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Il realismo nucleare del Ruanda: perché per crescere serve l’atomo, non l’ideologia
Come il Ruanda sta scommettendo sui mini-reattori nucleari (SMR) per triplicare la produzione di energia, abbattere i costi e guidare lo sviluppo industriale dell’Africa.

Mentre in Occidente si discute ancora dei massimi sistemi climatici, a Kigali si fa i conti con la realtà. Il Ruanda non sta puntando sull’energia nucleare per fare una dichiarazione ecologista o per compiacere i salotti buoni delle COP sul clima. Lo sta facendo per una ragione molto più pragmatica: lo sviluppo economico.
La leadership del Paese ha compreso una verità fondamentale che l’Europa spesso dimentica: la domanda di elettricità crescerà molto più velocemente di quanto l’attuale sistema possa fornire, specialmente se si vogliono sviluppare industrie, hub logistici e infrastrutture digitali. L’idroelettrico e le rinnovabili restano centrali, ma sono limitati dalla variabilità atmosferica, dalla disponibilità di suolo e dalla mancanza di quella che i tecnici chiamano baseload, ovvero l’energia di base, sempre disponibile.
In questo contesto, il nucleare – e in particolare i piccoli reattori modulari (SMR) – entra nella pianificazione ruandese non come un salto nel buio, ma come una risposta calcolata ai problemi di scala, affidabilità e costi.
La scelta è coerente con la struttura del Paese africano perché facilmente integrabili nella rete energetica locale e non richiede i tempi biblici di una grande centrale nucleare tradizionale, con investimenti anche frazionali. In quest’ottica deve anche essere considerato l’accordo fra Ruanda e la russa Rosatom per lo sviluppo dell’energia nucleare concluso nel 2019 e il molto più recente accordo con NANO Nuclear Energy.
Energia per l’industria: la scommessa sugli SMR
Il Ruanda è un Paese densamente popolato e con limiti territoriali, caratteristiche che lo rendono inadatto a distese infinite di pannelli solari o pale eoliche. Serve energia concentrata, affidabile ed economica.
Come ha spiegato Lassina Zerbo, ex primo ministro del Burkina Faso e oggi consulente di punta per Kigali, “l‘obiettivo è l’abbondanza energetica“. La decarbonizzazione è un effetto collaterale gradito, ma viene dopo la necessità di avere energia per far crescere il PIL. Entro la metà degli anni ’30, il Ruanda dovrà triplicare la sua capacità di generazione per alimentare:
- Centri elaborazione dati ad alto consumo.
- Parchi industriali e manifattura avanzata.
- Lavorazione ed estrazione di minerali critici.
Questi settori non possono funzionare con l’intermittenza del sole o del vento.
I numeri: il nucleare riduce i costi di sistema
C’è una narrativa diffusa secondo cui il nucleare costerebbe troppo per i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, una recente analisi della Rockefeller Foundation ribalta questa prospettiva. Integrare il nucleare nei portafogli energetici nazionali non compete con le rinnovabili, ma le complementa, permettendo di ridurre i costi totali del sistema.
Questi risparmi derivano dall’evitare i costi nascosti delle rinnovabili intermittenti, come l’espansione massiccia delle reti di trasmissione e i giganteschi (e costosi) sistemi di stoccaggio a batteria.
Tabella: Impatto del Nucleare sui Costi di Sistema (Stima Rockefeller Foundation)
| Voce di Costo | Impatto con l’integrazione del Nucleare |
| Costi totali di sistema | Riduzione dal 2% al 30% (a seconda del Paese) |
| Infrastrutture di rete | Minore necessità di espansione di tralicci e cavi |
| Stoccaggio (Batterie) | Drastica riduzione della necessità di accumulo |
| Quota nel mix energetico | Potenziale tra l’8% e il 31% nei Paesi emergenti |
Il risveglio delle istituzioni finanziarie
Il segnale più interessante arriva dal mondo della finanza istituzionale. Per decenni, finanziare il nucleare era un tabù per le banche di sviluppo. Eppure, di fronte alla fame di energia del Sud Globale, anche i guardiani dell’ortodossia finanziaria stanno cedendo al realismo. Nel 2024, sia la Banca Mondiale sia la Banca Asiatica di Sviluppo hanno rimosso i loro divieti storici sul finanziamento nucleare. La Banca Africana di Sviluppo potrebbe presto seguire l’esempio.
Il motivo è semplice: l’industrializzazione richiede fonti di energia stabili. Il Ruanda si sta muovendo con un approccio di finanziamento misto (pubblico, privato e multilaterale). Sebbene il capitale iniziale richiesto per gli SMR resti elevato, il costo dell’inazione – ovvero la perenne carenza di energia che blocca la crescita – è infinitamente superiore.
Il Ruanda non vuole essere un “evangelista” dell’atomo, ma un caso di studio. Se un Paese piccolo e a basso reddito riesce a integrare responsabilmente il nucleare, costruendo capacità regolatoria e fiducia pubblica, potrebbe tracciare la strada per tutta l’Africa. Una lezione di pragmatismo economico che, forse, l’Europa farebbe bene a studiare.
Domande e risposte
Perché il Ruanda punta sui piccoli reattori modulari (SMR) e non sulle centrali tradizionali? I reattori tradizionali richiedono capitali enormi, spazi vasti e reti elettriche mastodontiche per assorbire i gigawatt prodotti. Per un Paese piccolo e denso come il Ruanda, gli SMR rappresentano la soluzione ideale: occupano poco spazio, hanno costi di avviamento inferiori, sono più facili da integrare in reti elettriche in fase di sviluppo e possono essere costruiti in serie, scalando la produzione man mano che cresce la domanda industriale.
La sicurezza non è un rischio eccessivo per un Paese in via di sviluppo? La sicurezza è una questione di capacità regolatoria e fiducia pubblica, non di geografia. Il Ruanda sta lavorando attivamente da anni con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) per formare scienziati e costruire un quadro giuridico solido. I moderni SMR possiedono inoltre sistemi di sicurezza passiva che li rendono intrinsecamente più sicuri dei vecchi reattori, spegnendosi autonomamente in caso di anomalia senza bisogno di intervento umano o elettricità esterna.
Come può un Paese a basso reddito finanziare un’infrastruttura nucleare? Il panorama finanziario sta cambiando. Dopo decenni di ostracismo, istituzioni come la Banca Mondiale hanno sbloccato i finanziamenti per il nucleare, riconoscendone il ruolo nello sviluppo economico. Il Ruanda sta strutturando accordi misti (partenariato pubblico-privato e prestiti multilaterali). Il costo iniziale è alto, ma l’investimento viene ripagato abbattendo le costose importazioni di combustibili fossili e attirando investimenti industriali esteri che cercano energia affidabile.









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