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Il rapporto Debito/PIL influenza la crescita? No, ma..

MANIFESTAZIONE PROTESTA INDIGNADOS BANCA D’ITALIA CARTELLI DEBITO PUBBLICO

 

Recentemente  David Brooks del New York Times sul PBS Newshour  ha valutato le proposte economiche dell’amministrazione Biden affermando che: “è ovvio che se il tuo debito supera il 100% del PIL, la tua nazione sarà nei guai”. Ora io non sono mai stato un supporter di Biden, ma  questa affermazione è semplicemente falsa.

Aumentare il debito non è positivo in generale, ma spesso è l’unica opzione, una necessità a cui non si può sfuggire. Segnare punti sulla sabbia, percentuali di rapporto debito PIL, che siano il vecchio 60% di Maastricht o l’attuale 100% degli USA e pensare che superandole cambi qualcosa  e si vada in rovina automaticamente è una farloccata. Si tratta di precontetti, o meglio di “Idee a riori” che si danno per scontate, non di verità.

Ci sono verità ovvie tra gli economisti: i segnali di mercato provenienti da domanda e offerta spesso allocano le risorse in modo efficiente; a volte i mercati “falliscono”; il commercio internazionale non è a somma zero, di solito fa stare meglio entrambe le nazioni commerciali, e così via. Queste sono piccole verità economiche. In nessun libro ti testo scritto da un vero economista troverete mai la percentuale del rapporto debito/PIL da non superare.

Sì, singoli economisti hanno sostenuto questa argomentazione, tra cui i più famosi Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, il cui documento non peer-reviewed dell’American Economic Review del 2010 sosteneva che quando il “debito estero lordo di una nazione raggiunge il 60 per cento del PIL, la sua crescita annuale è diminuita del due per cento” e la crescita del PIL “superiore al 90 per cento” è stata “dimezzata approssimativamente”. Peccato che questo famoso paper fosse basato su uno dei più famosi errori di calcolo della storia, l’errore nel riporto di uno spreadsheet, che ha dato un duro colpo alla credibilità accademica di Rogoff.  Altri ricercatori che hanno faatto valutazioni simili a quelle di Rogoff da un lato hanno dovuto affrontare realtà spesso troppo diverse per poter essere comparate, e anche quando hanno notato che un debito alto talvolta era legato a una limitata crescita hanno dovuto concludere che comunque i due fattori non erano legati da una causalità.Economie mature sono spesso indebitate e crescono poco, ma un fattore non causa automaticamente l’altro.

La storia poi mostra paesi con debiti limitati rispetto al PIL e con grossi problemi economici.  Nel 1815, l’Inghilterra uscì da 25 anni di guerra con un rapporto debito/PIL di circa il 240 per cento, ma il XIX  secolo fu il periodo di maggior crescita britannica.  Lo stesso accadde dopo la Seconda Guerr Mondiale, con un debito /PIL del 125% nel Regno Unito e due decenni di crescita molto forte.

Il Problema NON è di per se il debito o il rapporto debito/PIL, la la sua correlazione con le altre dinamiche economiche e monetarie e l’utilizzo del debito stesso. Il piano Biden è criticabile perché  rende una fetta della società dipendente dalle sovvenzioni pubbliche, una specie di “Road to Serfdoom”, per dirla alla Hayek. Allo stesso modo il 160% del rapporto debito /PIL dell’Italia non è un problema, con i tassi attuali, ma non è risolvibile, se non con l’utilizzo completo degli strumenti monetari, e ci rende inoltre succubi della politica dei tassi della BCE. O, per dirla diversamente, rende impossibile alla BCE cambiare politica dei tassi, tranne che non voglia prendersi la responsabilità di far saltare l’Euro. Però a questo punto, l’economia lascia il passo alla politica e vedremo dal prossimo autunno cosa si deciderà a Berlino.


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