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Il “PianoB”, ma piani “C” e “D” , il tutto per evitare il “Piano E”

 

Cari amici,

con la formazione del nuovo governo si spegne l’interesse per il nostro “Piano B”, riscoperto, a distanza di 3 anni per una pure funzione polemica nei confronti di quello che era candidato ministro al MEF , e che , comunque è diventato ministro in una posizione molto delicata. Ne abbiamo sentite di tutti colori:

  • “Piano segreto”, un lavoro disponibile sul web per tutti con video di presentazione su Youtube… Una strana concezione di segretezza, che tale poteva essere solo per chi è abituato, sui giornali o nella politica, a raccontare solo balle;
  • “Piano di pronto impiego”, quando era solo una sorta di struttura, di insieme di idee quadro, senza voler entrare nei particolari;

Non rispondo ai due o tre pitecantropi che hanno offeso il piano, senza rendersi conto di avere così offeso non tanto noi, ma diversi economisti celebri e premiati , fra cui il professor Roger Bootle, che , con la sua elaborazione del 2012 vinse anche dei prestigiosi premi internazionali, che questi tizi si sognano di poter perfino pensare. Sinceramente li lasciamo ai loro grugniti.

Tra l’altro il “Piano B” fu un’elaborazione fatta e pensata per un certo momento , quel 2015 in cui si era assistito alla crisi greca, e seguiva quindi le logiche e le priorità di quel momento. Adesso, seguendo le evoluzioni dell’Economia , della Politica e , soprattutto , della Tecnologia e della finanzia sono necessari, e magari anche già pronti, il  “Piano C” ed il “Piano D”, questi sì completamente segreti, per il mantenimento dell’euro, ma in un ambiente monetario meno rigido ed adattato alle necessità delle singole nazioni o macro-aree, oppure per un’uscita graduale e concordata dall’euro con successivo sistema di correlazione e reciproco appoggio. La finalità di questi piani riservati è quella di evitare il “Piano E” , cioè l’esclusione forzata dell’Italia dall’area euro.

Questa eventualità è un rischio sempre pendente. Inutile negarlo, c’è una grossa fetta dell’Europa del Nord che non vedrebbe l’ora di metterci alla porta come, indica la massa di offese che ci viene riversata dalla stampa nordica,  come indica perfino l’ultima copertina dello Spiegel, senza rendersi conto che senza Italia non c’è Europa. Quello che dobbiamo temere  è il “Piano E”, cioè l’esclusione forzata in modo surrettizio, tramite abbassamento del rating.

L’esclusione avverrebbe tramite il downgrading forzato del debito italiano da parte delle agenzie di rating, come hanno minacciato Fitch . Standard & Poors e Moody’s. Ricordiamo che queste agenzie sono specializzate non nella valutazione del rischio, come dimostra il recente scandalo Steinhoff, in cui il downgrading è avvenuto un bel po’ dopo lo scoppio dello scandalo che ha rivelato come la contabilità fosse completamente falsata, cosa di cui l’agenzia di rating non si era MAI resa conto…

Ora se Moody’s abbassasse il rating del debito italiano al grado BB  o inferiore classificherebbe il nostro debito come Junk, quindi a livello speculativo, interdendone la partecipazione al QE della BCE. Questo senza dubbio farebbe esplodere le tensioni sul nostro debito e potrebbe essere l’elemento di uscita forzata, perchè al Tesoro non resterebbe che prendere il mano direttamente la gestione: ricordiamo che anche lo ESM sarebbe insufficiente, dato che capitalizza meno di un debito del nostro debito. La soluzione del debito pubblico italiano può derivare solo dalla gestione diretta di una Banca Centrale in collaborazione con il Tesoro, il che non significa monetizzazione dello stesso. Ora dato che un’operazione del genere è specificamente vietata dallo statuto della BCE , potrebbe essere svolto solo dalla Banca d’Italia, che però, a quel punto, dovrebbe riguadagnare la propria autonomia operativa. Quindi il “Piano E” sarebbe una situazione di forzata, oserei dire violenta, uscita dell’Italia per fattori eterodiretti con conseguenze drammatiche per la nostra economia, nel brevissimo termine.

Ecco il senso dei “Piani B”, “C” e “D”, evitare che un evento esterno, brutale, ci conduca ad un’uscita incontrollata. Una necessità che oggi viene riconosciuta perfino da Bloomberg , che giustamente parla di “Contingecy plan” e di “Risk mitigation”, termini della buona gestione che , evidentemente, esulano dalla testa di chi non ne ha mai fatta.

 


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1 Comment

  • […] Come già chiarito da Fabio Lugano, il Piano B è di importanza vitale in caso di fallimento del Piano A, allo scopo precipuo di limitare i danni alla nazione: un Contingency Plan nel linguaggio del Risk Management. Serve anche per andare alle trattative europee con un’alternativa credibile e senza limitazioni della propria azione note alla controparte, come direbbe un qualunque esperto di negoziazione. […]

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