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IL NEGOZIATO CON L’IRAN

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Oggi sono in corso negoziati fra l’Iran e i “Cinque più uno”, cioè i membri di diritto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania. Questi negoziati sono importanti per il nucleare di Tehran, per gli equilibri della regione e per le forniture di petrolio dell’Occidente. È tuttavia particolarmente difficile orientarsi per quanto riguarda le diverse posizioni e i possibili risultati.
Pur parlando di “nucleare civile”, l’Iran sembra impegnato da molto tempo a procurarsi l’arma atomica. Per giunta, il precedente capo dell’esecutivo, Ahmadinejad, ha ripetutamente e imprudentemente accennato a distruggere Israele. Che sia una figura retorica può darsi: ma, da quando il mondo si è pentito di non aver preso sul serio il Mein Kampf di Hitler, le minacce esagerate hanno smesso di essere inverosimili.

A parte ogni considerazione giuridica o morale, da un lato è evidente che, usando l’arma atomica, è facilissimo cancellare dalla faccia della terra un Paese minuscolo come Israele; dall’altro è altrettanto evidente che la vittima designata, essendo fornita a sua volta dell’arma atomica, prima di soccombere ucciderebbe almeno una ventina di milioni di iraniani. Bastano queste semplici considerazioni per comprendere che l’Occidente desideri colloqui di pace. Poi non si può dimenticare che l’Iran è un importante fornitore di petrolio. L’Occidente vuole la pace, la protezione di Israele, e il petrolio.

Molto meno semplice è capire quali possano essere gli scopi dell’Iran. Di solito, nei rapporti internazioni la stella polare è l’interesse. È sulla base di esso che ogni Paese si muove e proprio per questo è prevedibile. Ciò purtroppo non vale nel caso dell’Iran. Trattandosi di una teocrazia, esso può agire anche per motivi religiosi, e dunque perfino contro il proprio interesse e la propria sopravvivenza. Mao una volta disse che, se una guerra avesse ucciso mezzo miliardo di cinesi, ne sarebbe ancora rimasto mezzo miliardo. Partiamo comunque dalle motivazioni ragionevoli.
Il primo motivo “normale” per il quale l’Iran potrebbe desiderare un negoziato di pace con l’Occidente è la fine delle sanzioni che gli sono state inflitte. Chi le subisce di solito grida sui tetti che non gli hanno neanche fatto il solletico. Nella realtà invece non vede l’ora che siano revocate. L’Iran si è addirittura lamentato che, a causa di esse, i suoi malati non possono avere alcune medicine importanti. E Sergio Romano ha scritto sul Corriere che la fine delle sanzioni offrirebbe a Tehran l’incasso di cinquanta miliardi di dollari, attualmente bloccati.

Il ritorno nel campo dei Paesi “decenti”, per usare un termine anglosassone, permetterebbe inoltre all’Iran sciita di esercitare alla luce del sole quell’influenza politica su tutta la regione che tanto desidera. Ed è precisamente questa la ragione per la quale gli Stati sunniti – Arabia Saudita in testa – vedono questi negoziati come il fumo negli occhi. Temono infatti che l’Iran, oltre a divenire una presenza invadente, potrebbe fomentare sollevazioni nei Paese sunniti dove c’è una minoranza sciita. Tehran diverrebbe una superpotenza regionale, esercitando senza remore la sua influenza sui due Paesi non sunniti, l’Iraq e la Siria, e si garantirebbero anche un accesso al Mediterraneo. È proprio questa la ragione per la quale l’Iran sostiene l’alawita Bashar al-Assad.

Un terzo motivo – il più problematico – è il rapporto con l’atomica. Malgrado i proclami bellicosi di Ahmadinejad, l’Iran potrebbe avere tanto insistito sul nucleare solo come arma di ricatto, per ottenere dei vantaggi in possibili negoziati. Come per decenni ha fatto e fa ancora la Corea del Nord. E dunque, a fronte di consistenti vantaggi, potrebbe persino rinunciarci. È anche possibile che desideri veramente sviluppare l’energia nucleare per usi civili. Ma come esserne sicuri? Perché un Paese che è più capace di estrarre petrolio che di raffinarlo – al punto che importa benzina – dovrebbe procurarsi le centrali atomiche quando sarebbe più semplice dotarsi di raffinerie? Ma soprattutto, quali controlli sarebbero sufficienti per essere certi che questi studi e questi esperimenti non servano in realtà come paravento per dotarsi della bomba atomica, con le prospettive di cui si diceva? Detto in termini brutali: non ci si può fidare della parola degli Ayatollah. E infatti Netanyahu ha già detto che Israele non si sentirà vincolato dagli eventuali risultati del negoziato.

Gli arabi purtroppo non sono famosi per la loro lealtà. A parte ogni considerazione regionale che potrebbe puzzare di razzismo, ciò dipende anche dalla loro religione. Il buon musulmano ha i massimi obblighi di correttezza nei confronti dei correligionari, ma tali obblighi non ha nei confronti degli infedeli. Con loro può mentire e barare, li può ingannare ed imbrogliare, ché tanto non sono musulmani. È vero che gli iraniani non sono arabi, ma musulmani lo sono eccome: dunque la diffidenza di Israele, che ha visto attentati compiuti da bambini di dodici anni e da donne incinte, terroristi nascosti in ambulanze e soprattutto sequestri di bambini dell’asilo e massacri come quello di Beslan, non è ingiustificata.

L’Iran è una teocrazia e secondo la religione musulmana morire per la causa dell’Islàm è un onore. Una delle proclamate superiorità dei musulmani sui cristiani è che i primi non tengono a risparmiare né la vita altrui, né la propria. Dunque non è impossibile che un governo fanatico e demente attacchi realmente Israele, fino a provocare una rappresaglia apocalittica. Naturalmente la più feroce e sanguinosa delle vendette non compenserebbe né Israele né l’Occidente: dunque è essenziale che non si corra il rischio di permettere un più facile sviluppo sottobanco della bomba atomica. Ma per far ciò un accordo dovrebbe includere la possibilità di controlli tanto illimitati ed accurati, da mettere in discussione la sovranità iraniana. Sarà mai possibile? O si permetterà lo stesso, come teme Gerusalemme, che Tehran continui a sviluppare la bomba atomica? Interrogativi tremendi.
I negoziati sono il miglior modo di risolvere le controversie. Resta da vedere in quali termini. Non ogni accordo fondato sulla buona volontà è per ciò stesso desiderabile. La memoria della Conferenza di Monaco del 1938 non si è ancora spenta.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 novembre 2013

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