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Il paradosso americano: più deficit commerciale, più potere del dollaro nel sistema monetario globale

Perché il deficit commerciale degli Stati Uniti, invece di indebolirli, cementa il dominio globale del dollaro e di Wall Street.

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A prima vista, il persistente disavanzo commerciale degli Stati Uniti sembrerebbe il sintomo classico di una fragilità strutturale. Un Paese che importa molto più di quanto esporta, secondo la lettura più tradizionale, si starebbe impoverendo o comunque esponendo a un progressivo deterioramento dei propri conti con l’estero. Ma nel caso americano il ragionamento, almeno in parte, va capovolto. Perché ciò che per molti altri Paesi sarebbe un vincolo, per gli Stati Uniti si trasforma in un meccanismo di potere monetario e finanziario. I numeri aiutano a capirlo: nel 2025 il deficit commerciale complessivo di beni e servizi degli USA è stato di 901,5 miliardi di dollari, ma il deficit dei soli beni ha raggiunto 1.240,9 miliardi.

Che cosa significa, in concreto, un deficit commerciale di queste dimensioni? Significa che gli Stati Uniti acquistano dal resto del mondo una massa enorme di beni reali e li pagano in dollari. In questo modo, anno dopo anno, immettono fuori dai propri confini una quantità gigantesca di valuta americana. È questo il punto centrale: il primato del dollaro non dipende soltanto dalla potenza economica, geopolitica e militare degli Stati Uniti, ma anche dal fatto molto materiale che nel mondo circola già una montagna di dollari, accumulata proprio attraverso decenni di disavanzi esterni e di pagamenti internazionali regolati nella moneta statunitense.

Il meccanismo è tanto semplice quanto decisivo. Gli esportatori stranieri che vendono negli Stati Uniti incassano dollari. Quei dollari, però, non possono restare inattivi indefinitamente. Devono essere detenuti come riserva, impiegati nei pagamenti internazionali oppure reinvestiti. E qui entra in gioco il secondo pilastro della centralità del dollaro: l’esistenza di un mercato finanziario americano smisurato, liquido e profondo, capace di assorbire e remunerare questa massa di liquidità. In altri termini, il deficit commerciale distribuisce dollari al mondo; Wall Street, il mercato dei Treasury e l’intero universo degli asset denominati in dollari offrono al mondo il luogo naturale in cui quei dollari possono tornare a investire.

I dati confermano questa architettura. Secondo il Tesoro americano, alla metà del 2025 le detenzioni estere di titoli statunitensi ammontavano a 35.334 miliardi di dollari, di cui 19.843 miliardi in azioni USA, 13.839 miliardi in titoli di debito a lungo termine e 1.652 miliardi in debito a breve. È una cifra enorme, che rende bene l’idea di quanto il sistema finanziario statunitense sia alimentato dal risparmio e dalla liquidità del resto del mondo. Non si tratta quindi solo di riserve ufficiali delle banche centrali, ma anche di capitali privati, fondi, assicurazioni, banche, gestori e investitori internazionali che considerano gli asset americani il principale approdo del denaro globale.

Il cuore di questo sistema sono naturalmente i titoli del Tesoro USA. La Federal Reserve osserva che, nel primo trimestre del 2025, circa 9.000 miliardi di dollari, pari al 32% dei Treasury negoziabili in circolazione, erano detenuti da investitori esteri, ufficiali e privati. È un dato di portata enorme: significa che il resto del mondo non solo commercia in dollari, ma finanzia in misura rilevante anche il debito pubblico americano. Eppure proprio questo apparente paradosso è la forza del sistema: il dollaro esce dagli Stati Uniti attraverso il disavanzo commerciale e rientra attraverso la domanda mondiale di attività finanziarie denominate in dollari.

In questo senso il deficit commerciale americano non è semplicemente un “buco” da coprire, ma è anche il canale attraverso cui il mondo viene rifornito della valuta di riserva internazionale. È la logica, nota da decenni, che sta dietro al cosiddetto “privilegio esorbitante” del dollaro e, più in profondità, al dilemma di Triffin: per restare la moneta guida del sistema, gli Stati Uniti devono fornire al resto del mondo attività sicure e liquidità in dollari; e il modo più diretto per farlo è proprio mantenere, in varia misura, disavanzi verso l’estero. Quello che in un’economia normale apparirebbe come un fattore di vulnerabilità diventa, per il centro del sistema monetario, una funzione quasi necessaria.

