza ordinatrice in aree ritenute strategicamente vitali, riscoprendo – in forme aggiornate ma concettualmente coerenti – la logica della Dottrina Monroe, enunciata oltre due secoli fa e fondata sull’idea che alcune regioni costituiscano un ambito di interesse esclusivo e non negoziabile. La Federazione Russa rivendica una concezione della sicurezza basata su profondità strategica e controllo dell’intorno geopolitico; il Giappone, superando decenni di postura difensiva, assume un profilo più assertivo nel Pacifico. In questo contesto, lo spazio lasciato dal declino del Regno Unito è stato progressivamente occupato dalla Cina, ormai attore centrale nella definizione degli equilibri globali.
La questione di Taiwan rappresenta il punto di massima condensazione di questa dinamica. Non è un dossier regionale, ma un test di sistema: vi convergono tecnologia critica, catene del valore, credibilità delle alleanze e controllo delle rotte marittime. Il confronto tra Pechino e Washington su Taiwan misura la capacità delle grandi potenze di imporre o difendere una sfera d’influenza in assenza di regole condivise.
Lo stesso schema si è manifestato in Europa con l’Ucraina. Il conflitto non riguarda soltanto confini o alleanze, ma segna la rottura definitiva dell’ordine post-1989. La Russia ha agito come potenza revisionista, tentando di ristabilire una propria area di sicurezza e di negare l’estensione indefinita di un ordine che non riconosce più come legittimo.
Una logica analoga è oggi visibile nel rapporto tra gli Stati Uniti e il Venezuela. Al di là della retorica sui diritti o sulla democrazia, Washington riafferma un principio classico della propria tradizione strategica: l’America Latina come spazio di influenza primaria. Anche qui, la dottrina delle sfere d’influenza non è stata superata, ma semplicemente sospesa e poi riattivata.
In questo processo di ridefinizione globale, l’assenza più significativa è quella dell’Unione Europea. Potenza economica priva di sovranità geopolitica, l’Europa non partecipa alla scrittura delle nuove regole. E nei momenti di transizione sistemica, l’irrilevanza non equivale alla neutralità: equivale alla subordinazione.
Il mondo si avvia così verso una nuova Yalta non scritta: un ordine fondato su deterrenza, rapporti di forza, riconoscimenti taciti e linee rosse implicite. Non vi sarà una conferenza, né un trattato. Ma l’esito è già visibile. E, come sempre nella storia delle relazioni internazionali, chi non contribuisce a definire le regole è destinato a subirle.
Antonio Maria Rinaldi
Domande e risposte
Perché l’ordine internazionale post-1989 è fallito? L’ordine successivo alla Caduta del Muro si basava sull’illusione che il mercato globale e le istituzioni internazionali potessero sostituire la politica di potenza. Mancava un garante politico effettivo. Senza la deterrenza reciproca e le sfere d’influenza definite a Yalta, le regole sono rimaste formalmente in vigore ma prive di forza attuativa, portando a un’anarchia in cui le grandi potenze hanno smesso di riconoscere vincoli reciproci in nome della stabilità comune.
Cosa si intende per “Nuova Yalta non scritta”? Non si tratta di un nuovo trattato formale o di una conferenza diplomatica, ma di un assetto fattuale che sta emergendo dal caos attuale. È un ordine basato sul riconoscimento tacito di nuove sfere d’influenza, sulla forza militare e sulla deterrenza. Stati Uniti, Cina e Russia stanno delimitando i propri spazi vitali (come Taiwan o l’Ucraina) tracciando “linee rosse” che gli avversari non devono superare, ripristinando una logica di spartizione del potere simile a quella della Guerra Fredda.
Qual è il ruolo dell’Unione Europea in questo nuovo scenario? L’Unione Europea appare come il grande assente. Pur essendo una potenza economica, manca di sovranità geopolitica e militare unitaria, il che le impedisce di partecipare alla definizione delle nuove regole globali. In un sistema basato sui rapporti di forza, l’Europa non agisce come soggetto attivo, ma finisce per trovarsi in una posizione di subordinazione rispetto agli attori principali (USA e Cina), subendo le decisioni strategiche prese altrove.








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