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Il Paradosso americano: Dazi su, Dollaro giù. Riscio per l'”Esorbitante privilegio” o tattica raffinata?
Il paradosso del 2025: perché i nuovi dazi americani, invece di rafforzare il dollaro, lo stanno affossando? Un nuovo studio NBER svela il ruolo dell’incertezza.

L’economia americana ci ha abituato a colpi di scena degni di un thriller finanziario, ma quello che sta accadendo al biglietto verde dall’inizio del 2025 ha lasciato molti osservatori con un sopracciglio alzato. Mentre i manuali di macroeconomia classica – quelli su cui hanno sudato generazioni di studenti – prevedono che l’imposizione di dazi unilaterali debba portare a un rafforzamento della valuta nazionale, la realtà ha deciso di prendere un’altra strada.
Dall’insediamento della nuova amministrazione a gennaio 2025, il dollaro non ha fatto che scendere. Un paradosso? Forse no, se si guarda ai dati con la lente della “Tariff Uncertainty”. Un recente working paper del NBER (National Bureau of Economic Research), firmato da Şebnem Kalemli-Özcan, Can Soylu e Muhammed A. Yıldırım dal significativo titolo di Commercio globale, incerezza tariffaria e il Dollaro USA, getta luce su questo fenomeno, spiegando perché la volatilità delle politiche commerciali conta più dei dazi stessi e provochi una ricaduta sul dollaro.
Il paradosso del 2025: dazi su, dollaro giù
Secondo i modelli standard, se gli Stati Uniti impongono dazi, le importazioni diventano più costose, la domanda di beni esteri cala e la valuta domestica dovrebbe apprezzarsi per riequilibrare la bilancia commerciale. Invece, nel primo trimestre del 2025, il Nominal Broad U.S. Dollar Index ha mostrato una tendenza opposta:
- Post-Inaugurazione (20 gennaio): il dollaro ha perso l’1,52% del suo valore fino al 1° aprile.
- Dopo il “Liberation Day” (2 aprile): un’ulteriore flessione dell’1,04% in soli dieci giorni, nonostante l’escalation degli annunci tariffari.
Tra l’altro, esaminando il dollar index a partire dal mese di giugno, non si è assistito a nessun risveglio della valuta statinitense, anzi leggermente indebolitasi. Cosa è andato storto nella teoria? Gli autori del paper suggeriscono che il colpevole sia il premio per il rischio UIP (Uncovered Interest Parity). In parole povere: quando il futuro delle tariffe diventa imprevedibile, gli investitori iniziano a percepire il dollaro come un asset più rischioso, chiedendo un “premio” per detenerlo, il che ne spinge al ribasso il valore immediato.
Incertezza e risparmio precauzionale
Il meccanismo identificato dai ricercatori si basa su due pilastri principali che ribaltano la logica tradizionale. Quando il governo annuncia dazi ma regna l’incertezza su quali saranno i tassi finali o quali prodotti verranno colpiti, si attivano due canali depressivi per la valuta:
- Il Canale Finanziario: Gli intermediari finanziari, avversi al rischio, vedono aumentare la volatilità dei tassi di cambio attesi. Per compensare questo rischio, richiedono un rendimento maggiore sui titoli in dollari. Se questo premio non viene soddisfatto, vendono la valuta, causandone la svalutazione istantanea.
- Il Canale del Risparmio: Le famiglie, colpite dall’incertezza sul loro potere d’acquisto futuro, tendono ad aumentare il risparmio precauzionale. Questo riduce la domanda interna, inclusa quella per i beni prodotti in patria, indebolendo ulteriormente la forza economica della nazione e la sua valuta.
I numeri del NBER: Volatilità vs Livelli
Il team di ricerca ha quantificato questi effetti alimentando il modello con i dati reali del 2025. I risultati sono piuttosto chiari:
| Tipo di Shock | Effetto Stimato sul Dollaro |
| Aumento livello dazi (+18,9%) | Apprezzamento del 2,6%
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| Aumento incertezza/volatilità (+72,1%) | Deprezzamento del 2,3%
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In pratica, l’incertezza generata dagli annunci intorno al “Liberation Day” ha quasi completamente annullato la spinta verso l’alto che i dazi avrebbero dovuto dare alla moneta.
L’erosione dell'”Esorbitante Privilegio”
Un punto cruciale sollevato dal paper riguarda la tenuta del dollaro come valuta di riserva globale. Il cosiddetto “esorbitante privilegio” degli USA si basa sulla sicurezza percepita del biglietto verde. Tuttavia, gli autori avvertono che politiche commerciali erratiche e un’incertezza persistente possono accelerare l’erosione di questa fiducia.
I dati mostrano che la volatilità tariffaria nel primo trimestre del 2025 è balzata al 72%, restando elevata (circa il 49%) anche verso la fine dell’anno. Questo clima di perenne “allerta” non fa bene a chi deve pianificare investimenti a lungo termine in dollari. Nello stesso tempo però il calo del peso delle riserve in dollari potrebbe essere legato più alla rivalutazione dell’oro, altra riserva essenziale delle banche centrali, più che al calo quantitativo delle riserve in dollari.
È un bug o una funzione del sistema?
Arrivati a questo punto, una domanda sorge spontanea per chi osserva le dinamiche di politica industriale con occhio critico, magari seguendo le tesi di economisti come Stephen Miran ex consigliere economico di Trump passato alla Federal Reserve: e se questa svalutazione inattesa del dollaro non fosse un incidente di percorso, ma l’obiettivo reale?
Sappiamo che per il rilancio della manifattura americana e la reindustrializzazione degli USA, un dollaro forte è spesso un ostacolo, rendendo le esportazioni meno competitive. Se i dazi servono a proteggere il mercato interno, un dollaro debole funge da acceleratore per le vendite all’estero. Forse l’amministrazione ha capito che l’arma più efficace per “riportare il lavoro a casa” non sono solo le barriere doganali, ma la sapiente gestione dell’incertezza per tenere basso il valore del cambio. In fondo, come suggerito in analisi passate su queste colonne, la “Fase Due” della rinascita industriale americana passa necessariamente per un dollaro che smette di fare il gigante per tornare a fare il motore dell’export.
Siamo di fronte a un errore di calcolo dei mercati o a una raffinata strategia di svalutazione competitiva mascherata da caos politico?







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