Ma la centralità del dollaro non si esaurisce nei Treasury. La Federal Reserve ricorda che il dollaro resta dominante anche nella fatturazione del commercio internazionale: nel periodo 1999-2019 ha rappresentato il 96% dell’invoicing nelle Americhe, il 74% nell’Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo, con l’Europa come principale eccezione a favore dell’euro. Questo significa che anche una quota rilevante di scambi che non coinvolgono direttamente gli Stati Uniti continua a essere prezzata e regolata in dollari. Dunque non è solo il deficit americano a diffondere dollari: è l’intera infrastruttura del commercio mondiale che continua a richiederli.

Lo stesso vale per la finanza globale. Secondo la BIS, nell’aprile 2025 il dollaro era presente nell’89% delle transazioni sul mercato dei cambi, mentre il turnover complessivo del mercato FX ha toccato 9.600 miliardi di dollari al giorno. Ancora più rilevante è il fatto che il credito in dollari fuori dagli Stati Uniti abbia raggiunto 14.000 miliardi di dollari a fine terzo trimestre 2025, con il 55% in forma di titoli di debito. In altre parole, il dollaro non è solo la moneta con cui si commercia: è anche la moneta in cui ci si finanzia, ci si copre dal rischio, ci si indebita e si investe a livello internazionale.

Anche sul terreno più tradizionale delle riserve ufficiali, la supremazia americana resta nettissima. I dati COFER dell’FMI mostrano che nel terzo trimestre del 2025 il dollaro rappresentava il 56,92% delle riserve valutarie mondiali dichiarate, contro il 20,33% dell’euro e quote molto più basse per le altre valute, incluso il renminbi. Si discute spesso di “de-dollarizzazione”, e certamente negli ultimi anni si osservano piccoli movimenti di diversificazione. Ma tra una riduzione marginale della quota e la perdita del primato c’è un abisso. Nessun’altra valuta dispone contemporaneamente della stessa massa critica, della stessa rete d’uso, della stessa profondità di mercato e della stessa disponibilità di asset sicuri.

C’è poi un elemento spesso trascurato: all’estero non circolano soltanto depositi, obbligazioni e riserve elettroniche, ma anche banconote fisiche. La Federal Reserve stima che nel primo trimestre del 2025 oltre 1.000 miliardi di dollari in banconote fossero detenuti fuori dagli Stati Uniti, circa la metà del totale delle banconote in dollari in circolazione. Questo dettaglio è molto importante perché mostra quanto il dollaro sia radicato non solo nelle grandi operazioni finanziarie, ma anche come strumento di tesaurizzazione, sicurezza e scambio al di fuori dei confini americani.

Tutto questo aiuta a capire perché il deficit commerciale americano non vada letto con le lenti di un Paese qualsiasi. Certo, resta uno squilibrio reale, e non mancano i costi industriali, distributivi e politici interni che esso comporta. Ma sul piano sistemico internazionale quel deficit è anche il prezzo — e insieme la condizione — della funzione imperiale del dollaro. Gli Stati Uniti comprano dal mondo beni reali e in cambio consegnano passività finanziarie che il mondo continua a considerare le più desiderabili: dollari, Treasury, corporate bond, azioni quotate, strumenti monetari, credito e liquidità. È il rovescio della medaglia di un vantaggio straordinario: poter finanziare i propri squilibri esterni in una valuta che tutti vogliono detenere.

Ecco allora il punto politico ed economico essenziale. Quello che superficialmente può apparire come un segno di debolezza — importare troppo e accumulare un forte deficit commerciale — è anche ciò che rende possibile la continua internazionalizzazione del dollaro. Il mondo riceve dollari perché gli Stati Uniti sono in deficit; li usa perché il dollaro resta la moneta dominante degli scambi e della finanza; li reinveste perché il mercato americano offre la più vasta gamma di asset liquidi e sicuri; e così facendo rafforza ulteriormente il primato del dollaro stesso. È un circuito di autoalimentazione che dura da decenni. Ed è proprio per questo che, nonostante tutte le profezie di declino, il dollaro continua a restare il vero baricentro del sistema monetario internazionale.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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