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IL NUOVO VENTO CHE TIRA IN EUROPA (di Antonio M. Rinaldi)

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Le elezioni presidenziali polacche e le amministrative spagnole avvenute nel fine settimana, ci consentono di fare valutazioni ancora più circostanziate sul sentimento che i cittadini europei iniziano a nutrire verso le istituzioni europee. Sottolineo “istituzioni europee” per mettere in evidenza come le considerazioni verso l’Europa stiano mutando non perché sia venuto meno nell’animo dei cittadini i concetti e i principi iniziali di rendere la grossa area continentale un’area geografica al riparo dagli errori del passato, ma come la gestione della governance europea abbia minato seriamente queste aspettative.

In pratica le popolazioni europee si stanno rendendo conto che non era questa l’Europa che gli era stata promessa e che desideravano, e l’unico mezzo che gli è rimasto è quello di poter esprimere il proprio dissenso votando forze politiche che raccolgono questo più che legittimo disagio.

A gennaio già i greci avevano premiato Tzipras perché aveva promesso un diverso approccio con la Troika che nei fatti governava da anni con arroganza il paese e all’inizio di maggio gli inglesi hanno clamorosamente riconfermato i conservatori guidati da Cameron, che fra i punti elettorali cruciali, aveva inserito il referendum per la permanenza della UE. Ora è il turno delle amministrative spagnole, dove avanzano le nuove forze di opposizione eurocritiche e la nomina del presidente  polacco “euroscettico” Duda, a cui faranno seguito a novembre le politiche per il rinnovo del parlamento.

Le distanze con Bruxelles iniziano a farsi sentire in tutt’Europa e la stessa composizione del parlamento europeo definita un anno fa, dove sono entrate forze eterogenee critiche per un buon 30%, disvelano come i cittadini iniziano a non prendere più per oro colato le politiche fino ad ora portate avanti dall’Europa. La sensazione palpabile è che la gestione della crisi economica sia stata condotta più con criteri per la salvaguardia degli interessi di parte che per la comunità e che gli oneri maggiori siano invece ricaduti essenzialmente a discapito dei deboli.

Per poter rendere sostenibile l’euro, le istituzioni europee stanno inducendo i governi nazionali ancora “fedeli” a imporre politiche deflazionistiche che nessun intervento di stimolo monetario della BCE potrà mai attenuare o correggere. Il prezzo che sta pagando il cittadino europeo per poter avere in tasca l’euro sta iniziando viceversa ad essere insostenibile e il voto è l’ultima possibilità per poterlo reclamare.

D’altronde già l’Ungheria era stata molto chiara sulla sua posizione critica e di distanza e i successi della Le Pen in Francia avevano fatto intendere che per l’Europa soffiava un vento nuovo che avrebbe potuto portare a una radicale rivisitazione dell’intero impianto fino ad ora sostenuto con cecità da parte degli eurocrati.

Inoltre, sempre da più parti, sta montando un pericoloso sentimento antigermanico, supportato dal fatto che i nostri amici tedeschi stiano utilizzando la rigidità delle regole per la permanenza nella moneta unica, come mezzo per poter aumentare la propria egemonia continentale e non per consentire a tutti indistintamente il raggiungimento di migliori condizioni di vita.

I fatti dimostrano che laddove vi è ancora la possibilità di esprimere il voto con sistemi elettorali che tengano conto dell’effettiva volontà popolare, i risultati sono di palese bocciatura verso l’Europa e le sue anacronistiche ricette di politica economica.

E l’Italia? Il nostro Paese è fra coloro i quali sta pagando il prezzo più alto per colpa di questi errori, ma tuttavia gli elettori sembrano ancora troppo affetti dalla “Sindrome di Stoccolma”, continuando a premiare le scelte di una classe politica dirigente troppo supina ai dettami di Bruxelles, senza comprendere fino in fondo che solamente prendendo seriamente coscienza che stiamo andando velocemente incontro verso il disastro è possibile salvare il salvabile per il bene comune.

Forse è proprio per scongiurare questa possibilità è stata modificata la legge elettorale introducendo l’Italicum?

Antonio M. Rinaldi

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